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RECENSIONE

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Titolo No, grazie
Autore Ravera Lidia
Dati 86 p., rilegato
Prezzo € 5,00
Prezzo IBS € 5,00
Editore Perrone
Collana Racconti d'autore
EAN 9788860040893
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Lidia Ravera

No, grazie


"Cinquanta euro al giorno è meraviglioso, e tutto soltanto, soltanto per battere le mani o chennesò, fischiare, fare la giovane, sai com'è, il giubbino jeans, il piercin', la lucertolina tatuata sulla spalla, insomma devi recitare l'idea che si è fatto di te chi non ha idee, va bene, no?"

Una ragazza, Piera, si presenta nel luogo dove viene selezionato il pubblico di una trasmissione televisiva per giovani. L'offerta è allettante: 50 euro per dimostrare entusiasmo e battere le mani. Lei vuole soprattutto guadagnare in modo tranquillo qualche euro in più di quelli che le vengono dati nel pub dove lavora. Qualche euro in più per permettersi qualche piccola spesa e soprattutto per regalare un motorino nuovo al suo ragazzo, Daniele. Lui è coerente ai suoi principi, politicamente più che corretto, attento agli emarginati, agli immigrati, un teorico dell'equità sociale con una passione: la musica. Piera ha assorbito questi principi e li ama come ama il suo Daniele. Non vorrebbe mai partecipare a una trasmissione televisiva per mettersi in mostra, per entrare nel mondo dello spettacolo, per diventare una protagonista. Vuole stare nel pubblico, nascondersi tra le tante, non farsi notare.

Ma la vita le fa uno scherzo e proprio questo suo atteggiamento modesto, tranquillo, per nulla "sgomitante" la rende interessante agli occhi di Glenda, la persona che deve decidere chi sarà la protagonista del nuovo show televisivo.
Ne nasce un rapporto difficile ma interessante tra le due donne, una sorta di competizione che porterà a galla tutte le contraddizioni di entrambe (e di Daniele) mettendole di fronte alla realtà che non sempre è quella che ci si immagina e si costruisce nella mente.

Lidia Ravera in poche pagine analizza la personalità contrastante delle due protagoniste e ci fornisce un ritratto delle donne molto più tagliente e imbarazzante di tante interviste "recitate". La letteratura spesso fa questo scherzo: ci obbliga a guardare davvero quello che non vogliamo vedere.


Le prime pagine

1.

    Aveva sperato che il due di ottobre non arrivasse mai, per un incantesimo del tempo, si sarebbe svegliata più avanti nel calendario e l'occasione sarebbe andata sprecata. Occasione Sprecata. Proprio le parole di sua madre. Eppure l'idea era stata sua, era stata lei a richiedere il bando, a partecipare al concorso, a mandare le fotografìe, due primi piani, due ritratti a figura intera. Aveva scritto i suoi dati con cura, sentendosi bene. Cioè: in possesso dei requisiti richiesti. Aveva diciannove anni: più di diciotto, meno di venticinque. Nell'arco delimitato dal minimo e dal massimo si situava nel segmento iniziale. Non era alta, ma neppure bassa. Era magra, condizione necessaria per accedere a qualsiasi gara di appalto di te stessa e delle tue grazie. Il suo viso piaceva alle persone che non le piacevano, il che, verosimilmente, poteva essere rubricato come bellezza nei canoni dell'epoca. Conforme. Secondo Daniele aveva occhi troppo grandi, zigomi troppo arroganti, naso troppo sottile, collo troppo lungo, ma Daniele era un non-allineato, apprezzava, nelle donne, coloriti malsani, occhi febbrili, bocche screpolate, schiene curve, seni addolorati dalle gravidanze. Lei, la trovavano bella gli amici di suo padre, gli avventori del locale dove lavorava, il dentista e, al liceo, il professore di storia e filosofìa.
    Quindi doveva essere bella in quel modo lì. Bella per gli altri, bella in modo utile. Infatti al provino l'avevano invitata, dopo aver preso visione delle fotografìe. L'avevano scelta, e quindi condannata a mostrarsi. Il due di ottobre.
    E il due di ottobre era arrivato.
    Da un'ora, nel traffico, nel sole polveroso di un residuo d'estate, percorreva strade diritte, le vibrazioni del motorino le solleticavano l'interno delle cosce, il casco le avrebbe ridotto i capelli ad un groviglio di riccioli sudati. Avrebbe emanato odore di cane.
    Vai in taxi, aveva detto la madre. Aveva detto: te lo pago io. No, grazie. Sul "grazie" aveva appoggiato la voce con astio. Le dispiaceva, adesso. La madre voleva essere generosa, lei che nutriva per il danaro un rispetto fanatico. Voleva che sua figlia fosse scelta, perché le madri vogliono che le figlie siano scelte.
    - Mamma, è una faccenda abominevole, nove su dieci prendono una coi seni a palla, io spero soltanto che mi invitino a far parte del pubblico. Danno cinquanta euro al giorno, cinque giorni alla settimana, minimo sei mesi. 
Cinquanta euro al giorno è meraviglioso, e tutto soltanto, soltanto per battere le mani o chennesò, fischiare, fare la giovane, sai com'è, il giubbino jeans, ilpiercin, la lucerto-lina tatuata sulla spalla, insomma devi recitare l'idea che si è fatto di te chi non ha idee, va bene, no? Voglio dire: non è poi questo gran sacrificio. Stai li quattro ore, sei ore, magari nelle pause riesci anche a leggere una frazione di romanzo, cosa che al pub è impossibile, perché se ti vedono che leggi ti fanno lavare un tavolino, lucidare un boccale, spargere segatura nei gabinetti, qualunque cosa, pur di far fruttare i quattro soldi che hanno investito su di te.
    - Come credi — aveva detto la madre, interrompendo il flusso di parole in cui Pierà voleva mimetizzare l'ansia, — ma non andare subito a dire che vuoi un posto nel coro, fìngi di volere la parte della protagonista. Dispone male. Sembri una che non ha fiducia in sé stessa.
    Aveva promesso.

© Giulio Perrone editore

Lidia Ravera - No, grazie
93 pag., 5,00 € - Edizioni Giulio Perrone 2007 (Racconti d'Autore)
ISBN 978-88-6004-089-3


L'autrice





14 giugno 2007 Di Giulia Mozzato


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