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HOME | giovedì 09 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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Il compromesso |
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| Autore |
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Kazan Elia |
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| Dati |
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539 p., brossura |
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| Prezzo |
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€ 22,00 |
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| Prezzo IBS |
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€ 18,70 |
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| Editore |
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Mattioli 1885 |
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| Collana |
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Experience. Frontiere |
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| EAN |
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9788889397725 |
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Elia Kazan
Il compromesso Per parlare di questo libro non potremmo scegliere parole migliori di quelle della postfazione firmata da Gian Paolo Serino, che vi proponiamo interamente. Ma prima ecco cosa scrissero i suoi contemporanei:
Il compromesso è un grande romanzo: c'è un uomo qui dentro. Henry Miller
Non ci piace la realtà descritta da Kazan, ma non possiamo ignorarla. Perché, per Dio, è la nostra! John Steinbeck
La scrittura di Elia Kazan è di grande effetto. Ha l'intensità di un proclama e l'autorità di una confesisone. James Baldwin
Un documento di grande umanità. Tennesee Williams
“Non scrivo per divertire, ma per disturbare. Credo che la letteratura sia in grado, anche in modo indiretto, di disturbare: cioè di cambiare un mondo che se lo accetti davvero così com’è sei come minimo un idiota”. Elia Kazan
Quello che avete appena letto non è un romanzo: è la storia di un uomo che si chiama Eddie Anderson ma che potrebbe benissimo chiamarsi Elia Kazan. Perché non c’è niente di più autobiografico di un libro. E se questo vale per la maggior parte degli autori, vale in particolare per Elia Kazan. I suoi romanzi sono indissolubilmente legati al suo percorso umano e artistico. Fondatore dell’Actor’s Studio, regista di film come “Un tram che si chiama desiderio”, “Fronte del porto”, “La valle dell’Eden” (solo per citare alcuni dei più noti), vincitore di 5 Premi Oscar, Elia Kazan è un artista che è stato relegato dietro le quinte del proprio genio. L’America non gli ha mai perdonato il fatto di aver collaborato con la Commissione McCarthy durante quella “caccia alle streghe” che negli anni ’50 tinse di rosso le carriere di tanti attori e registi allontanati da Hollywood perché accusati di essere comunisti. Kazan ne mise all’indice parecchi. E in molti misero all’indice lui. Fino a farlo sparire. Fino a condannarlo ad un oblio che nessuna macchina da presa avrebbe mai riscattato. Fino ad umiliarlo, a pochi anni dalla sua morte, consegnandogli un Oscar alla carriera che fu più una gogna che un riconoscimento. Niente applausi per Elia Kazan, solo uscite di scena. Solo un inchiodarlo alla pellicola di una vita che non si perdonò mai. I libri di Kazan, ed in particolare “Il compromesso”, sono la testimonianza di quanto Kazan soffrì intimamente per il suo esilio da delatore. Eppure, molti sono gli aspetti poco chiari di questa vicenda. Come poco chiari sono sempre stati gli atti di collaborazionismo. Basti pensare al caso di Louis Ferdinand Céline: uno dei più grandi autori della letteratura di ogni tempo, tra i primi ad intuire come la velocità dei nostri tempi (im)mediati avrebbe influito sulle nostre esistenze non solo di carta. Eppure anche Céline è stato rimosso: scrivere del suo genio è come mettere le dita d’inchiostro in una presa elettrica. Difficile uscirne. Anche scrivendo di Elia Kazan si rischia il cortocircuito. Per fortuna a parlare per lui ci sono i suoi film: non solo i più noti, ma anche e soprattutto quelli sconosciuti al grande pubblico che pongono parecchi dubbi su come siano andate effettivamente le cose. Si pensi, ad esempio, a “Un volto nella folla”: tratto dal racconto di Budd Shulberg “Your Arkansas Traveller”, è ad oggi una delle più accuse più violente a come la televisione avrebbe cambiato il nostro modo di vedere, di sentire, di pensare. Per fortuna a parlare per Elia Kazan ci sono anche i suoi libri, questo libro: un romanzo, pubblicato nel 1969, che anticipa in modo straordinario quella rivolta contro i “valori” della media borghesia che avrebbe infiammato gli anni ’70. Kazan intuisce come il sogno americano si sarebbe ridotto non solo in un “incubo ad aria condizionata” ma in un incubo in technicolor che ci avrebbe ridotto al nostro oggi, ad un mondo che al sangue nelle vene ha sostituito il plasma alle pareti. L’eccezionalità del Kazan scrittore è di essere andato “oltre il giardino” di un’America destinata ad imporre un modello di vita “USA&getta”. Come Richard Yates, Bernard Malamud e John Cheever, Elia Kazan ha inchiodato sulla pellicola della carta quel mondo di falsità borghesi destinate ad impiccare la vita a nodi regimental. Dietro la scena del “compromesso” ha raccontato le illusioni e i fallimenti degli intellettuali americani: destinati, nella maggioranza dei casi, a trascinare la propria esistenza tra i velluti radical chic di un’opposizione subito pronta a passare dagli scontri agli scontrini. Tra gli schermi della propria genialità Elia Kazan ha sempre (ri)fiutato gli schemi. Controcorrente è rimasto folgorato. Da un mondo che non perdona nessuno tranne se stesso. Un mondo che non assolve: dissolve. Elia Kazan è stato un Jack Kerouac che ha indicato una strada, prima che la strada facesse lui. Ed è forse questo, più che l’ombra di collaborazionismo, che l’America non gli ha mai perdonato. Gian Paolo Serino
Titolo originale: The Arrangement Traduzione di Ettore Capriolo
Una nota di redazione finale. Questo è attualmente l'unico titolo in commercio in Italia di Elia Kazan.
E così inizia il romanzo
CAPITOLO I
Non l'ho ancora capito il mio incidente. Ho pensato e ripensato agli avvenimenti di quel giorno, il giorno dello scontro, con tutto il senno di poi raccolto negli anni che sono trascorsi. Ho pensato e ripensato agli avvenimenti dei mesi precedenti lo scontro, a quelli che dovrebbero spiegarlo. Ma c'è ancora un mistero. L'enigma non è nel fatto che un uomo di successo com'ero io avesse cercato di uccidersi. C'erano delle ragioni per questo. Avevo magari tutto, come si suoi dire, ma c'erano delle ragioni. Il mistero è nel modo in cui avvenne. Io non credo ai fantasmi. Ma persino oggi, che sono un uomo completamente diverso e vivo in modo completamente diverso, quando m'interrogo su ciò che accadde esattamente, passo poi a domandarmi quale mano e di chi si fosse improvvisamente allungata dal nulla, avesse imposto una virata di novanta gradi al volante della mia Triumph a due posti e, nonostante tutta la mia energia e tutta la mia volontà, avesse deciso la rotta che mi mandò a sbattere sul fianco di un frettoloso camion con rimorchio. Tutto questo accadde in un secondo o due, ma lo rammento benissimo. Il successo dovrebbe fornire una certa difesa contro gli spettri o l'inconscio o qualunque altra cosa fosse. È il minimo che ci si, dovrebbe aspettare dal successo. O dal denaro. E invece non è così, per nessuno dei due. Mi trovai impotente — lo ripeto — contro la forza di quella "mano", di quella cosa indefinita insomma, che mi strappò il controllo della Triumph TR 4, l'avviò decisamente in una certa dirczione e la schiacciò infine sul fianco di quel camion. Gli avvenimenti che condussero al mio incidente non spiegano le ragioni. Avevo rinunciato a una ragazza cui ero molto legato. Ma mi ero rimesso in quei mesi; anzi andavo a gonfie vele. Mia moglie Florence e io eravamo oggetto d'invidia per tutte le altre coppie sposate di Beverly Hills e di Bradshaw Park. La coppia d'oro! Questo nomignolo ci venne attribuito proprio negli undici mesi trascorsi dal giorno in cui rinunciai a Gwen a quello dell'incidente. E poi quasi tutti gli uomini che conosco si sono trovati, a un certo punto della loro vita, a dover fare questa stessa scelta dolorosa, e l'hanno fatta, e col tempo si sono ripresi, sentendosi un po' svuotati forse, ma molto più solidi. E poi sapevo di dover rinunciare a Gwen. Sapevo che era venuto quel momento in cui ancora puoi andartene libero e pulito, senza danni permanenti per nessuna delle due parti, e che precede di pochissimo l'altro momento, quello in cui qualcuno rischia di soffrire troppo. Avevo un'idea abbastanza precisa del pericolo che stavo correndo, e più di una volta mi ero detto: "Scappa, ragazzo, prima che sia troppo tardi!" Mi ero anche posto le domande fondamentali. Voglio dire che quando stai con una donna per ventun'anni, come c'ero stato io con Florence, è una cosa importante. E poi, per parlar schietto, i divorzi costano. L'altra ragazza in fondo non la conoscevo neanche o, per essere più precisi, conoscevo benissimo soltanto uno dei suoi aspetti: ogni minima sporgenza e ogni minima cavità della sua carne. Ma accidenti, pensavo, ho troppe cose da perdere. Ero un uomo arrivato allora, solvibile, sistemato per tutta la vita. Possedevo una bella casa nel quartiere di Bradshaw Park a Los Angeles, e avevo anche (potrà sembrare assurdo, lo so) il più formidabile prato della zona, e delle piante meravigliose che avevo interrato personalmente, e una raccolta di dischi davvero grossa, con molti rari 78 giri, e due disegni originali di Picasso e un enorme frigorifero che teneva tren-tasei piedi cubi di viveri, e tre macchine, la Continental di Florence, la Karman Ghia di mia figlia Ellen e la Triumph TR 4 che avrei poi fracassato. E oltre a tutto questo una piscina. Troppe cose da sacrificare per una buona, anche se straordinaria, compagna di letto! E quando vedevo tutta questa roba e la mia famiglia, mi dicevo, dove diavolo mi sto cacciando? Ogni uomo dovrebbe capire cosa intendo dire, soprattutto gli europei che, contrariamente a quanto comunemente si crede, sono molto meno romantici di noi e hanno un senso ben sviluppato della proprietà. Con quella ragazza, Gwen, mi stavo proprio comportando come un idiota. Nei primi tempi ci vedevamo due o tre volte la settimana, senza che nulla affiorasse alla superficie della mia rispettabile esistenza. Proprio come volevo io. Per esempio, mentre andavo in ufficio, mi fermavo un momento a un motel e fissavo una camera. Poi, durante la mattinata, telefonavo a Gwen. Lavorava anche lei (ma nessuno sapeva che cosa facesse di preciso) da Williams and MacElroy, dove io ero un pezzo grosso. Le dicevo dove e il numero, stanza 535 mettiamo. Dopo di che trovavamo una scusa per squagliarcela un paio d'ore. Per me, che ero un capoccia, era molto più facile che per lei. Comunque, anche se si trattava soltanto dell'ora del lunch, per noi in quel periodo era importante. Arrivavo al motel per primo, infilavo nella porta il cartello ripiegato del "Non disturbare", in modo da chiudere senza far scattare la serratura, tiravo giù le tapparelle, mi spogliavo, spegnevo le luci e me ne stavo sdraiato ad aspettarla. Lei, appena arrivava, chiudeva la porta a chiave, si spogliava senza dire una parola e... beh, su quello che succedeva dopo non c'è proprio niente da dire, a parte il fatto che si conversava pochissimo. Questi incontri al buio tra due estranei ci eccitavano. Li coltivavamo. Poi mi capitò una cosa che non riuscii a controllare. Gli uomini mi capiranno: sto parlando di quella cosa disperata che capita a quarantatré anni, l'età che avevo io allora, o a quarantacinque o a quarantasette o a quarantanove. Comunque, prima che mi rendessi conto di quello che stava succedendo, era cambiato il ballo ed era cambiata la musica. Non la vedevo più un paio di volte la settimana nella camera di un motel. Divenni veramente sbadato: pomiciavamo negli angoli dei bar dove inevitabilmente c'era qualcuno che ci vedeva, oppure andavamo alla spiaggia e ci distendevamo l'uno accanto all'altra. Era chiaro che la cosa prima o poi sarebbe arrivata all'orecchio di Florence. Ma non posso rispondere alla domanda: volevo forse inconsciamente che lei ne fosse informata? Il pericolo non era nel fatto che vedevo una ragazza un po' troppo spesso. In fondo qualcuna l'avevo sempre avuta. Poco prima di Gwen, più precisamente quando la conobbi, disponevo di una piccola scuderia di creature di prima scelta. No, il pericolo - e anche questa non sarà una novità per voi - era che mi stavo innamorando di Gwen. Qualche anno prima, dorio un episodio dei genere, avevo deciso di non espormi mai più a un simile rischio. Avevo imparato — o almeno lo credevo — quanto sia importante un'indifferenza di fondo. Eppure, ero di nuovo al punto di partenza: mi stava capitando la stessa cosa. Anzitutto mi era venuta l'ossessione di Gwen: mi chiedevo continuamente dove potesse essere quando non era con me e non osavo mai lasciarla sola per troppo tempo. La natura odia il vuoto e l'idea che una Gwendolyn Hunt libera e insoddisfatta se la spassasse (con qualcun altro) nella giungla di Los Angeles... beh, mi preoccupava.
© 2007, Mattioli 1885 SPA
Elia Kazan – Il compromesso 400 pag., 18,00 € - Edizioni Mattioli 1885, 2007 (Experience. Frontiere) ISBN 978-88-89397-72-5
La biografia completa sul sito mymovies.it
A cura di Giulia Mozzato
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