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Recensione


  • Jezabel
  • Adelphi
  • 2007
Irène Némirovsky

Jezabel


"Gladys aveva della propria bellezza una consapevolezza profonda, che non l’abbandonava mai e le dava una pace interiore in ogni momento della giornata. La sua vita era semplice: vestirsi, piacere, incontrare un uomo innamorato, e poi ancora vestirsi, piacere...".

C’è sempre qualcosa di rapace nelle donne dei romanzi brevi di Irène Némirovsky, la scrittrice ebrea francese riscoperta di recente. C’è un’avidità di denaro o di vita o di successo mondano. Così era per la madre ne Il ballo, o per la figlia di David Golder nel romanzo con questo titolo. 
Così è per Gladys Eysenach, la protagonista di Jezabel. Ed il titolo anticipa la fame del personaggio: Jezabel, la seduttrice dei testi sacri, diventata la donna “cattiva” per antonomasia, mangiatrice di uomini, mai paga delle conquiste maschili. C’è qualcos’altro ancora in Gladys Eysenach, perché il potere di seduzione che esercita è solo una costante riprova della sua bellezza e del suo fascino, e Gladys ha bisogno di questa prova perché Gladys è come Narciso, innamorata solo di se stessa. Legare a sé un uomo, vederlo ai suoi piedi, è per Gladys secondario: la cosa più importante è vedersi riflessa in tutto il suo splendore negli occhi dell’uomo.

Il romanzo inizia dalla fine, dall’aula di tribunale a Parigi in cui si svolge il processo a Gladys Eysenach, accusata di aver ucciso il giovane Bernard Martin. 
È inutile che la difesa si sforzi di trovare delle attenuanti, non serve che l’accusa martelli di domande Gladys, diafana e sempre bella nonostante la reclusione, per capire quale fosse il suo rapporto con l’uomo a cui ha sparato. E mentre i testimoni sfilano accumulando dettagli sulla vita della donna - cresciuta con la madre, ospite di una cugina a Londra per un breve periodo, andata sposa giovanissima, una figlia morta, un secondo matrimonio, viaggi in tutto il mondo, di recente un amante italiano che aveva però rifiutato di sposare, visite in una casa di appuntamenti, e poi questo ragazzo che lei si recava a trovare anche se il letto non appariva mai sfatto -, Gladys tace. Riconosce soltanto di aver sparato a Bernard Martin, e che sia finito tutto presto.

A questo punto la storia si riavvolge su se stessa e incomincia dall’inizio, dando un ordine a tutte le dicerie, mettendo insieme i pezzi del puzzle. La Gladys che appare assomiglia un poco alla indimenticabile Fanny (persino i nomi hanno una certa somiglianza) del romanzo Mr. Skeffington di Elizabeth von Arnim: entrambe donne bellissime che non tollerano il pensiero di invecchiare, che si tolgono gli anni in una finzione a cui finiscono loro stesse per credere. Ma in Gladys non c’è quell’umana capitolazione che abbiamo visto in Fanny, Gladys è capace di fermare anche l’età della figlia in un’eterna fanciullezza purché nessuno sappia che lei è madre di una giovane in età da marito. Quanto poi alla possibilità di diventare nonna… no, è escluso. È una sorta di patto faustiano, quello che Gladys stringe con il diavolo. Come il dottor Faustus di Marlowe, la ritroviamo ad invocare una manciata di anni di finta giovinezza, no, le bastano dei mesi, ma che non si sappia la sua età, intanto nessuno potrebbe mai indovinarla. Finché appare sulla scena il giovane Bernard Martin, e qui non diciamo altro sulla trama del libro.

Si è già detto altrove che i romanzi della Némirovsky hanno del feuilleton, ricamano storie che non contengono nulla di nuovo di per sé, ma l’abilità e la finezza con cui tratteggia i suoi personaggi, la sospensione leggera che inserisce nelle vicende per farle terminare con un finale sorprendente, la padronanza e la sottigliezza del linguaggio fanno di lei una grande e godibilissima scrittrice. Sempre un grande piacere leggerla.

Traduzione: Guarino L. Frausin

Ascolta la lettura delle prime pagine su RadioAlt


Le prime pagine


Una donna entrò nella gabbia degli imputati. Nonostante il pallore, nonostante l'aria stanca e stravolta, era ancora bella; solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime e la bocca aveva una piega amara, ma la donna sembrava giovane. I capelli erano nascosti dal cappello nero.
    Con un gesto automatico si portò le mani al collo, cercando, probabilmente, le perle del lungo sautoir che lo ornavano un tempo, ma il collo era nudo; le mani esitarono; con un movimento lento e desolato lei si torse le dita e dal pubblico trepidante che seguiva con lo sguardo ogni suo minimo gesto si levò un sordo mormorio.
    «Si tolga il cappello» disse il presidente. «I giurati vogliono vederla in faccia».
    Lei se lo tolse, e di nuovo tutti gli sguardi si appuntarono sulle sue mani nude, piccole e dal disegno perfetto.
    La sua cameriera, seduta in prima fila fra i testimoni, si protese istintivamente in avanti, come per andarle in aiuto, poi riacquistò la consapevolezza della situazione e, confusa, arrossì.
    Era un giorno d'estate parigino, freddo e scialbo; la pioggia scorreva lungo le alte finestre; sugli antichi rivestimenti di legno, sul soffitto a cassettoni dorati, sulle toghe rosse dei giudici cadeva una luce livida, da temporale. L'imputata guardò i giudici seduti di fronte a lei, poi la sala, dove grappoli di spettatori stavano abbarbicati in ogni angolo.
    Il presidente domandò:
    «Nome e cognome?... Luogo di nascita?... Età?...».
    Dalle labbra dell'imputata uscì un mormorio che non arrivò al pubblico, Alcune donne sussurrarono:
    «Ha risposto... Ma cosa ha detto?... Dov'è che è nata?... Non ho sentito... Quanti anni ha?... Non si sente niente!...».
    I suoi capelli erano fini, di un pallido biondo; vestiva di nero. Una donna disse sottovoce: «È molto bella» e sospirò deliziata, come fosse a teatro.
    La gente in piedi non riusciva bene a cogliere l'esposizione dell'atto d'accusa. L'ultima edizione dei giornali che riportava in prima pagina il volto dell'imputata e il resoconto del delitto passava di mano in mano.
    La donna si chiamava Gladys Eysenach ed era accusata di aver ucciso il suo amante: Bernard Martin, vent'anni.
    II presidente dette inizio all'interrogatorio:
    «Dov'è nata?».
    «A Santa Paloma».
    «È un villaggio al confine tra il Brasile e l'Uruguay» spiegò il presidente, rivolto ai giurati. «Qual è il suo nome da ragazza? ».
    «Gladys Burnera».
    «Non parleremo, in questa sede, del suo passato... Intendo dire dell'infanzia e dell'adolescenza, che lei ha trascorso viaggiando in paesi lontani, molti dei quali sono stati teatro di rivolgimenti sociali che hanno reso impossibile procedere alle normali indagini. Per quanto riguarda quegli anni dovremo dunque basarci principalmente sulle sue dichiarazioni. Durante l'istruttoria lei ha affermato di essere figlia di un armatore di Montevideo che sua madre, Sophie Burnera, ha lasciato due mesi dopo il matrimonio, così che lei è nata lontano da suo padre e non lo ha mai conosciuto. È esatto? ».
    «Sì, è esatto».
    «Ha trascorso l'infanzia viaggiando di continuo e si è sposata giovanissima, quasi bambina, secondo l'uso del suo paese d'origine; ha sposato il finanziere Richard Eysenach e nel 1912 è rimasta vedova. Lei fa parte di una società instabile, cosmopolita, senza legami e senza patria. Dopo la morte di suo marito, ha dichiarato di aver soggiornato in vari paesi, Sudamerica, America del Nord, Polonia, Italia, Spagna, per citarne solo alcuni... Senza contare le numerose crociere sul suo yacht, che ha venduto nel 1930. Lei è estremamente ricca; deve l'ingente patrimonio di cui gode in parte a sua madre e in parte al suo defunto marito. Prima della guerra ha vissuto in Francia a più riprese, e a partire dal 1928 vi si è stabilita. Dal 1914 al 1915 ha abitato nei pressi di Antibes. La data e il luogo devono richiamarle alla memoria tristi ricordi: là, nel 1915, è morta la sua unica figlia. Dopo la disgrazia, lei conduce una vita ancora più capricciosa, più vagabonda... Nell'atmosfera del dopoguerra, propizia agli amori passeggeri, ha avuto innumerevoli e fugaci avventure sentimentali. Infine, nel 1930, ha conosciuto in casa di amici comuni il conte Aldo Monti, di antica e onorata famiglia italiana, che le ha chiesto di sposarlo. Il matrimonio era deciso, vero?».
    «Sì» disse Gladys Eysenach sottovoce.
    «Ci fu un fidanzamento quasi ufficiale che lei, bruscamente, ruppe. Per quale ragione?... Non vuole rispondere?... Probabilmente non intendeva rinunciare alla sua vita libera e stravagante né a tutti i vantaggi della libertà. Così, il suo fidanzato diventò il suo amante. È esatto?».
    «È esatto».
    «Dal 1930 all'ottobre del 1934 sembra che lei non abbia avuto altri legami sentimentali: per quattro anni è stata dunque fedele al conte Monti. Ma un giorno il caso ha messo sulla sua strada colui che sarebbe diventato la sua vittima: Bernard Martin, un ragazzo di vent'anni, di modestissima estrazione sociale, figlio naturale di un ex maggiordomo. Circostanza che feriva il suo orgoglio e che l'ha spinta a negare per molto tempo, contro ogni verosimiglianza, la sua relazione con la vittima. Bernard Martin, dunque, studente ventenne presso la Facoltà di Lettere di Parigi, abitante al numero 6 di rue des Fos-sés-Saint-Jacques, ha saputo sedurre lei, una donna dell'alta società, di rara bellezza, ricca, vezzeggiata da tutti. Risponda... E lei gli ha ceduto con una rapidità davvero sorprendente, davvero scandalosa. Lo ha corrotto, gli ha dato del denaro, e alla fine lo ha ucciso. Di questo delitto lei oggi è chiamata a rispondere».
    L'imputata premette le mani tremanti l'una contro l'altra, lentamente, conficcando le unghie nella pelle cerea; a fatica le labbra esangui si dischiusero, ma non ne uscì alcuna parola, alcun suono.

© 2007,  Adelphi Edizioni

Irène Némirovsky - Jezabel
194 pag, € 16.50 - Edizioni Adelphi (Biblioteca Adelphi)
ISBN 978-88-45-92147-6


L'autrice


Irène Némirovsky
Irène Némirovsky

Kiev, 1903 - Auschwitz, 1942

Scrittrice nata in Ucraina, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia.
Figlia di un ricco ebreo russo di origini francesi, Iréne Némirovsky nella sua pre-adolescenza si appassiona alla letteratura – quella francese, particolarmente – ed inizia a scrivere i suoi primi racconti con una peculiarità catartica, introspettiva e psicoanalitica; ciò che cerca di subliminare attraverso la scrittura è l’odio provato nei confronti della madre che, completamente assorbita dal vivere nel bel mondo, non le ha mai regalato un sorriso o una carezza.
Allo scoccare della Rivoluzione Bolscevica del 1917 la scrittrice lascia in fretta e furia, unitamente alla sua famiglia, la sua San Pietroburgo per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente e dove trascorre – fino all’arrivo della II° Guerra Mondiale – i suoi anni più frivoli e spensierati.
A Parigi continua ad inmpegnarsi nella sua attività preferita, la scrittura, ed è ancora giovanissima quando Grasset le pubblica il suo primo romanzo, che avrà uno strepitoso successo: David Golder.
Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane e capace ingegnere che seguirà fino alla fine il suo avverso destino; da questo matrimonio nasceranno due bambine, Denise e Elisabeth.
Negli anni successivi l’antisemitismo inizia a far sentire forte il suo ringhio; Iréne Némirovsky decide così di convertirsi al Cristianesimo e battezza se stessa e le sue due figliole.
Ma ciò nonostante la morsa della furia nazista si stringe e non la perdona: Iréne e Michel finiranno entrambi arrestati e successivamente trucidati nei campi di sterminio.
Deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz, dove morì nel 1942.
Tra le sue opere: Il balli, Le mosche d'autunno, Un bambino prodigio, Suite francese, I cani e i lupi.

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14 maggio 2007 Di Marilia Piccone


14 maggio 2007

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