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HOME | giovedì 09 febbraio 2012 |
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| Titolo |
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L'oro dei Medici |
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| Autore |
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Debicke Van der Noot Patrizia |
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| Dati |
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337 p., rilegato |
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| Prezzo |
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€ 16,60 |
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| Prezzo IBS |
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€ 14,11 |
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| Editore |
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Corbaccio |
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| Collana |
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Narratori Corbaccio |
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| EAN |
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9788879728690 |
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Patrizia Debicke van der Noot
L’Oro dei Medici “La rappresentazione era in ritardo, c’erano guardie che frugavano dappertutto. Il gran principe Cosimo, l’erede del granducato, sembrava circondato da un vero esercito di sorveglianti. Qualcosa era trapelato. I Medici avevano saputo. Un fitto cordone di guardie circondava il teatro, impedendo l’accesso a chicchessia.”
Già fin dal titolo il romanzo promette una grande storia: il nome prestigioso della famiglia che più d’ogni altra rievoca gli splendori del Rinascimento, abbinato al simbolo stesso dell’opulenza e del potere, in nome del quale si sono perpetrati i più sensazionali delitti. E l’autrice ha mantenuto le promesse, costruendo un romanzo che unisce l’interesse di uno scenario rigorosamente e godibilmente ricostruito con un intreccio mozzafiato, interpretato da un gruppo di personaggi ben assortiti, sia quelli storici che quelli d’invenzione, tra i quali emerge la carismatica figura del protagonista Giovanni de’ Medici. Fratello naturale del granduca Ferdinando I, di cui fu condottiero e braccio destro, don Giovanni univa il coraggio del guerriero all’intelligenza dell’uomo di cultura: fu architetto, poliglotta, letterato, oltre a prestare il suo braccio su vari fronti nell’Europa cinquecentesca dominata dagli Asburgo. Nel 1597 lo troviamo a Firenze, immerso nei lavori del suo nuovo palazzo sul Lungarno, quando viene informato di un misterioso complotto mirato a impadronirsi del tesoro granducale: omicidi, rapimenti, ricatti, trappole… non manca nessun elemento di suspence, e prima del lieto fine ci sarà anche una dinamica e imprevedibile battaglia navale a sancire l’abilità di don Giovanni e dell’autrice, che con disinvoltura conduce in porto la sua impresa a vele spiegate.
L’oro dei Medici di Patrizia Debicke van der Noot pag. 337, Euro 16.00 – Edizioni Corbaccio, 2007 (Narratori Corbaccio) ISBN 978-88-7972-869-0
Le prime pagine
Il ciondolo di Don Giovanni
Prima settimana di novembre 1597 Al largo di Marsiglia: la battaglia
Don Giovanni de' Medici, il comandante in capo della flotta granducale, era rimasto sul ponte tutta la notte. Vigile. Il giorno prima era calata la nebbia. Un fenomeno di stagione frequente nella zona, ma insidioso. Fitta, impenetrabile, la cortina livellatrice di ovatta celava ogni particolare. Pericolosamente imparziale mischiava amici e nemici. Era venuta al mattino presto e non si era più levata, neppure nelle ore centrali del giorno. Il freddo penetrante e l'umido gelavano le ossa. Il mare era calmo, l'acqua sciabordava piano, uno sciacquio lieve. Grigia, tetra, oleosa, lambiva le eleganti fiancate della galea ammiraglia. Juan Batista de Granara y Aragón, il fratello minore, gli era rimasto al fianco fino alla mezzanotte. Gli faceva da vice, serviva ai suoi ordini da quasi dieci anni. Non voleva lasciarlo. Ma a quell'ora il principe si era fatto ubbidire, gli aveva ingiunto di raggiungere la cuccetta e riposare. Un'ora prima dell'alba, Don Giovanni aveva desistito dalla sua veglia. Gli occhi si chiudevano, le facoltà si ottenebravano. Doveva dormire, almeno un poco. Aveva fatto chiamare il fratello e, quando Juan Batista l'aveva raggiunto sul ponte sbadigliando: «Prendi il mio posto. Non mi reggo più, scendo in cabina» gli aveva ordinato secco. «Ma, attento, non abbassare la guardia. I francesi hanno ingoiato male le nostre mosse. Non si vede nulla. Questa eccessiva calma mi piace poco. Non mi fido, temo una sorpresa, una sortita, chiamami se serve» si era raccomandato. De Granara si era ravviato i capelli biondo scuro, si era ricomposto e competente, laconico: «D'accordo, non temere. » Rassicurato, il comandante della flotta era sceso e si era avviato verso il boccaporto. Il Medici non ammetteva di imbarcare uomini inutili su navi da guerra. Un marinaio gli faceva funzione di servitore. Assiduo, accorto. Sempre ai suoi ordini. Era bastato un cenno, l'aveva seguito pronto, rapidamente. Dabbasso, era entrato in cabina dietro di lui. Col suo aiuto Don Giovanni si era levato l'armatura. Gliel'aveva passata, pezzo per pezzo. Era in acciaio ma leggera, lavorata finemente con un efficace contrasto tra la brunitura del metallo e le decorazioni incise, dorate. Rifiutava di portare quelle pesanti tanto in voga tra i suoi pari. Si era seduto per farsi sfilare gli stivali. Poi si era spogliato completamente, camicia, brache, mentre l'uomo li raccoglieva e li ripiegava preciso. Si era lasciato ricadere nudo nella cuccetta, sdraiandosi e afferrando la tela e la trapunta, che l'altro gli porgeva per coprirsi. La vita sotto le armi gli aveva insegnato ad approfittare di ogni momento, riposare quando poteva. Si era girato contro la paratia, aveva chiuso gli occhi ed era crollato addormentato. «Giovanni, Giovanni, svegliati, devi svegliarti! Tuo padre... il granduca chiede di te» la voce di Nannina, la fedele nutrice degli Albizzi che l'aveva allevato, chiocciava sonora. La donna aveva spostato le cortine e le coperte del letto del bambino. Ora lo scuoteva insistente. Si volse, ancora mezzo addormentato. « Su Giovanni, alzati » era sua madre ora. La vedeva dietro la nutrice. Era lei, la bella, ancora bellissima Eleonora degli Albizzi, appena trentenne. «Ho sonno, tanto sonno mamma, perché? » «Perché tuo padre sta male, molto male. Ha mandato a chiamare. Vuole vederti. » «Perché sta male?» la vocina del piccolo era lagnosa, interrogava. Nannina l'aveva tirato su ora e lo vestiva come una bambola, con mosse esperte, consuete. «Non lo so tesoro mio. » E invece Eleonora sapeva che Cosimo de' Medici da giorni non si alzava dal letto. E da ore e ore combatteva con dolori insostenibili, fatali. « Muore mamma? » II bambino era affezionato al padre, quel padre che avrebbe potuto essere suo nonno. Spesso lo teneva con sé a Castello. Il granduca Cosimo I amava la sua villa di Castello. C'era nato. Viveva molto là con la zia Camilla, la nuova moglie e la sorellina Virginia, poco più piccola di Giovanni. Lei rideva sempre e voleva giocare alla guerra, come un maschio. Il duca da anni tendeva a un progressivo abbandono della vita politica, delle dure incombenze di governo e lasciava cariche e onori a Francesco, il figlio maggiore. Gli aveva donato anche Palazzo Pitti, ma fissava là la sua residenza durante i suoi brevi soggiorni in città. Da qualche giorno Cosimo era a Firenze. A palazzo. Il grande palazzo che era stato dei Pitti. Che Eleonora di Toledo, la bella Eleonora, la sua ricca prima moglie, aveva comperato nel 1550. Il granduca mirava a farlo diventare il simbolo della casata. Torme di architetti e pittori lavoravano operosi per cantare la gloria de' Medici. Il palazzo brulicava da vent'anni di muratori, scalpellini, falegnami. Era trasformato in un cantiere. Ma lui era malato, molto malato, era tornato a Firenze per morire. «Non so tesoro mio, sta tanto male. Forse. » Le mani di Nannina finivano di vestirlo, urgenti. Gli pettinavano i riccioli biondi ribelli, che tanto piacevano al padre, e poi lo spingevano, l'accompagnavano per le scale. Beatrice, la balia, accostata alla balaustra li seguiva con gli occhi. Con Juan Batista in braccio che piangeva, spaurito dalla confusione.
© 2007, Casa Editrice Corbaccio
| 02 maggio 2007 | | Di Daniela Pizzagalli |
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