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RECENSIONE

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Titolo Cous cous
Titolo originale La graine et le mulet
Regia Abdel Kechiche
Principali
interpreti
Habib Boufares; Hafsia Herzi; Faridah Benkhetache; Abdelhamid Aktouche; Bouraouïa Marzouk; Alice Houri; Cyril Favre
Prezzo € 9,99
Prezzo IBS € 8,49
Produzione Medusa Home Entertainment, 2008
Numero dischi 1
Durata 151 min.
EAN 8022469066993
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Un film di Abdellatif Kechiche

Cous cous (Le graine et le mulet)

Con Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhatache e Abdelhamid Aktouche

Sète, cittadina vicino Marsiglia. Beiji, 60 anni, lavoratore portuale affaticato, si trascina sul cantiere navale del porto per un lavoro che, con l’età, è diventato insostenibile. Padre di famiglia, divorziato, continua a restare vicino alla sua ex moglie e ai figli, nonostante una storia familiare fatta di rotture e tensioni che le difficoltà finanziarie non fanno che acuire.
Beiji attraversa un periodo delicato della vita e tutto contribuisce a far crescere in lui un sentimento di inutilità. Una sensazione di fallimento che lo accompagna da un po’ di tempo, e che ad un certo punto vorrebbe scrollarsi di dosso realizzando un sogno: metter su un ristorante di sua proprietà. Certo, l’impresa è alquanto improbabile visto che il suo stipendio, insufficiente e irregolare, non basta certo a offrigli i mezzi per realizzare la sua ambizione. Questo, tuttavia, non gli impedisce di sognare, di parlarne, soprattutto in famiglia. Una famiglia che pian piano si unisce intorno al progetto, diventato per tutti il simbolo della ricerca di una vita migliore. Grazie al loro senso di organizzazione e ai loro sforzi il sogno si avvia verso la realizzazione. O quasi...



Ed ecco il film attraverso le considerazioni del regista Abdellatif Kechiche:


Sono partito da una pura fantasia popolare, il genere di storie che si ama raccontare nelle città, il mito di quelli che “ce l’hanno fatta”, in altre parole, che sono sfuggiti alla schiavitù moderna rappresentata da una situazione professionale precaria, creando la propria impresa.
Si tratta quindi di una storia d’avventura, in cui la dimensione umana dei personaggi, anche quando sono all’interno di un gruppo, o impegnati in un’azione forte, come nel caso della precipitazione drammatica della seconda parte, tende a costituire il motivo centrale. E mentre mi costringevo a concentrare e a mantenere l’interesse attorno a quest’azione principale, alla quale tengo per la sua forte dimensione euforica e simbolica, per me era importante lasciare, paradossalmente, libero corso alle digressioni che potevano venire ad impigliarsi nella storia, come tante scappatelle giustificate dal semplice piacere contemplativo degli avvenimenti della vita quotidiana di un feuilleton familiare. L’alleanza tra la dimensione romanzesca e la funzione dei personaggi e dell’ambiente che li circonda, è per me primordiale. Da un lato perché l’ambiente rappresentato è quello al quale appartengo, e quindi sono affettivamente molto coinvolto, dall’altro è anche perché esiste una reazione a degli schemi ancora troppo spesso riduttivi, che volevo rappresentare questa famiglia di “francesi-arabi” nella sua complessità, impegnata nell’apertura di un ristorante a conduzione familiare, quindi rivolta verso un futuro che non sia forzatamente sinonimo della negazione della propria particolarità. Fare un’arringa energica e disinibita del diritto alla differenza, senza per questo cadere nella stigmatizzazione sdegnosa e riduttrice della rappresentazione esotica, costituisce una doppia posta in gioco, essenziale, alla quale credo mi predisponga il mio sguardo coinvolto affettivamente.

Una breve intervista ad Abdellatif Kechiche

Come è andato in porto il progetto di Cous cous e come si è evoluto nel frattempo?
Speravo di farlo prima di Tutta colpa di Voltaire, visto che la prima stesura del soggetto esisteva già. A quell’epoca, tra il 1995 e il 1997, il mio desiderio di realizzarlo era molto forte, ma non riuscivo ad ottenere i finanziamenti per i film che cercavo di far partire, tra cui La schivata. Mi dicevo che bisognava trovare una soluzione per fare un film rapidamente e con pochi mezzi.
L’idea per Cous cous mi è venuta andando a trovare la mia famiglia: ho avuto voglia di parlare di loro, nei luoghi in cui vivono, ossia Nizza, di cui sono originario, e di mettere in risalto mio padre, che avrebbe interpretato il ruolo principale.
Nella storia, quest’uomo che recupera una vecchia barca per trasformarla in un ristorante, rappresenta un po’ me stesso che cerco di realizzare un film senza finanziamenti ma con delle trovate: avevo recuperato una super-16, pensavo di girare negli appartamenti di famiglia e in una barca che avevo scovato nel porto di Saint-Laurent. Più tardi, ho capito che non era così facile fare un film senza nulla, o meglio che l’energia utilizzata valeva molto più di tutto l’oro del mondo!
Alla fine, l’aiuto per Tutta colpa di Voltaire è arrivato e quel film è uscito. Quando ripensavo a Cous cous, sapevo che vi sarebbero stati implicati meno membri della mia famiglia, perché la vita di ognuno si era evoluta, ma ci tenevo tantissimo a far recitare mio padre. Il caso ha voluto che, incontrando Jacques Ouaniche che voleva produrre il mio secondo film, sia stato La schivata ad attrarre la sua attenzione. Durante il montaggio de La schivata mio padre è morto…


Così il progetto ha perso la sua ragion d'essere?

Non avevo più voglia di concretizzarlo. Quando ho incontrato Claude Berri, mi ha chiesto di mostrargli diversi miei progetti, ed è stato Cous cous ad interessarlo. Non avevo più nessuna intenzione di girare a Nizza, non lo avrei sopportato; non potevo più girarlo con la mia famiglia, visto che erano passati dieci anni e dovevo trovare un attore per il ruolo di mio padre. Ho pensato a Mustapha Adouani, che interpretava la prima scena di Tutta colpa di Voltaire e che assomigliava terribilmente a mio padre; ho finito per trovare il mio porto, quello di Sète, una città per la quale ho avuto un vero colpo di fulmine, e il desiderio di portare a termine il film è tornato. Abbiamo iniziato le prove, ma nel giro di qualche mese, Mustapha si è ammalato.
A quel punto avevo voglia di rinunciare, ma Claude Berri ha tenuto duro, non voleva che ci si fermasse. E poi sentivo che avrei tradito gli altri attori che fino a quel momento avevano lavorato tantissimo. Ho ricominciato il casting, anche se avevo già visto tutti gli attori di origine magrebina che avrebbero potuto interpretare questo personaggio. Mi restavano a disposizione due mesi per trovare qualcuno. Risalendo, un giorno, la china di Belleville ho ripensato a mio padre… e al suo amico Habib che aveva lavorato con lui nei cantieri. Tutto ad un tratto, è diventato ovvio.


Quello che si percepisce dalle parole di tutti gli attori del film, a cominciare da Habib, è la totale devozione nei suoi confronti. Come è riuscito ad instaurare un legame di fiducia con ognuno di loro e creare una dinamica di gruppo?
È difficile dirlo…. Il cinema e il lavoro con gli attori sono la mia passione, quasi tutto il senso della mia vita. È anche la ricerca di una realizzazione: trovare nella recitazione degli attori il grado più forte di verità. Se ho avuto voglia di fare il regista, è anche perché sentivo che li potevo aiutare ad ottenere questa autenticità. Ma non ci sono segreti: è una questione di lavoro. Sono stato molto colpito, in veste d’attore, dalle mie esperienze a teatro: mi piaceva il periodo delle prove, quello che mi manca sempre quando faccio cinema è lo spirito di gruppo.

Il titolo del film (La graine et e le mulet) è un riferimento culinario al cous cous, ma ci si potrebbe vedere un parallelismo con le generazioni, quella giovane per la semola, e quella di Slimane, interiore e determinata, per il pesce?

È il primo titolo che mi è venuto in mente e non l’ho mai cambiato. Non avevo spiegazioni per la semola [la graine], ma per il cefalo [le mulet], ha ragione lei. È un pesce con il quale potrei quasi identificarmi: è testardo, ha una capacità d’adattamento straordinaria; può vivere in qualsiasi mare e contentarsi di poco. I pescatori hanno qualche difficoltà a prenderlo perché salta ad altezze incredibili al di sopra della rete. Insomma, non si lascia mettere i piedi in testa! È solo più tardi che ho pensato ad un altro significato per la semola: è il simbolo stesso dell’idea, di qualcosa in nuce destinato ad evolversi.

Il cibo è uno dei fili conduttori del film, ma è del tutto particolare il modo con cui lo riprende, in particolare il momento del pasto in famiglia, è di una sensualità incredibile…...
Nel film c’è una dimensione contemplativa; volevo avere il tempo di captare questa sensualità nei gesti quotidiani: cucinare, mettersi a tavola, mangiare, ridere, amarsi, litigare, ecc. Bisognava assumere un ritmo narrativo particolare perché per una regola generale, l’azione che corre non permette di attardarsi, mentre un pasto o la nascita di un’emozione su un volto richiedono del tempo all’immagine. E in fin dei conti è questa dimensione che mi interessa maggiormente, credo. Avvicinarmi a questo universo che mi è familiare, a questi personaggi che sono miei, per descrivere semplicemente le piccole cose della vita di tutti i giorni. La vita, in quanto sensualità, energia e forza vitale. Spero sempre di riuscire a rendere percettibili questi istanti che mi affascinano. È il mio più caro desiderio cinematografico. Rendere la vita, farla sbocciare nonostante l’artificio.

Dimenticare il contesto delle metropoli per non vedere altro, ne La schivata, che la toccante goffaggine dei primi amori; qui, il legarsi ad una famiglia, a degli esseri, al di là delle proprie origini: potrebbe essere questo il cuore del suo percorso cinematografico?
È esattamente così che vedo le cose. In Cous cous è la famiglia di francesi ordinari, determinata più dalla sua condizione sociale che dalla sua origine.

Rivendica loro semplicemente il diritto alla “banalità”…
Completamente! Spesso si commette l’errore di credere che è meglio difendere una causa denunciando, accusando o dimostrando… mentre a volte è sufficiente guardare ed amare coloro che rappresentiamo. Per me, l’atto di forza rischia di suscitare la vittimizzazione e quindi una distanza dai personaggi. L’ordinario è molto più forte per identificarsi. Tutto questo, però, non è calcolato, fa parte dell’inconscio: ho avuto voglia di filmare mio padre, poi Mustapha e infine Habib, perché il loro viso, la loro espressione, mi toccava. Non mi sono detto affatto che questo viso sarebbe servito per qualche discorso, e la stessa cosa è per gli altri personaggi… si è parlato di questo diritto alla banalità, ma c’è anche il diritto al romanzesco, in particolar modo attraverso quello che accade a Slimane. Non è solo una forza lavoro o un simbolo, è un personaggio di fiction, che si confronta con un destino.

Si ha la sensazione che i César per La schivata non abbiano affatto influito sul suo percorso di cineasta…
Grazie a Dio, immaginate se arrivassi sul set non pensando ad altro che a questo! Ad ogni modo, non ho constatato alcuna incidenza sull’allestimento dei progetti, perché gli incassi sono sempre i padroni del mondo. Per Cous cous, Claude Berri si era impegnato molto prima dei César. Fa piacere che gente del mestiere, che stimo, apprezzi il mio lavoro, ma questi me ne avevano già parlato in precedenza. E poi, ci sono state delle rimostranze, spesso da parte di persone che non hanno alcuna conoscenza della fabbricazione, tecnica e artistica di un film e che, con il pretesto che si sarebbe dovuto ricompensare un film per il grande pubblico, hanno battuto un po’ su questi riconoscimenti. A volte c’era anche una vera aggressività: presso alcuni finanziatori che si innervosivano nel vedere dei film montati per così poco denaro, e presso altri che fanno discorsi da ben pensanti, ma ipocriti e al limite del razzismo.
Infine, trovo ingiusto sentir dire che trascuro la tecnica cinematografica!
Alcuni credono che non studi le inquadrature, perché i miei film danno l’impressione di essere girati sul momento, mentre invece tutto è calcolato, pensato, lavorato.


Hafsia Herzi, ovvero una donna araba "nuova"



Stava per compiere 19 anni quando ha fatto il provino per Cous cous, e ha improvvisato una scenetta di famiglia per oltre venti minuti... Ha detto di fare danza orientale, ma non era vero. Così, messa alla prova, si è inventata di tutto.
Quando inaspettatamente Kechiche l'ha scelta quasi non ci credeva, ma si è gettata con entusiasmo in quell'impresa e ne è uscita sicuramente vincitrice. Ecco come Hafsia Herzi, costretta ad ingrassare di 15 chili per "entrare" meglio nella parte di danzatrice del ventre, racconta la sua esperienza sul set.


Come sei riuscita, così giovane e inesperta, a calarti così bene  in questo ruolo e in questa esperienza?
All’inizio non parlavo. Restavo nel mio cantuccio, mi vergognavo. Era solo al momento delle prove che riuscivo ad esprimermi, poi, pian piano tutto si è sistemato. Abdel mi ha chiesto di ingrassare un pochino: avevo un po’ paura, ma ho fatto sport, danza, e questo mi ha dato un’incredibile energia!
Quello che mi avvicina a Rym è forse la sua ingenuità, questo idealismo proprio dell’adolescenza, in particolar modo quando aiuta Slimane nel suo percorso burocratico. C’è anche la sua capacità di sapersela sbrogliare, e questo desiderio di andare fino in fondo alle cose, anche se è solo per rimediare una sberla.


La donna araba che incarni, è molto diversa dai tradizionali cliché...
Quando vedo certi film in cui la donna magrebina non ha sessualità, sensualità, corpo, mi indispettisco. La scena della danza elimina alcuni di questi cliché. In quel momento Rym ha un potere sugli uomini, accetta la sua femminilità, come tutte le altre donne del film, Karima per esempio, che si affermano per un carattere ben temprato. La danza del ventre è sempre esotica nei film, la donna espone un gran sorriso di facciata, mentre questa danza è innanzitutto l’espressione del ventre, del seno, del corpo intero. Guardate il flamenco, è magnifico. La donna vi esprime la sua sensualità, e la stessa cosa avviene nella danza orientale: non tutto sta nella meccanica e nella dimostrazione tecnica.


Quale scena ti è costata maggiore fatica?
Ricordo la scena in cui mangio il cous cous con Slimane, nella sua camera d’albergo: si ha l’impressione che mi piaccia molto, mentre non mi piacciono né il cous cous né le verdure cotte. Mi sono davvero dovuta forzare, non ne potevo più; Abdel è scoppiato a ridere e ha posto fine al calvario!
È vero che il cibo, il pasto, è uno dei fili conduttori del film. Ma nessuno sapeva che avrei mangiato per ore ed ore! In questa scena con Slimane, siccome venivamo ripresi uno dopo l’altro, ognuno aveva il tempo di riprendere fiato e di incoraggiare l’altro.
C’è poi la scena del grande pasto in famiglia, Abdel lavora in maniera diversa con ognuno degli attori, si prende il tempo per conoscerci individualmente. Se è riuscito a creare l’illusione di una famiglia, è perché ci ha fatto sentire felici di trovarci là. Eravamo tutti contenti di avere la possibilità di recitare, visto che la maggior parte di noi veniva dal nulla. Eravamo degli attori, semplicemente…


Il successo di pubblico e di critica è stato davvero incredibile. Come l'hai accolto?
Avevo paura della reazione del pubblico, paura che tutti i nostri sforzi non fossero ricompensati. Quando alla fine della proiezione veneziana, gli spettatori si sono girati verso di noi e ci hanno applaudito, ero molto commossa. I membri della giuria mi hanno detto «Ti abbiamo dato questo premio all’unanimità. Si vede che hai lavorato. Continua… ». Non mi aspettavo affatto di essere premiata come migliore attrice esordiente. Vedevo, attraverso la stampa, che alle persone piacevo molto. Sicuramente, in sogno, davanti allo specchio, ripetevo il mio discorso di ringraziamento, ma non sapevo neppure come si svolgesse la cerimonia. Sono arrivata in ritardo, per via di una corrispondenza aerea perduta, ero stressata, avevo delle occhiaie enormi. Quando mi sono vista sul grande schermo della sala, non ho capito perché, ma quando ho sentito il mio nome, sono scoppiata in lacrime, il microfono era più grande di me, ero completamente persa…
Ancora oggi, anche se sono consapevole del lavoro che ho fatto, continuo a dirmi «Perché io?». Ma questo premio è una bella ricompensa. Mi dico di non averci mai creduto, che quando recito mi sento veramente felice. Allora, se me ne daranno la possibilità, la prossima volta farò ancora meglio!



Cast Tecnico


Regia Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura Abdellatif Kechiche
Adattamento dialoghi Abdellatif Bechiche, Ghalya Lacroix
Direttore della fotografia Lubomir Bakchev
Montaggio Ghalya Lacroix Camille Toubkis
Scenografie Benoît Barouh
Costumi Maria Beloso Hall
Suono Nicolas Waschkowski Olivier Laurent, Eric Legarçon, Eric Armbruster, Jean-Paul Hurier
1° aiuto regista Carlos Da Fonseca Parsotam
Soggetto Dominique Arce
Casting Monya Galbi
Direttore di produzione Benoît Pilot
Produttore esecutivo Pierre Grunstein
Produttore associato Nathalie Rheims
Prodotto da Claude Berri
Una produzione HIRSCH / PATHE RENN PRODUCTION
In coproduzione con FRANCE 2 CINEMA
Con la partecipazione di CANAL+ e di CINECINEMA
In associazione con BANQUES POPULAIRE IMAGES 6



Cast Artistico


SLIMANE BEIJI - Habib BOUFARES
RYM - Hafsia HERZI
KARIMA - Faridah BENKHETACHE
HAMID - Abdelhamid AKTOUCHE
SOUAD - Bouraouïa MARZOUK
JULIA - Alice HOURI
SERGUEÏ - Cyril FAVRE
LILIA - Leila D'ISSERNIO
KADER - Abdelkader DJELOULLI
MARIO - Bruno LOCHET
JOSE - Olivier LOUSTAU
MAJID - Sami ZITOUNI
OLFA - Sabrina OUAZANI
RIADH - Mohamed BENABDESLEM
LATIFA - Hatika KARAOUI
HENRI - Henri RODRIGUEZ
SARAH - Nadia TAOUIL


24 gennaio 2008 Di Grazia Casagrande


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