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RECENSIONE

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Titolo Scratch My Back
Artista Peter Gabriel
Etichetta Virgin
Prezzo € 20,90
Prezzo IBS € 20,90
Numero Dischi 1
Supporto CD
Data 12 febbraio 2010
Genere Pop e Rock Internazionale
EAN 5099962682824
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Le cover di Peter Gabriel nel nuovo album Scratch My Back. Capolavoro o flop annunciato?

Talking Heads, Randy Newman, The Kings, Paul Simon, Lou Reed, Neil Young, Radiohead...


Cosa è rimasto del Peter Gabriel anima e voce dei Genesis?

Di quei testi surreali, carrolliani, di quello spirito fantasy, della musica progressive e del lirismo strisciante?
Già negli anni Ottanta non era rimasto quasi nulla, già in un album come So e nel precedente funky di Shock the Monkey era scomparso quasi tutto (un po' di sogno si trova ancora in Red Rain), ma c'era ancora la forza trascinante della fantasia (anche nelle straordinarie immagini dei suoi clip video che raggiungono l'apice con la tecnica e le citazioni artistiche di Sledgehammer) e un po' di romanticismo costruito in pezzi come Don't Give Up, memorabile duetto con Kate Bush.
Qualcosa era stato recuperato in Up, non a caso un album più intimista e meno di successo.


Cosa rimane allora di tutto il percorso artistico di Peter Gabriel?
Indubbiamente la voglia di sperimentare, lo stimolo a utilizzare nuove forme musicali, nuovi strumenti, mettersi in gioco, tentare strade non percorse da altri.
Cosa ci si aspetta da Peter Gabriel?
Essenzialmente originalità e fantasia, voglia di stupire e di lasciare un segno.
Probabilmente è questo ad aver scatenato delle perplessità sul nuovo album dell'artista, dedicato interamente a cover (sembra proprio la moda del momento). Un album acustico, orchestrale, professionale ma un po' "spento" e, come ha scritto Luca Valtorta su Repubblica, "un disco pesante e difficile, in cui la sperimentazione di Gabriel spesso toglie forza all'originale".
Probabilmente è il frutto della maturità, si legge una certa dose di pessimismo, di tragedia, di consapevolezza.

Per scoprire la sua versione dei fatti ecco l'intervista originale in cui Gabriel racconta aspetti tecnici e culturali dell'operazione.





  • Heroesdi David Bowie, stravolta in ritmo, spirito, arrangiamento
  • The Boy in the Bubbledi Paul Simon, sul cui testo Gabriel esprime tutta l'ammirazione considerandolo uno tra i migliori se non il migliore della musica pop degli ultimi trent'anni. Versione struggente, ma lenta e irriconoscibile. Il testo resta quello originario, davvero splendido

      And it swept across the desert
      And it curled into the circle of birth
      And the dead sand
      Falling on the children
      The mothers and the fathers
      And the automatic earth
      These are the days of miracle and wonder
      This is the long distance call
      The way the camera follows us in slo-mo
      The way we look to us all
      The way we look to a distant constellation
      That's dying in a corner of the sky
      These are the days of miracle and wonder
      And don't cry baby, don't cry

  • Mirrorball degli Elbow. Finiscono per piacerci di più brani come questo, assolutamente meno conosciuti e dunque da scoprire come fosse la prima volta
  • Flume di Bon Iver da sentire anche in versione originale
  • Listening Wind deiTalking Heads senza la voce inconfondibile di David Byrne
  • The Power of the Heart di Lou Reed, un brano meno popolare tra i tantissimi del cantautore americano, molto orchestrale e slow sin dalle origini
  • My Body is a Cage, splendido brani dei canadesi Arcade Fire
  • The Book of Love suggestiva ballata country per voce e chitarra degli americani The Magnetic Fields
  • I Think it's Going to Rain Today di Randy Newman. Qualcuno ricorda che il suo album d'esordio era interamente orchestrale "per creare più movimento di un semplice ritmo rock"? Una sorta di ritorno alle origini
  • Après Moi della fantastica Regina Spektor
  • Philadelphia di Neil Young, dichiarazione d'amore per un luogo geografico che è anche luogo della memoria
    Sometimes I think that I know
    What love's all about
    And when I see the light
    I know I'll be all right.
    Philadelphia

    Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead, "uno dei brani più belli dei Radiohead, che qui è più una lagna che un tormento", scrive Valtorta

Cosa rimane del Paul Simon che voleva "far carambolare le parole a destra e a sinistra e ogni tanto accelerare il ritmo delle parole in modo che arrivino alle orecchie in modo inaspettato"? Direi nulla.
Cosa troviamo del glam rock di Bowie? Meno ancora.
E dell'inconsapevolezza di Randy Newman, della sua dose di divertimento?
Cosa si coglie della grandeur epica e malinconica dei Radiohead e dell'angosciata voce che nasceva dalla crisi epocale degli anni Novanta? Probabilmente solo le parole.
this machine will will not communicate these thoughts
and the strain i am under
be a world child form a circle before we all go under
and fade out again and fade out again


Certo le cover devono essere "altro" dall'originale, non una pura duplicazione dell'esistente.
Ma questa volta mi pare che più che guadagnare si sia perso qualcosa.






12 febbraio 2010 Di Giulia Mozzato


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