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HOME | domenica 27 maggio 2012 |
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Simona Vinci racconta la sua AliceEcco un brano dalla Premessa che Simona Vinci ha scritto per la nuova edizione Newton Compton di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio. "Questi due capolavori sono la testimonianza senza tempo che anche una volta cresciuti è possibile mantenere, da qualche parte dentro di sé, uno smisurato sguardo-bambino."
Avvinte da un improvviso silenzio Eccole dietro a un sogno fanciullo, attraverso la libera terra delle nuove meraviglie bisbigliare con uccelli o bestie, credere per metà che sia tutto vero.
È buio qua dentro. C'è odore di polvere e di caramella sciolta, di detersivi e scarpe vecchie. C'è silenzio, tanto silenzio che si sente battere il cuore. Tum-tum. Tum-tum. È il tuo o è il mio? Tutti e due, è naturale. È che battono allo stesso identico ritmo e quindi se ne sente uno soltanto. Ci stringiamo l'una all'altra e non lo sappiamo più, a dire la verità, se stiamo tanto vicine perché lo spazio è poco, oppure perché abbiamo paura. Un rettangolo di luce si disegna sulla porta a vetri. Oltre questa lastra zigrinata c'è l'ignoto, ci sono le Ombre Cattive, ma qui, qui noi due siamo al sicuro. E nessuno può trovarci se non saremo noi a volerlo. Basta crederci, concentrarsi. Adesso c'è profumo di bosco, di coda di scoiattolo e di tìgli fioriti. Dammi la mano. Com'è piccola, e fresca. Mi volto a guardarti e il tuo piccolo viso perfetto è così pallido che sembra di carta, gli occhi brillano inquieti e non c'è accenno di sorriso, sulla tua bocca. Stringi forte le labbra e stringi pure le mie dita. Mi guardi seria e porti il dito indice davanti al naso: «Shh», mi dici, «se no ci sentono, e non devono sentirci, noi qui non ci siamo, non ci siamo proprio per niente». E allora stringo anch'io le labbra, e chiudo gli occhi fortissimo, le mie ginocchia e le anche scricchiolano nello sforzo di farsi ancora più piccole e occupare meno spazio e meno ancora, fino a sparire. Scuoto la testa e tengo la tua mano: «Non farò il minimo rumore, te lo prometto. Noi, qui, non ci siamo, e qui, in ogni caso, è altrove, chissàdove, nessundove».
Perché lo so benissimo anch 'io, come lo sai tu, che giocare è una cosa seria. La cosa più seria che esista al mondo. E mentre nessuno può trovarci e nessuno può sentirci ti domando: «Quanto sono grandi centotrenta metri quadri? Quanto può dilatarsi, oppure restringersi, un appartamento? E un giardino?». Tu allarghi le braccia e il tuo torace piccolino si gonfia come un mantice. «Così, o anche di più, anzi, molto di più», dici sottovoce. «Te lo ricordi che sono stata io a insegnarti a scrivere il tuo nome?». Scuoti la testa, ma mi guardi attenta. Era primavera e c'era un giardino magico che adesso non c'è più. «Ti ricordi che tuo padre ti portava in braccio ad annusare i fiori appena sbocciati del tuo secondo aprile? Avevi appena compiuto un anno e le tue piccole dita stringevano un gessetto colorato. La prima lettera che hai scritto è stata la M. Perché nel tuo nome, Emma, di M ce ne sono due. E perché M è la lettera della prima parola di quasi tutti i bambini del mondo dall'inizio dei tempi: mamma. E infatti l'hai detto, mentre disegnavi due punte aguzze su una pietra, "M come mamma", e io ho esultato: avevi solo un anno e già mettevi insieme gli indizi, sicura e senza la minima esitazione». «Se vuoi», mi dici mentre una mano curiosa sta per spingere la maniglia e scoprire il nostro nascondiglio segreto... ma c'è tempo, ancora tutto il tempo del mondo, lì nel nessundove, «ti scrivo una M sulla faccia così poi tu vai in giro a portare le lettere nel mondo». Sto ridendo dì gioia, Emma, perché in effetti, il mio lavoro un po'assomiglia a questa cosa che hai detto: che cos'è che fa uno scrittore se non portare l'alfabeto in giro per il mondo?
© Newton Compton editori 2010
| 02 marzo 2010 | | Di Simona Vinci |
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