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Cominciamo a leggere: Il mio nome è Victoria

di Victoria Donda, edito da Corbaccio

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La prima volta che le ragazze di HIJOS le si avvicinarono fu alla fine del 2002, quando Analìa, insieme ad altri compagni del movimento, aveva occupato una delle tante banche che erano state chiuse dopo la crisi del 2001. Avevano fondato un centro culturale e di consulenza legale per i residenti di Avellaneda, il sobborgo dove si trovava l'edificio. Alle ragazze serviva qualche sua fotografia per confrontarla con quelle di coloro che sospettavano fossero i suoi veri genitori. L'incarico era stato assegnato a Maria e a Laura: dovevano avvicinarsi alla banca e scattare qualche foto, fosse anche da lontano. Il problema era che non sapevano che aspetto avesse Analía: non l'avevano mai vista.
Maria si avvicinò a un uomo che impartiva istruzioni a un gruppo di ragazzi su come comportarsi nel caso di un'irruzione della polizia.

«Mi scusi» gli chiese timidamente, «stiamo cercando Analía, non sa dove possiamo trovarla?»
L'uomo, che fino a quel momento non sembrava essersi accorto della loro presenza, per un istante la guardò sorpreso, poi rispose: «Sì, certo, è là in fondo». Indicò in un punto non ben preciso e intanto chiamò: «Analía, vieni qui! Queste ragazze ti cercano».

Laura e Maria non ebbero neppure il tempo di reagire. Smascherate ancora prima di scoprire chi era la persona che cercavano, guardarono istintivamente verso il gruppo di persone a cui era stato rivolto il richiamo e la videro voltare la testa verso di loro e avvicinarsi.
La sua figura era imponente. Analía non era alta ma era l'unica fra tutti quelli che stavano lì ad avere le scarpe con i tacchi. I capelli erano neri e ricci, li teneva sciolti e le ricadevano con studiata anarchia fin sotto le spalle. Portava orecchini giganteschi, uno diverso dall'altro, ed era truccata. Osservarono il suo viso transitare dalla serietà di chi è concentrato in un compito a un magnifico sorriso, sfoderato espressamente per loro.

Quando domandò chi fossero, Maria balbettando raffazzonò una risposta: erano studentesse di sociologia che conducevano una ricerca sui centri culturali sorti negli edifici occupati e volevano rivolgerle qualche domanda. Analía accettò di buon grado, senza accorgersi che le domande erano improvvisate e che nessuna delle due aveva il registratore, né quantomeno una matita o un foglio su cui fingere di prendere nota delle sue risposte. Alla fine, le chiesero di poter scattare qualche foto. Analía non fece obiezioni, ma propose di includere anche gli altri compagni del quartiere e del movimento, e naturalmente Maria e Laura risposero felicissime di sì. L'obiettivo era stato raggiunto. Avevano le foto che volevano. E nonostante il dispiacere di aver dovuto mentire, col tempo quell'incontro sarebbe rimasto nella memoria di tutti, rievocato con grandi risate e utilizzato per appianare situazioni difficili, come per esempio le interviste con i media.

© Corbaccio


Victoria Donda - Il mio nome è Victoria
Titolo orginale: Mi nombre es Victoria
Traduzione di Silvia Bogliolo
207 pag., € 17,50 - Corbaccio
ISBN 978-88-6380-022-7


08 febbraio 2010 Di Victoria Donda


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