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Cominciamo a leggere: PalpebreUn romanzo di Gianni Canova, edito da Garzanti
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Non fu con gli occhi che feci la conoscenza di lei. Fu con l’udito e con il tatto. Prima fu il ticchettio dei suoi tacchi sull’asfalto a richiamare la mia attenzione. Poi il lieve contatto – niente più che uno sfioramento casuale, a ripensarci ora – della sua gamba, con il mio ginocchio, mentre si infilava fra un tavolino e l’altro del bar all’aperto davanti all’università, dove anche quel martedì pomeriggio stavo cercando di ammazzare il tempo. Solo allora – lo ricordo con strana nitidezza – sollevai gli occhi dal mio giornale, convinto di incrociare il suo sguardo. Le persone, quando si toccano, soprattutto se involontariamente, in genere si guardano. Si scrutano con gli occhi. Come per cercare di capire il perché di quel contatto non cercato e non voluto. Lei no. Lei non mi degnò di uno sguardo. Quando mi girai per guardarla, era già due tavoli più in là. La vidi di spalle, altera e sicura, mentre prendeva posto a un tavolo già occupato da un trentenne dall’aria inespressiva. A ripensarci adesso, credo sia stato proprio questo a segnare il mio destino: il fatto di non averla vista in viso. Di non aver potuto guardarla negli occhi. “Scusa il ritardo. Il parcheggio,sai…” La voce di Mia era freddamente cortese. Gentile ma sbrigativa. Si sentiva addosso gli occhi dello sconosciuto che aveva involontariamente urtato due tavolini più in là, e quello sguardo insistito la infastidiva non poco. Il “cliente” era esattamente il tipo che aveva immaginato. Una specie di Big Jim lampadato e arricchito, con una vena di rancore frustrato negli occhi. Un “rettile”, pensò Mia mentre accavallava le gambe e si sforzava di ritrovare la cortesia indispensabile per concludere positivamente l’affare. “Cos’è questo silenzio? Non sono all’altezza delle aspettative?” sussurrò obbligandosi a un sorriso di artefatta complicità. “No anzi. Sei molto meglio di quel che pensassi. La foto che hai fatto circolare in Internet non ti rende giustizia…” La voce era anche peggio di quel che poteva supporre: un sibilo su toni troppi acuti, stridente e sgradevole, con echi metallici risonanti su un malcelato accento lombardo. Esattamente quello che lei detestava. “Allora direi di non perdere tempo…” disse con un tono che le sembrò subito un po’ troppo imperativo. “Assolutamente d’accordo”, ringhiò Big Jim con un sorriso soddisfatto. Evidentemente non amava i convenevoli e l’arte della conversazione non era il suo forte. “Se vuoi che l’esperienza sia davvero estrema”, Mia doveva fare uno sforzo immane per non scoppiare a ridere ogni volta che usava espressioni di questo tipo, “ dovrai fare esattamente quello che ti dico io.” “Considerami nelle tue mani”, sibilò il Rettile, sforzandosi invano di risultare simpatico. “…in questi casi, il pagamento è anticipato.” “Lo so. Me l’hai detto chiaramente nella tua ultima mail…” “Vorrà dire che te l’ho scritto…” puntualizzò Mia, mentre si pentiva per l’ennesima volta della sua inguaribile pignoleria. L’uomo estrasse una busta dalla tasca interna della giacca e la fece scivolare sul tavolino, con un gesto rapido e un po’ viscido, in direzione di Mia. Arrivati a questo punto della trattativa, lei di solito si accendeva una sigaretta. L’aiutava ad assumere un’aria distaccata, o di professionale e superiore indifferenza rispetto al risvolto economico del rapporto. Quel pomeriggio non lo fece. Forse perché irritata dallo sguardo dello sconosciuto che continuava a sentirsi sulle spalle. O forse, semplicemente, perché non aveva voglia di fumare. “Seguimi, allora. E non fare domande.” Si alzò con un gesto deciso, afferrò la borsa che aveva appoggiato sulla sedia accanto alla sua e si incamminò verso l’ingresso principale dell’università. Il Rettile la imitò in modo sgraziato, e la seguì in silenzio. Più che camminare, sembrava strisciasse.
Non so perché la seguii, quel giorno. Me lo sono chiesto decine di volte,da allora, e non sono mai riuscito a darmi una risposta convincente. Forse perché ero stanco di leggere sul giornale i soliti commenti sulla guerra in Iraq. Forse perché mancavano ancora quaranta minuti all’inizio del seminario sul Purgatorio di Dante. Forse perché non avevo niente di meglio da fare. O forse perché le cose capitano, a volte, solo perché devono accadere. Ricordo soltanto che nel breve tragitto in via Festa del Perdono rimasi con gli occhi incollati ai suoi fianchi, come in uno stato di ipnosi. Qualcuno, nella folla di studenti che uscivano dall’ateneo, deve anche avermi salutato,ma non ricordo chi. Quel che ho capito, con il tempo, è che a volte basta un gesto banale a cambiarti la vita. La mia decisione di alzarmi, quel pomeriggio, e di seguire quella donna che entrava in università con uno sconosciuto, di certo non uno studente, a me la vita l’ha cambiata davvero.
Gianni Canova - Palpebre pag.
| 07 gennaio 2010 | | Di Gianni Canova |
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