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Cominciamo a leggere "Il testamento di Nobel"Così inizia il romanzo poliziesco scritto dalla svedese Liza Marklund. Sarà lei a raccogliere il testimone lasciato involontariamente da Stieg Larsson?
Giovedì 10 dicembre II giorno dei Nobel
La donna chiamata Gattina sentiva il peso dell'arma sotto l'ascella destra. Gettò a terra la sigaretta, sollevò la sua gonna e schiacciò per bene il mozzicone con la suola del sandalo. E adesso tirate fuori il dna, se ci riuscite. La festa in onore dei premi Nobel nelle sale dei banchetti del municipio di Stoccolma durava ormai da tre ore e trentanove minuti. Erano cominciate le danze: le note si percepivano vagamente fin nella via, al gelo. The Target si era alzato da tavola, giù nella sala blu, imboccando lo scalone per salire alla sala d'oro. Il messaggio che aveva appena ricevuto sul cellulare le aveva fornito la posizione del bersaglio con la massima precisione consentita dalle circostanze. Sospirò e, accorgendosi della propria irritazione, si diede mentalmente uno schiaffo. Era un lavoro che richiedeva concentrazione e non lasciava spazio a menate esistenziali o riflessioni su carriere alternative: per la miseria, qui si trattava di fornire un servizio e basta. Si costrinse a fare mente locale su quanto l'aspettava nell'immediato e sul percorso memorizzato che aveva tracciato nella testa una volta dopo l'altra finché, annoiata a morte, era stata sicura che l'incarico sarebbe stato portato a termine con successo. Per questo si avviò a passetti calcolati - uno due tre -, sentendo chiaramente il sale e la ghiaia sotto le suole sottili dei sandali. La temperatura era scesa sotto zero formando delle lastre di ghiaccio sul terreno: uno scenario in cui aveva sperato ma che non aveva potuto dare per scontato. Il freddo le conferiva un aspetto intirizzito e pallido, e le faceva lacrimare gli occhi. Se si fossero arrossati, meglio ancora. I poliziotti, in divisa e giubbotto giallo, erano al loro posto: due a ciascun lato dell'arco che costituiva l'ingresso principale del municipio di Stoccolma. Calibrò la propria forza interiore. Era il momento del passaggio alla postazione numero uno: pallida e splendida, gelida e intirizzita, il cellulare stretto in una mano. Ta-da! Showtime! Mise un piede sotto l'arco nello stesso momento in cui dal lato opposto arrivava un gruppo di cittadini allegri. Le loro voci risuonarono argentine nell'aria fredda, le risate soddisfatte echeggiarono nel cortile. La luce indiretta della facciata proiettava delle ombre sui volti euforici e sulle pettinature rileccate. Abbassò gli occhi e arrivò all'altezza del primo poliziotto nell'attimo in cui uno degli uomini sorridenti si mise a chiamare a gran voce un taxi. Quando il poliziotto fece per rivolgerle la parola spalancò le braccia e finse di scivolare. L'agente reagì istintivamente afferrandola da vero gentiluomo per il braccio mulinante (il suo pallido, splendido, gelido braccio), e lei mormorò imbarazzata qualcosa in un inglese incomprensibile, ritirò la mano fredda e proseguì disinvolta verso l'entrata principale: trentatré passi contati. Più semplice di così, pensò. In realtà questa farsa è al di sotto della mia dignità professionale.
© 2009, Marsilio
| 25 novembre 2009 | | Di Liza Marklund |
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