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HOME | lunedì 13 febbraio 2012 |
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Iniziamo a leggere: Stirpe | | leggi la recensione | Ecco le prime frasi del romanzo di Marcello Fois
Prologo
Luigi Ippolito si è messo disteso sul letto rifatto. È vestito di tutto punto, i bottoni della tonaca brillanti, le scarpe lucidate a specchio. Come sempre è stato e sempre sarà, si chiama per cognome e nome Chironi Luigi Ippolito e, senza muoversi, si mette in piedi per guardarsi composto, morto, pronto da piangere. L'Uno sta lì, preciso a se stesso, l'Altro lo fissa, inquieto, pietrificato, ma turbolento, dritto e secco come un insulto detto in faccia, tra il letto e la finestra. Che la fissità dell'Uno è parvenza e la fissità dell'Altro è controllo. Al primo sguardo si direbbero del tutto identici Luigi Ippolito e Luigi Ippolito, solo che il primo, quello disteso sul letto, ha l'apparenza imperturbabile del morto sereno, mentre il secondo, quello che osserva se stesso, in piedi, è rigido e accigliato come sono rigidi e accigliati gli sguardi perplessi. Cosi mentre il primo è immerso nella pace inenarrabile di una resa totale, il secondo battaglia contro quella invincibile mollezza. Per questo a un certo punto, rompendo ogni stasi, si avvicina fino quasi a rapirgli il soffio, quasi padre amorevole che voglia assicurarsi che il neonato ancora respiri. Ma non è per amore che Luigi Ippolito si piega su Luigi Ippolito, no: l'Altro si piega sull'Uno per leggergli la vita. E insultarlo anche, che non è quello il momento di morire e tanto meno di giocare alla morte; e non è quello il momento di arrendersi. L'Uno ascolta e non si muove, ostinato nella sua farsa di defunto. Non si muove anche se vorrebbe riprendere se stesso. Arreso all'evidente ostinazione di sé, l'Altro si siede sul bordo della sedia impagliata davanti al comodino come una giovane vedova che ancora non ha capito l'onta che ha subito. Resta a guardare l'Uno che appena appena respira. Com'è esplorare questa terra di silenzio? si domanda. Com'è questo viaggio maledetto? Poi la luce pare lasciare a precipizio la stanza, cosi le sopracciglia folte, ombreggiando le palpebre serrate dell'Uno, danno contezza di tutto il suo pallore. L'Altro dunque, come ha fatto la luce, abbassa il tono della voce e dei pensieri per dichiararsi definitivamente disposto a giocare quel gioco di compianto. Ricordava la solitudine del campo sfinito dalla canicola? E ricordava l'attesa davanti alla trappola? E la vita che si sputava dai polmoni dopo la corsa? Ricordava? Le battaglie all'olivete, il frinire tremendo delle cicale, il sibilo marrano del maestrale. Ti ricordi? Volevo vivere nel vuoto, nella luminosità di un presente costante. Ostinato. Tu volevi il controluce. Volevi ombre. Io volevo spazio, ti ricordi? Ti ricordi? Era tutto un dirsi Ti ricordi? E i libri nei cesti come pane, che c'era da nutrire un corpo dentro al corpo e c'era l'impellenza di prepararsi all'esercizio quotidiano del tempo. E c'era il piano scabro della nostra vita insieme, come un tavolaccio rustico dove le malie del passato potessero trovare un ordine. Luigi Ippolito Chironi, di quei Chironi che erano stati De Quiròn, poi Kirone, che, prima della cattività barbaricina, avevano allevato i cavalli sui quali si era posato il deretano santo di due Papi e quello molto laico di un Viceré... Ti ricordi? Le biglie, la bottiglia col collo stretto, la vecchia rivista. Oh... La nostra vita messa in posa nel caos predestinato del ricordo. Come l'ordine segreto degli assetti. Ti ricordi? Ti ricordi la speranza trasparente dei vetri ? Ma a quelle domande l'Uno non risponde, lo sa cosa significa dare confidenza a se stesso e improvvisamente credersi l'Uno e l'Altro insieme. Silenzio. È lì che sempre si ritorna.
© 2009, Einaudi
| 17 settembre 2009 | | Di Marcello Fois |
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