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Cominciamo a leggere: Zia MameUn romanzo di Patrick Dennis edito da Adelphi
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1 ZIA MAME E L'ORFANELLO
Aveva piovuto tutto il giorno. Di solito me ne infischio, se piove o no, ma quella volta avevo promesso di montare le tende e di portare il bambino in spiaggia. Mi ero anche riproposto di applicare quei cavolo di stencil alle pareti loro riservate nella parte della cantina che il nostro mediatore aveva definito tavernetta, e inoltre volevo capire in che modo impegnare quella soffitta che secondo il mediatore, sempre lui, andava considerata un disimpegno, passibile di trasformarsi in stanza degli ospiti, studio, o laboratorio. Ma subito dopo colazione mi ero lasciato distogliere dai miei propositi. Tutta colpa di un arretrato di « Selezione ». È una rivista che di solito non leggo. Mica per altro, non ne ho bisogno, dato che tutte le mattine sul 751 e tutte le sere sul 603 sento analizzare ogni suo articolo nei minimi dettagli. A Verdant Green - duecento case tirate su in quattro stili differenti - ne vanno tutti pazzi. In pratica non parlano d'altro. Eppure devo confessare che quel benedetto periodico, quando mi capita in mano, finisce per catturare anche me. Quella volta in particolare mi ero appassionato, nell'ordine, ai pericoli cui sono esposte le nostre scuole pubbliche, alle meraviglie del parto naturale e alle gesta di una comunità dell'Oregon che aveva sgominato un traffico di marijuana. Quindi ero passato a una certa figura che un certo famoso scrittore di cui ora mi sfugge il nome considerava il personaggio più indimenticabile da lui incontrato. Un momento, un momento. Indimenticabile? Be', era ovvio che l'autore non sapeva di cosa stesse parlando. Temo che il significato stesso della parola gli sfuggisse: a lui, come a chiunque non avesse conosciuto mia zia Mame. Però dovevo ammettere che fra il suo personaggio indimenticabile e il mio qualche parallelo si poteva tracciare. Il suo era una tenera zitella del New England che viveva in una tenera casettina bianca di legno, e che un giorno aveva aperto la sua tenera porticina verde per ritirare, come ogni mattina, la sua copia dello «Hartford Courant»: ma invece del giornale, si era ritrovata sulla soglia una tenera cesta di vimini, con dentro un tenero frugoletto. Il resto dell'articolo raccontava come e qualmente il personaggio indimenticabile avesse raccolto il frugoletto, e come negli anni successivi lo avesse cresciuto. A quel punto avevo chiuso « Selezione », e mi ero messo a pensare al tenero donnino che aveva tirato su me. Nel 1928, dopo un leggero infarto, mio padre era stato costretto per qualche giorno a letto. Insieme alle fitte intercostali doveva avere avvertito il barlume di una consapevolezza di ordine superiore, e intuito che forse non sarebbe vissuto in eterno. Così, non avendo nulla di meglio da fare, papà aveva telefonato alla sua segretaria, che era tale e quale a Bebe Daniels, e le aveva dettato un testamento. Appena finito di batterlo, la segretaria aveva preso con sé l'originale più quattro copie in carta carbone, si era messa la cloche e si era fatta portare in taxi da La Salle Street all'Edgewater Beach Hotel, dove aveva sottoposto il tutto alla firma di papà.
© 2009, Adelphi
| 14 luglio 2009 | | Di Patrick Dennis |
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