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Cominciamo a leggere: La finestra dei RouetUn romanzo di Georges Simenon, edito da Adelphi
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Da dietro la parete giunse il suono invadente e volgare di una sveglia, e Dominique sobbalzò come se la suoneria - ma che aspettavano a farla smettere! -dovesse svegliare lei, alle tre del pomeriggio. Provò un senso di vergogna. Perché? Quel rumore sgraziato le suscitava solo ricordi dolorosi, spiacevoli, malattie, incombenze che la costringevano ad alzarsi nel cuore della notte o all'alba, ma lei non stava dormendo, non si era nemmeno assopita. Neanche per un momento la sua mano aveva smesso di cucire; a dire il vero, un attimo prima era come un cavallo da circo che, lasciato da solo a eseguire un esercizio, ha continuato a girare in tondo e, sentendo la voce di un intruso, ha un sussulto e si ferma di botto. Nella stanza a fianco, dietro la porta scura, proprio vicino a lei, come possono sopportare quel frastuono insolente? Basterebbe allungare il braccio, senza aprire gli occhi, raggiungere a tentoni l'apparecchio che vibra su un tavolino, ma non lo fanno, non si muovono, sono nudi, ne è sicura, carne contro carne, avvinghiati, con la pelle luccicante di sudore, i capelli incollati alle tempie; si crogiolano in quel calore, in quell'odore di bestia umana; si intuisce che qualcuno si muove, si stiracchia, sbatte le palpebre; una voce assonnata, quella della donna, farfuglia, forse cercando, con gesto abituale, il corpo dell'uomo accanto al suo: «Albert...».
Le dita di Dominique non si sono fermate. Ha la testa china sull'abito che sta rammendando sotto la manica, nel punto in cui si consumano tutti i suoi vestiti, soprattutto d'estate, perché suda. Cuce da due ore, a piccolissimi punti, per ricostruire la trama fine di quel tessuto bianco dai disegni viola e, ora che la sveglia degli inquilini l'ha fatta sussultare, non saprebbe dire a che cosa abbia pensato in quelle due ore. Fa caldo. L'aria non è mai stata così pesante. Di pomeriggio il sole batte in pieno su questo lato di faubourg Saint-Honoré. Dominique ha accostato le persiane lasciando una fessura verticale di qualche centimetro da cui può guardare le case di fronte; ai due lati di quell'apertura, che lascia filtrare un sole cocente, tra le stecche di legno brillano le fessure orizzontali, più sottili. Quel disegno luminoso, da cui si diffonde un calore intenso, finisce per restarle impresso negli occhi, nella testa e, se a un tratto si volge altrove, lo proietta insieme allo sguardo, lo trasferisce sulla porta scura, sul muro, sul pavimento. Ogni due minuti passano degli autobus. Li sente irrompere, enormi, dal fondo della strada: hanno un che di malevolo nella loro brutalità, soprattutto quelli diretti verso place des Ternes, che di colpo, davanti al palazzo, dove si accentua la pendenza, cambiano rumorosamente marcia. Dominique ci ha fatto l'abitudine, ma è come per le lame di luce, li percepisce suo malgrado e il rumore le penetra nella testa lasciandovi l'eco di un ronzio. La sveglia, nella stanza accanto, ha smesso di suonare, eppure a lei sembra di sentirla ancora. Forse perché l’aria è così densa da conservare le tracce dei suoni proprio come il fango conserva le impronte dei passi. © 2009, Adelphi
| 26 giugno 2009 | | Di Georges Simenon |
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