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Cominciamo a leggere: Il turistaUn romanzo di Olen Steinhauer
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Quattro ore dopo aver tentato il suicidio era a bordo di un aereo che scendeva verso Lubiana. Un segnale acustico invitò i passeggeri ad allacciare le cinture di sicurezza. La donna d'affari svizzera che gli sedeva accanto si girò verso il finestrino per guardare il terso cielo sloveno. Sulle prime aveva cercato di fare conversazione, ma aveva subito capito che il suo nevrotico vicino non aveva nessuna voglia di parlare. Lui chiuse gli occhi, ripensando alla sparatoria di quella mattina ad Amsterdam, ai frammenti di legno e vetro, alle sirene... Se il suicidio è peccato, pensò, per chi non crede che cos'è? Un abominio? Probabilmente si, perché la prima immutabile legge della natura è quella di continuare a esistere, come testimoniano erbacce, scarafaggi, formiche e piccioni. Tutte le creature perseguono lo stesso scopo: sopravvivere. È l'unica incontestabile teoria del tutto. Negli ultimi mesi i pensieri suicidi si erano fatti sempre più assillanti. Ormai aveva esaminato l'atto da ogni punto di vista, privandolo cosi della sua tragicità. L'espressione «suicidarsi» non era più sconvolgente di «sedersi» o «fare colazione». E spesso il desiderio di togliersi la vita era forte come quello di "dormire». Talvolta si affidava al rischio, guidando in modo spericolato senza cintura di sicurezza o attraversando una strada trafficata senza guardare, ma sempre più spesso negli ultimi tempi qualcosa lo incoraggiava ad assumersi la responsabilità della propria morte. «La Grande Voce» avrebbe detto sua madre. C’è il coltello; sai cosa fare. Aprì la finestra e salta giù. È così alle quattro e trenta di quella mattina, mentre era addosso a una donna e la schiacciava sul pavimento della sua camera da letto di Amsterdam e la finestra andava in frantumi per i colpi di un'arma automatica, aveva sentito l'impulso di raddrizzarsi e affrontare con fierezza la raffica di proiettili. Aveva trascorso l'intera settimana in Olanda, a sorvegliare un'esponente politica sessantenne, appoggiata dagli Stati Uniti, che era stata condannata a morte per le sue dichiarazioni in materia di immigrazione. Quella mattina il sicario, che alcuni chiamavano «la Tigre», aveva fallito per la terza volta. Se fosse riuscito a uccidere la donna, avrebbe fatto deragliare il progetto di legge sull'immigrazione, di stampo conservatore, che doveva essere votato proprio quel giorno dai membri della Tweede Kamer. Non sapeva perché gli Stati Uniti volessero proteggere una donna che aveva fatto carriera in politica assecondando i capricci di contadini impauriti e razzisti livorosi. «Mantenere un impero è molto più difficile che crearlo» amava dire Grainger. Le motivazioni logiche non avevano alcuna importanza nel suo lavoro. Ciò che contava era l'azione. Però, coperto di frammenti di vetro, sopra quella donna che urlava mentre il telaio della finestra andava in pezzi crepitando come olio bollente, aveva pensato: Che cosa ci faccio qui? Aveva addirittura posato una mano sul tappeto cosparso di schegge di legno legno per raddrizzarsi guardare in faccia l’assassino. Poi nella confusione, aveva sentito l’allegra suoneria del cellulare. Aveva staccato la mano dal pavimento , letto il nome del Grainger sul display e risposto ad alta voce: «Pronto!»
© 2009, Giano
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