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Cominciamo a leggere: L'arte della vitaUn saggio di Zygmunt Bauman edito da Laterza
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Introduzione
Che cosa non va nella felicità?
La domanda del titolo spiazzerà forse diversi lettori. Ed è proprio questo il suo intento: spiazzare, indurre a fare una pausa e a pensare. Una pausa? Sì, una pausa nella ricerca della felicità, che (la maggior parte dei lettori sarà d'accordo) è la cosa che abbiamo in testa la maggior parte del tempo, che ci impegna gran parte della vita, che non può rallentare, e non rallenterà, né tanto meno si fermerà... o almeno, non più di un attimo (fuggente, come sempre). Perché quella domanda spiazza? Perché chiedersi che cosa non va nella felicità è come chiedersi che cosa c'è di caldo nel ghiaccio o di maleodorante in una rosa. Il ghiaccio è incompatibile con il calore, e la rosa con il tanfo, e perciò porre domande simili è come ipotizzare una coesistenza inconcepibile (dove c'è il caldo non può esserci ghiaccio). Come potrebbe esserci qualcosa che non va nella felicita? «Felicità» non significa forse assenza di cose che non vanno? Non è sinonimo dell'impossibilità di una loro presenza, dell'impossibilità di ogni e qualsiasi cosa che non va? E tuttavia questa è la domanda che si è posto Michael Rustin, che prima di lui si sono poste con preoccupazione parecchie persone e che altre probabilmente si porranno in futuro. Il perché lo spiega Rustin: società come le nostre, mosse da milioni di uomini e di donne in cerca di felicità, diventano sempre più ricche ma non è affatto chiaro se con ciò diventino più felici. Sembra che la ricerca della felicità da parte dell'uomo rischi di rivelarsi controproducente. Tutti i dati empirici che abbiamo fanno pensare che nella popolazione delle società opulente forse non c'è alcun legame tra aumento della ricchezza (ritenuta il principale veicolo di una vita felice) e aumento della felicità. La stretta correlazione tra crescita economica e aumento della felicità è largamente considerata una delle verità più indiscutibili, se non la più evidente in assoluto. O almeno questo è ciò che ci dicono i leader politici più noti e stimati e i loro consiglieri e portavoce, ed è ciò che noi, che tendiamo a fidarci della loro opinione, ripetiamo senza fare mai una pausa di riflessione e senza mai pensarci meglio. Essi agiscono in base al presupposto che quella correlazione esista davvero, e lo stesso facciamo noi. Noi chiediamo loro di agire più risolutamente ed energicamente in base a quella convinzione, e ci auguriamo che ci riescano, sperando che il loro successo (ossia l'aumento del nostro reddito, del denaro che abbiamo a disposizione, della quantità di cose, di beni e ricchezze che possediamo) migliori la qualità della nostra vita e ci faccia sentire più felici di quanto non siamo. Pressoché tutti i rapporti di indagine esaminati e sintetizzati da Rustin confermano che «in paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna i miglioramenti del livello di vita non si accompagnano a un miglioramento (ma piuttosto a un leggero calo) del benessere soggettivo». Robert Lane ha verificato che negli Stati Uniti, nonostante la grande e spettacolare ascesa dei redditi nel dopoguerra, gli americani si dichiarano meno felici. E Richard Layard, confrontando i dati di vari paesi, ha concluso che sebbene gli indici della soddisfazione dichiarata di vita aumentino in modo più o meno parallelo alla crescita del prodotto nazionale, tale crescita è significativa solo fino al punto in cui privazioni e povertà lasciano spazio alla soddisfazione dei bisogni essenziali, delle esigenze di «sopravvivenza», mentre si ferma, o rallenta molto, quando l'agiatezza aumenta ulteriormente. Pochi punti percentuali separano, generalmente, i paesi che hanno un prodotto pro capite tra 20.000 e 35.000 dollari l'anno da quelli sotto la soglia dei 10.000 dollari.
© 2009, Laterza
| 22 maggio 2009 | | Di Zygmunt Bauman |
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