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HOME | lunedì 13 febbraio 2012 |
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Cominciamo a leggere: L'estate che perdemmo Dio Un romanzo di Rosella Postorino, edito da Einaudi
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Chi focu chi 'ndi vinni. La frase fu pronunciata da zia Nuccia, nel corridoio, non troppo distante dall'ingresso, la mano sulla testa, poi era scivolata sulla guancia, aveva tappato la bocca, come per impedire di pronunciarla ancora, una frase che per anni, per sempre, a ripensarci Caterina avrebbe avuto i brividi, e forse anche sua zia, non lo sa, non gliePavrebbe mai chiesto.. Zia Nuccia con la mano sulla bocca, stretta contro la mascella, il pollice e la prima falange dell'indice che tappano il naso: si sta impedendo di respirare ? o sta per piangere ? non ne avrebbe la forza, non è ancora tempo di scioglierlo in pianto questo nodo, è tempo per ora soltanto di corrugare le sopracciglia, come colpiti da un male fisico, una fitta alla schiena, al piede, allo stomaco, un'emicrania improvvisa dolorosa come ghiaccio sulla fronte. Zia Nuccia era all'ingresso, era appena entrata, e lungo il corridoio c'erano anche il padre e la madre di Caterina, e zio Ignazio, il marito di Nuccia, e l'altro zio, Santo, il più piccolo dei fratelli, lo zio balbuziente che era arrivato correndo come un pazzo, mentre loro stavano fuori dalla porta a godersi il fresco della sera, tra i vasi dove erano sbocciate anche le gardenie, i fiori preferiti di Caterina. Stavano lì, sulle sedie smaltate di bianco - solo in basso, sulle gambe, lo smalto aveva ceduto, aveva scoperto il ferro arrugginito, ma nemmeno ci avresti fatto caso. Era un'abitudine stare al fresco la sera, i suoi genitori, zia Nuccia e zio Ignazio che conversavano, Caterina nel pigiama estivo con le bretelli-ne e minuscoli fiori ricamati sulla scollatura, il pantalonci-no corto come quello di una pallavolista, lei ne era così orgogliosa che non sentiva nemmeno il fastidio delle zanzare, sfoggiava quel pigiama e leggeva lo stesso numero del suo fumetto preferito per l'ennesima volta: lei si che poteva stare ancora un po' sveglia, mentre Margherita, la sorci-lina, già era a dormire. Una pace così pulita, avrebbero per-sino potuto crederci, quella sera forse ci avevano creduto, anche la madre di Caterina si era illusa, e zia Nuccia di sicuro, di sicuro più di tutti. Ma zio Santo era arrivato correndo, Caterina rivede in modo sfocato la sua irruzione, e non ricorda di cosa stessero parlando, magari ridevano pure, sente ancora il suo fiatone, nemmeno più la sua balbuzie, difficile dire che frasi avesse pronunciato, zio Santo, com'è che rese nota a tutti la notizia. Forse si spinse in casa e chiamò solo qualcuno di loro, forse soltanto suo fratello Salvatore, il padre di Caterina. Lui entrò con le labbra già serrate, la fronte improvvisamente solcata da miriadi di rughe e il principio di una colica, lasciò la moglie Laura fuori e Caterina, la figlia maggiore, a leggere un fumetto che ormai conosceva a memoria, lo aveva ricopiato per giorni su un album da disegno. Tra poco sarebbe finita l'estate dei suoi nove anni e Caterina non avrebbe ricordato che questo: l'urto del sedere che picchia sul sellino quando scendi per le scale in bicicletta, le schiacciate contro il muro, potenti quasi come quelle di Mila Azuki, e i topi morti trasportati dall'acqua nel canale di irrigazione del giardino accanto a casa, come il magro letto di un fiume in muratura, secco per la maggior parte del giorno, a orari precisi invece riempito di acqua che scorre impetuosa, i bambini vanno di corsa a ficcarci dentro le mani e schizzarsi tra loro, ci buttano macchinine e foglie e pietre, qualsiasi cosa la corrente possa trasportare via, poi scattano velocissimi per tentare di recuperarle.
© 2009, Einaudi
| 09 giugno 2009 | | Di Rosella Postorino |
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