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Cominciamo a leggere: L'estate che perdemmo Dio


Un romanzo di Rosella Postorino, edito da Einaudi

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Chi focu chi 'ndi vinni.
La frase fu pronunciata da zia Nuccia, nel corridoio, non troppo distante dall'ingresso, la mano sulla testa, poi era sci­volata sulla guancia, aveva tappato la bocca, come per impe­dire di pronunciarla ancora, una frase che per anni, per sem­pre, a ripensarci Caterina avrebbe avuto i brividi, e forse anche sua zia, non lo sa, non gliePavrebbe mai chiesto.. Zia Nuccia con la mano sulla bocca, stretta contro la mascella, il pollice e la prima falange dell'indice che tappano il naso: si sta impedendo di respirare ? o sta per piangere ? non ne avreb­be la forza, non è ancora tempo di scioglierlo in pianto que­sto nodo, è tempo per ora soltanto di corrugare le sopracci­glia, come colpiti da un male fisico, una fitta alla schiena, al piede, allo stomaco, un'emicrania improvvisa dolorosa come ghiaccio sulla fronte. Zia Nuccia era all'ingresso, era appena entrata, e lungo il corridoio c'erano anche il padre e la madre di Caterina, e zio Ignazio, il marito di Nuccia, e l'altro zio, Santo, il più pic­colo dei fratelli, lo zio balbuziente che era arrivato corren­do come un pazzo, mentre loro stavano fuori dalla porta a godersi il fresco della sera, tra i vasi dove erano sbocciate anche le gardenie, i fiori preferiti di Caterina. Stavano lì, sulle sedie smaltate di bianco - solo in basso, sulle gambe, lo smalto aveva ceduto, aveva scoperto il ferro arrugginito, ma nemmeno ci avresti fatto caso. Era un'abitudine stare al fresco la sera, i suoi genitori, zia Nuccia e zio Ignazio che conversavano, Caterina nel pigiama estivo con le bretelli-ne e minuscoli fiori ricamati sulla scollatura, il pantalonci-no corto come quello di una pallavolista, lei ne era così or­gogliosa che non sentiva nemmeno il fastidio delle zanza­re, sfoggiava quel pigiama e leggeva lo stesso numero del suo fumetto preferito per l'ennesima volta: lei si che pote­va stare ancora un po' sveglia, mentre Margherita, la sorci-lina, già era a dormire. Una pace così pulita, avrebbero per-sino potuto crederci, quella sera forse ci avevano creduto, anche la madre di Caterina si era illusa, e zia Nuccia di si­curo, di sicuro più di tutti. Ma zio Santo era arrivato correndo, Caterina rivede in modo sfocato la sua irruzione, e non ricorda di cosa stesse­ro parlando, magari ridevano pure, sente ancora il suo fiato­ne, nemmeno più la sua balbuzie, difficile dire che frasi aves­se pronunciato, zio Santo, com'è che rese nota a tutti la no­tizia. Forse si spinse in casa e chiamò solo qualcuno di loro, forse soltanto suo fratello Salvatore, il padre di Caterina. Lui entrò con le labbra già serrate, la fronte improvvisamente solcata da miriadi di rughe e il principio di una colica, lasciò la moglie Laura fuori e Caterina, la figlia maggiore, a legge­re un fumetto che ormai conosceva a memoria, lo aveva ri­copiato per giorni su un album da disegno. Tra poco sareb­be finita l'estate dei suoi nove anni e Caterina non avrebbe ricordato che questo: l'urto del sedere che picchia sul selli­no quando scendi per le scale in bicicletta, le schiacciate con­tro il muro, potenti quasi come quelle di Mila Azuki, e i to­pi morti trasportati dall'acqua nel canale di irrigazione del giardino accanto a casa, come il magro letto di un fiume in muratura, secco per la maggior parte del giorno, a orari pre­cisi invece riempito di acqua che scorre impetuosa, i bambi­ni vanno di corsa a ficcarci dentro le mani e schizzarsi tra loro, ci buttano macchinine e foglie e pietre, qualsiasi cosa la corrente possa trasportare via, poi scattano velocissimi per tentare di recuperarle.

© 2009, Einaudi



09 giugno 2009 Di Rosella Postorino


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