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Cominciamo a leggere Il silenzio dei chiostri

L'incipit del romanzo di Alicia Giménez-Bartlett edito da Sellerio


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La trovai sul divano. I capelli sciolti e scarmigliati le nascondevano la faccia. La testa era piegata sui cuscini in posizione innaturale. Le gambe puntavano verso il soffitto, nude e bianche, scoperte dalla gonna rovesciata intorno ai fianchi. Spalancai la bocca ed esclamai:
- Marina, cosa diavolo fai messa a quel modo ?
Allora Marina, figlia del mio terzo marito e pertanto in via semiufficiale mia figliastra, ricompose la sua contorta figura per ritrovare la stazione eretta. Congestionata da quel sottosopra, rispose:
- Vedevo tutto all'incontrano.
- Mi ha fatto una gran brutta impressione trovarti così.
- Perché ti è tornata in mente la gente assassinata...

Quella bambina di otto anni, taciturna, discreta, intelligente, aveva il dono di leggermi nel pensiero con spaventosa facilità. Mi piantava addosso i suoi occhi azzurro chiaro e automaticamente sapeva qualunque cosa mi passasse per la mente. Ma quella sua virtù che mi costringeva a vivere con la guardia alzata non mi piaceva affatto. Mentii:
- Gente assassinata? Che idea! Non ho pensato proprio a niente del genere.
- E allora cos'è che ti ha fatto tanta impressione? Improvvisai:
- Mi sei sembrata... un pollo appeso in una polleria!

Ci pensò su, cercando di trovare interessante l'idea di essere un pollo e probabilmente ci riuscì, perché con somma agilità si rimise gambe all'aria senza dire una parola.

Sospirai. Non avevo mai intrattenuto rapporti con i bambini fino al mio terzo matrimonio e dovevo ammettere che il loro comportamento aveva lati affascinanti. Erano strani, a volte incomprensibili, osservatori come i più acuti psicologi, sinceri come solo i matti sanno esserlo. In ogni caso, se con loro mi sentivo sempre sotto esame e mi vedevo costretta alla dissimulazione, potevo dare la colpa soltanto a me stessa e alla mia proverbiale capacità di complicarmi la vita. Marcos, il mio nuovo marito, non mi aveva mai chiesto di usare particolari cautele con i suoi figli riguardo alla mia attività di poliziotto. Certo, dava per scontato che non entrassi nei dettagli di un'autopsia mentre servivo la merenda, ma se c'era qualcuno che considerava poco adatte ai bambini le storie di commissariato, quella ero io. Sbagliavo, perché con tanti misteri riuscivo soltanto a eccitare ancora di più la loro curiosità e ormai le loro menti volavano come aquiloni nel vasto ciclo delle più strampalate congetture. Rugo e Teo, i gemelli, erano i più inclini a concepire fantasie sul mio lavoro. Bastava che mi vedessero tirar fuori un dossier per chiedermi se avessi un nuovo caso "veramente mitico" da risolvere. Ci misi un po' a capire che per loro "mitico" significava grondante sangue, meglio se a seguito di mutuazioni spaventose e sommarissimi squartamenti. Ma il non plus ultra sarebbe stato se un giorno si fosse deciso a comparire nella mia vita un autentico serial killer. Inutile spiegare che i serial killer, specie poco diffusa a qualunque latitudine, in Spagna sono rarissimi; sordi alle mie parole, i pargoli non erano disposti a rinunciare a quel bellissimo sogno.


© 2009, Sellerio editore Palermo


21 aprile 2009 Di Alicia Giménez-Bartlett


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