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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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Cominciamo a leggere: La collezioneUn saggio di Giampiero Mughini: un grande collezionista ci apre per la prima volta la sua biblioteca
Capitolo primo
In onore di una cameriera futurista
 | | leggi la recensione | Quando sono sbucato dalla metropolitana di Porta Genova, una mattina di poco più di un anno fa, il ciclo milanese era appena striato da qualche timida nuvolaglia sperduta nell'azzurro intenso. Per essere una giornata di fine novembre, niente a che vedere con la sua cupa leggenda di ciclo imbronciato e attristante. Quel cielo milanese di inizio secolo, «spesso reumatizzante in inverno dolorante preoccupato», di cui scrive Filippo Tommaso Marinetti in un suo tardo libro autobiografico. E se nello spazio di un secolo è cambiato il colore e l'aroma del ciclo milanese, figuriamoci tutto il resto. Dagli albori del Novecento, quando Marinetti (nato ad Alessandria d'Egitto nel 1876) aveva trent'anni nella «grande Milano tradizionale e futurista» e s'apprestava a scatenare in Italia e nel mondo l'uragano letterario e artistico del futurismo. Del cui esordio ufficiale, il Manifeste du Futurisme firmato da Marinetti sulla prima pagina del «Figaro» del 20 febbraio 1909, scocca in questo 2009 l'anno centenario. Marinetti e gli altri della sua banda, nessuno dei quali aveva toccato i trent'anni, avevano scritto questa tonitruante apologià della modernità alla notte, in quel suo appartamento milanese di via Senato sotto le cui finestre scorrevano allora le acque del Naviglio. Un appartamento, arredato da lampade moresche e da pesanti tappeti orientali, che a un futurista romano in visita apparve come una sorta di «eccentrica garçonnière» dove si muovevano una cameriera, una cuoca, una segretaria: «Tutto personale femminile, una specie di harem moderno». Al centro di questo «harem» imperava Nina Angelini, che a metà era la cameriera personale di Marinetti e a metà la segretaria di redazione delle sue edizioni. «Giovanissima e vezzosa» la descrive il giornalista Tullio Pànteo in un libro dedicato a Marinetti e pubblicato a Milano già nel 1908. Era lei che opponeva un «II signore dorme! » ai tanti che irrompevano a via Senato a chiedere e questuare, e laddove Marinetti stava lavorando nello studio accanto. Quando la Angelini muore, nel 1926, Marinetti e i suoi la celebrano con una plaquette in cui la innalzano a primattrice del futurismo degli esordi, una plaquette dove la ricordano lo scrittore Paolo Buzzi (per anni il braccio destro di Marinetti), il tipografo Cesare Cavanna (il prodigioso tipografo milanese capace di realizzare le acrobazie tipografico-visive dei primi libri paroliberi), il poeta e pittore napoletano Francesco Cangiullo. Ma come, non vi avevano insegnato fin dalle scuole materne che Marinetti teneva in nessun cale le donne?
 | Stampato su lastre di latta, Parole in libertà futuriste del 1932 è il libro monstrum del futurismo. L'idea ne era stata di Tulliod'Albisola, il padre della ceramica modernista. In una fabbrica di scatole di latta per dolciumi ci lavorarono mesi a editare 101 copie. Tutte le foto sono di Pino Settanni | Fatto è che quella mattina di fine novembre del 2007 mi stavo dirigendo verso la libreria antiquaria Pontremoli di via Vigevano, a duecento metri di distanza dalla stazione della metropolitana di Porta Genova. Dove mi aspettava un libro che porta la firma di Filippo Tommaso Marinetti, o meglio il libro che come nessun altro riassume la passione e la malia da cui scaturiscono le pagine che vi apprestate a leggere. Stavo per comprare il libro-oggetto per eccellenza del Novecento italiano e di chi ne colleziona le rarità cartacee. Non il libro letterariamente o culturalmente più bello o importante, questo no di certo, ma il più speciale, il più raro da trovare e da assaporare, uno dei libri d'artista più originali dell'intera cultura europea del secolo scorso. Parole in libertà futuriste olfattive tattili-termiche. Un libro fatto di latta, quindici fogli di latta su cui da una parte e dall'altra erano state litografate poesie e immagini, un miracolo artigiano realizzato da un'azienda specializzata nella produzione di scatole per dolciumi e alimenti vari, la ditta savonese di Vincenzo Nosenzo. Edito il 4 novembre 1932, nel bel mezzo dell'era fascista, quando Marinetti aveva cinquantasei anni che di nulla attenuavano la sua creatività, una creatività che in trent'anni di militanza culturale plateale e smargiassa aveva afferrato per la collottola e dimenato a più non posso la poesia, la pittura, l'architettura, l'arte tipografica, la fotografia, il teatro, la ceramica, la pubblicità, la filosofia del cucinare, la musica e per-sino «la radia», ovverossia la radio. Tranne che di «chirur-gia» s'era interessato di tutto e aveva messo becco in tutto, osservò sarcasticamente Terenzio Grandi, un affinato intellettuale e tipografo torinese che per Marinetti un po' aveva simpatia e un po' mica tanto. Torniamo al gran libro e al gran feticcio. Un libro che al sessanta per cento e forse più era merito di un altro dei grandi personaggi del nostro Novecento, il Tullio Spartaco Manzotti che nel 1899 era nato ad Albisola Marina e che Mari-netti aveva ribattezzato Tullio d'Albisola. Figlio di un maestro vasaio, scultore poeta e fotografo, era lui il padre della ceramica modernista italiana, della ceramica futurista innanzitutto, di una saga artigiana e creativa che va da Lucio Fontana al giovane Piero Manzoni. Era lui che aveva creduto fermamente alla possibilità di trarre un libro dalla latta, lui che aveva trafficato con gli operai e i macchinari di Nosenzo, lui che aveva scelto le poesie di Marinetti da litografare su ciascuna facciata, lui che aveva disegnato le chiazze di colore litografate sulla facciata retrostante come fossero delle esplosioni chimiche provocate dai versi di Marinetti. Quando Nicolay Diulgheroff, l'architetto bulgaro che dopo gli studi universitari s'era impiantato a Torino e che nel 1934 avrebbe progettato la casa-villa di Tullio d'Albisola nella sua città natale - a tutt'oggi un edificio che sul lungomare di Albiso-la si staglia a metà strada fra il sacrario e la fortezza del moderno -, ricevette un esemplare del libro, gli scrisse che con «il suo libretto di latta» aveva fatto di più a favore della causa del modernismo e dell'avanguardia che non «cinquanta architetti razionalisti» con il loro lavoro di cinque anni. Centouno copie pubblicate, almeno cosf recitano i manuali. Su duecentocinquantasei opere firmate da Marinetti in vita e censite da Domenico Cammarota nella più completa bibliografia del nostro eroe, il libro di latta figura cronologicamente al 167° posto. Un libro monstrum da regalare agli amici, ai compiici dell'avventura futurista, ai possenti del regime fascista. Dubito che qualcuno abbia comprato e pagato una delle cinquantuno copie riservate alla vendita, e se sì a quale prezzo ? Da quando colleziono le prime edizioni del Novecento, e dunque dai primissimi anni Ottanta, ne avevo intraviste in tutto una o forse due copie. Dal pittore Fabio Echaurren all'attore teatrale Sergio Reggi, al voracissimo collezionista Sergio Cereda, nelle loro raccolte di libri e materiali cartacei futuristi le Parole in libertà futuriste litografate sulla latta non c'erano. Lo aveva avuto e messo in vendita, una decina d'anni fa, un libraio milanese arruffone e geniale, Andrea Dal Lago. Era una delle due o tre copie che si conoscono complete della custodia in latta, quella che venne confezionata per la copia destinata a Benito Mussolini. Veniva dritta dritta dalla biblioteca di Giovanni Lista, il predatore perugino che già a partire dagli anni Settanta i cimeli del futurismo era andato a scovarli nelle famiglie degli eredi, stupefatti che quelle stranezze sepolte nei cassetti e negli armadi delle loro case avessero ancora un qualche rilievo. Andrea Dal Lago della sua copia chiedeva una gran paccata di milioni di lire. Non ce li avevo. Passai dallo stand di Dal Lago alla fiera milanese, del libro antiquario organizzata ogni anno da Marcello Dell'Utri, e ricordo che il libro lo sbirciai da lontano senza neppure prenderlo in mano. Per un collezionista guardare e non possedere una tale meraviglia è uno strazio fin troppo atroce. Ci avevo messo una pietra sopra. Nemmeno nella mia collezione quel libro ci sarebbe mai stato. Nella mia mancolista di prime edizioni del Novecento, una mancolista di cui ha copia Lucia Di Majo (la titolare della libreria Pontremoli), non lo avevo messo. Perché irraggiungibile. Ma Lucia sapeva benissimo che non lo avevo. Così come io sapevo benissimo che se gliene fosse arrivata una copia, avrebbe subito avuto alla porta della sua libreria tre o quattro collezionisti con la bava alla bocca. E molto più ricchi di me, i maledetti. Solo che Lucia era in stato di grave peccato mortale nei miei confronti. Uno dei libri che stavano nella mia mancolista, un memorandum sacro che lei avrebbe dovuto recitare a memoria cinque volte al giorno, lo aveva avuto, s'era dimenticata che mi mancava, e lo aveva smistato a un altro dei suoi addicts. Avesse costretto alla prostituzione una mia eventuale sorella, come offesa sarebbe stata al confronto una bazzecola. E perciò Lucia aveva la coda tra le gambe, aspettava ansiosamente di risarcire l'amico e il cliente.
 | In alto: una pagina della seconda e altrettanto rara Litolatta, quella del 1934 addobbata dalle illustrazioni di Bruno Munari. In basso: un libro pressoché introvabile di Armando Mazza, uno dei futuristi della primissima ora | La libreria Pontremoli è una delle poche librerie antiquarie italiane rimaste su strada. Ha un'insegna non particolarmente vistosa, ci vai se sai che c'è e dov'è. Nelle due vetrine accanto alla porta d'ingresso sono in mostra libri non particolarmente rari, che la luce li rovinerebbe. Entri e hai sulla sinistra un piccolo scrittoio in legno su cui impera Lucia o il suo socio Giovanni Milani, e della coppia non so ancora chi sia il Dr Jekyll e chi il Mr Hyde, chi il rigoroso professionista del libro e chi il satanico accoltellatore di collezionisti, o più probabilmente tutt'e due sono l'uno e l'altro. Vicino al tavolo stanno un paio di sedie su cui i libri sono ammonticchiati apparentemente alla rinfusa, ma non è affatto così: ogni montagnola ha purtroppo una sua ragion d'essere e di attizzare noi clienti. Alla destra di chi entra c'è un armadione con delle ante a vetri, che di solito non è il ricettacolo dei libri più importanti. Di fronte hai il fianco destro di una cassettiera molto grande, sul cui ripiano i libri sono assiepati a occupare ogni centimetro quadro e mentre i cassetti, quelli sì delle vere e proprie miniere diamantifere, vengono aperti di volta in volta e con aria sorniona dall'uno o dall'altro dei due proprietari. Lì in fondo un'altra libreria in legno, dov'è riposto il materiale più andante. Tranne che in quest'ultima libreria il pericolo alla Pontremoli si annida ovunque, voglio dire la proposta tentante, la miccia che si accende a rovinare il tuo budget dei prossimi mesi, il libro che raccatti con mano tremante da quanto lo avevi cercato. Se entri in una libreria antiquaria il meglio difatti è esplorare, ma non troppo. Se esplori troppo, se frughi dappertutto, se le tue mani non si placano nel cercare e nello sfogliare, è impossibile che qualcosa non la trovi e che il tuo budget non ne risenta. Un'edizione che hai già ma questa volta impreziosita da una dedica; un libro di cui non sapevi che avesse la sovracoperta o la fascetta editoriale e di cui a questo punto non puoi farne a meno a sostituire quello monco che hai a casa; magari un libriccino minore e carogna di un autore che ami e che ti mancava. Una mattina che ero andato alla Pontremoli a definire il prezzo d'acquisto di alcuni libri scelti e ordinati al telefono, il colpo al cuore arrivò quando meno me lo aspettavo. Era stato Giovanni ad aprire il cassetto superiore della cassettiera di cui ho detto, a spacchettare e a tirar fuori il fatale libro di Marinetti. «Ecco la litolatta», mi pare che abbia detto. Al che io ho risposto a modo di babbeo: «Quale?», ma in realtà avevo capito benissimo. La seconda delle due litolatte futuriste, quella con le illustrazioni di Bruno Munari pubblicata due anni dopo ancora da D'Albisola e anch'essa strarara, ce l'avevo da vent'anni. Lo avevo capito benissimo che non era quella a star facendo capolino dalla maledetta cassettiera. Ero senza fiato. Eccolo nelle mie mani il libro che reputavo irraggiungibile. Finalmente lo sfoglio e lo tasto, ed è la prima volta in vita mia. Un esemplare non perfetto, ma è pressoché impossibile trovare un esemplare perfetto della litolatta. E un materiale che nel tempo si piega, scolora, si arrugginisce. Le pagine di latta premono l'una sull'altra a fare danni reciproci. Con i due dèmoni della Pontremoli a questo punto c'era solo da pattuire il prezzo e i termini del pagamento. Lucia ci avrebbe pensato su, avrebbe commisurato lo stato dell'esemplare con quelli di proprietà di collezionisti milanesi che conosceva, avrebbe infine dettato la cifra/condanna. Ci demmo appuntamento a un paio di settimane dopo. Alla mattina di fine novembre che ho raccontato all'avvio del capitolo. Quando abbiamo pattuito il prezzo e mi sono portato via il libro, avvolto in una cartaccia da pacchi. Quanto al mio budget, da rasentare la bancarotta.
 | | A metà strada tra il colpo di genio e la fanfaronata, il libro di Marinetti e Fillìa dedicato alla cucina futurista è un gran spasso del futurismo degli anni Trenta. Ner è parte essenziale la fascetta editoriale (scritta da Marinetti). Sì e no la troverete in una copia su cento | Aver trovato le Parole in libertà futurista proprio mentre stavo per cominciare il libro dedicato alla mia collezione di letteratura italiana del Novecento mi sembrò un segno beneaugurante del destino. Un augurio bissato da un episodio avvenuto pochi giorni dopo. Un esperto ricercatore lombardo di materiali futuristi mi propose l'acquisto della collezione completa di «Pickwick», un quindicinale d'avanguardia di cui nel 1915 erano usciti cinque numeri a Catania, la mia città natale. Anche quella rivista non l'avevo mai avuta tra le mani in vita mia, né conoscevo qualcuno che la possedesse. Quando nel 1990 stavo lavorando al libro su Telesio Interlandi poi pubblicato da Rizzoli, l'avevo cercata disperatamente a poterla consultare, perché nel 1914 Interlandi stava debuttando da giornalista a Catania e quelli di «Pickwick» li aveva costeggiati e frequentati. L'avevo cercata in una biblioteca pubblica catanese di cui sapevo che ce l'aveva, ricevuta in dono dagli eredi di uno dei redattori della rivista. Niente da fare, la biblioteca era in riordino o qualcosa del genere. Impossibile consultare alcunché. Per una volta che mi rivolgevo a una biblioteca pubblica, non lo faccio mai. I miei libri nascono sempre dai libri che posseggo. Da un onanismo totale.
La data capolinea dell'uragano futurista scatenato da Marinetti nel febbraio 1909 è la notte del 2 dicembre 1944. La notte in cui Marinetti muore in una stanza dell'hotel Splendido di Bellagio, dov'era arrivato dopo avere abbandonato la casa veneziana in cui s'era rifugiato nell'ottobre 1943, quando la guerra aveva spaccato l'Italia in due e lui aveva scelto Salò. Fedele alla sua utopia del 1919, e a differenza di altri apologeti di avventure politiche e deliri ideologici del Novecento, per tutta la vita Marinetti non era stato di quelli che tuonano «Armiamoci e partite!» Lui le guerre del fascismo aveva voluto combatterle fino all'ultima, e in Russia c'era andato volontario nel luglio 1942, a sessantasei anni, quando già era stato vulnerato da un'ulcera duodenale e più volte operato. Va sulle rive del Don, dove faceva trenta gradi sotto zero. «Sente di dover meritare, ancora una volta, il proprio nome» ha scritto un suo biografo, Gino Agnese. Marinetti rientra in Italia nel novembre di quello stesso 1942, perché le condizioni ambientali sono tali da mettere a rischio la sua vita. Dalla tragedia dei campi di battaglia di Russia, quelli dov'era stato più barbarico lo scontro degli eserciti della Seconda guerra mondiale, era tornato fiaccato, smagrito, un pugnetto di ossa racchiuse nella divisa da ufficiale, un cuore che stentava a tenere il passo. Per tutto il 1944 i medici non faranno altro che raccomandargli il minimo di lavoro, il minimo di emozioni, e seppure lui continuasse a dettare ora alla moglie Benedetta (di ventidue anni più giovane) ora a qualcuna delle figlie. Nasce così La grande Milano tradizionale e futurista che Mondadori pubblicherà postumo nel 1969, e dopo che per oltre vent'anni l'editore milanese s'era rifiutato di editare i suoi libri. Alla mattina del I° dicembre Marinetti s'era messo faticosamente a scrivere su un quaderno della figlia primogenita Vittoria una poesia che sarà l'ultimissima sua opera, e che Mondadori gli pubblicherà in una plaquette postuma dalla copertina di un bianco terso che sa di lutto, Quarto d'ora di poesia della X Mas. Nella notte Marinetti si sveglia poco dopo l'una, a chiedere aiuto alla moglie. Non riesce a dormire, ha l'affanno, il suo cuore sta facendo i capricci. Alle due di notte, il cuore si arresta. La «caffeina d'Europa» s'era consumata e placata. Gli mancavano pochi giorni a compiere sessantotto anni. L'avventura del futurismo italiano era finita.
 | Il futurista Fernando Cervelli era un grande apprezzatore degli spaghetti e ne scrisse un'apologia in una poesia parolibera pubblicata in un volantino. In basso: il menù futurista per l'inaugurazione nel 1931 della Taverna Santopalato a Torino | E tuttavia quello che passa come il testo che suggella la storia del futurismo, è l'elegia e il ricordo che di Marinetti - «scatenatore di una bufera africana di giovinezza sul mediterraneo dell'arte» - scrive Pino Masnata, un poeta paro-libero del secondo futurismo che aveva allora quarantatre anni, uno che c'era stato anche lui nella Russia del 1942 e che aveva incontrato Marinetti a Venezia pochi mesi prima della sua morte. È un testo senza punteggiatura e senza minuscole pubblicato «dopo il 4 febbraio 1945» in un foglio volante di quattro pagine da distribuire in giro a elettrizzare e convincere, e di cui posseggo l'esemplare dedicato da Masnata «con affetto» a Luigi Scrivo, un altro dei futuristi della seconda ondata. Un atto di battaglia ideale alla maniera dei volantini futuristi del tempo eroico, quelli che negli anni Dieci e Venti loro lanciavano nei teatri dov'era scoppiato un finimondo di urla e cazzotti tra chi li applaudiva e chi li bestemmiava, o che facevano piover giù dalla «prima terrazza» del Duomo di Milano «tra lo svolazzar dei colombi impauriti e la curiosità dei viandanti». Quelli di cui Alberto Moravia scrisse una volta che erano i testi letterariamente più riusciti del futurismo. Testi brucianti e guasconi dov'erano messi alla berlina ora il culto «estenuante» di una Venezia preda di antiquari fraudolenti, ora le «cosce ondulanti» delle ragazze di Montmartre che infiacchivano gli uomini da come erano addobbate e provocanti; testi dov'erano dettate perentoriamente tanto le regole del poetare moderno, quanto le visioni sconvolgenti di un'architettura innovatrice. In quel foglio volante Masnata commemora il maestro e il padre ideale, ma anche il padre suo vero, che il destino aveva voluto morisse in quegli stessi mesi. Nato a Sassella nel 1901, di professione medico, uno che nel secondo dopoguerra continuerà la sua attività e la sua predicazione a favore della poesia visiva, Masnata era uno dei tanti giovani intellettuali italiani degli anni Venti che a Marinetti dovevano tutto. Gli dovevano una pista, un'occasione editoriale, un giro ài rapporti e ài affinità, iì gran circo promozionale costituito dal futurismo, l'orgoglio di appartenere a una squadra intellettuale attiva e vitale, l'ambizione di «ricostruire» l'Universo a loro modo, talvolta i soldi di che pagarsi il treno per partecipare a una serata futurista. È Marinetti a pubblicare le opere più importanti e visivamente plateali di Masnata, a cominciare da uno dei libri cruciali di ogni bibliografia e mostra futurista, le Tavole parolibere pubblicate nel 1932 dalle marinettiane Edizioni Futuriste di «Poesia», che s'erano nel frattempo spostate a Roma. Li dove s'era trasferita la famiglia Marinetti, lui, la moglie Benedetta e le tre «pupe» Luce, Ala e Vittoria. A piazza Adriana 30, e dov'è adesso una targa commemorativa apposta dalla giunta comunale di cui Francesco Rutelli era il sindaco e Gianni Borgna l'assessore alla Cultura.
© 2009, Giulio Einaudi editore
| 02 aprile 2009 | | Di Giampiero Mughini |
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