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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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Cominciamo a leggere: Causa di forza maggiore | | leggi la recensione | Un romanzo di Amélie Nothomb, edito da Voland e tradotto da Monica Capuani
Leggi la recensione >>>
- Se le muore inopinatamente un ospite in casa, si guardi bene dall’avvertire la polizia. Chiami un taxi e gli dica di condurla all’ospedale con l’amico che ha avuto un malore. Il decesso verrà constatato appena arrivati al pronto soccorso e lei potrà assicurare, testimone alla mano, che il trapasso del tizio è avvenuto durante il tragitto. In questo modo, la lasceranno in pace. – Io, a dire la verità, mi sarei preoccupato di chiamare un medico, non la polizia. – Stesso risultato. Quelli sono tutti in combutta. Se qualcuno di cui non le importa un accidenti ha una crisi cardiaca nel suo appartamento, il primo a essere sospettato è lei. – Sospettato di che, se ha avuto una crisi cardiaca? – Finché non verrà dimostrato che è stata una crisi cardiaca, casa sua sarà considerata come la scena di un crimine. Lei non potrà più toccare niente. Il suo alloggio sarà invaso dalle autorità, ci mancherà poco che non traccino la posizione del corpo con il gesso. Si sentirà a disagio. Le faranno mille domande, sempre le stesse. – E dov’è il problema, se uno è innocente? – Ma lei non è innocente. Una persona le è morta in casa. – Bisogna pur morire da qualche parte. – A casa sua, non al cinema, non in banca, non nel sonno. Quel tale ha aspettato di trovarsi a casa sua per passare a miglior vita. Le coincidenze non esistono. Se è morto nella sua abitazione, lei c’entra per forza qualcosa. – Ma no. Quella persona può aver provato un’emozione violenta, che non c’entra affatto con me. – Ma ha avuto il cattivo gusto di provarla nel suo appartamento. Vada a spiegarlo alla polizia. Anche supponendo che le autorità alla fine le credano, fino a quando lei ha il cadavere in casa, quello non si tocca. Se è morto sul suo divano, non potrà più sedercisi. Se è trapassato alla sua tavola, si abitui a condividere i pasti con lui. Bisognerà che coabiti con un cadavere. Per cui, glielo ripeto: chiami un taxi. Ha mai fatto caso, nei giornali, alla formula di rito: “L’uomo è morto mentre veniva trasportato in ospedale.” Ammetterà che è buffa, questa propensione che ha la gente a morire durante uno spostamento, a bordo di un veicolo anonimo. Sì, perché lo avrà capito che non deve usare la sua auto. – Non sta un po’ esagerando con la paranoia? – Da Kafka in poi, è dimostrato: se uno non è paranoico, è lui il colpevole. – Ma allora è meglio non invitare mai nessuno. – Sono contento di sentirglielo dire. Proprio così, meglio non invitare mai nessuno. – E noi, signore, cosa stiamo facendo? – Siamo stati invitati, mica abbiamo invitato noi. Siamo parecchio furbi, noi. I nostri ospiti devono apprezzarci non poco, per correre il rischio che gli si venga a morire in casa… – Lei mi sembra in buona salute. – Si dice sempre così. Lei lo sa com’è. È più tardi di quanto pensiamo. Forse ci resta pochissimo da vivere. E questo poco tempo non dovremmo dedicarlo alle mondanità. – E come mai lei è qui? – Per una ragione identica alla sua, immagino: perché è difficile rifiutare. Una domanda meno misteriosa di quest’altra: perché i nostri ospiti ci hanno invitato? – Parli per sé. – Non intendo affatto mettere in dubbio i suoi pregi o quelli delle persone che abbiamo intorno. Ed è tanto più bizzarro per il fatto che tutti i presenti, individui intelligenti e che provano visibilmente una certa simpatia, se non addirittura amicizia, gli uni per gli altri, non hanno assolutamente niente da dirsi. Li ascolti. È inevitabile: superati i venticinque anni, tutti gli incontri umani sono una ripetizione. Il signor tal dei tali le parla e lei pensa: “Ecco, è il caso 226 bis.” Che noia. So già tutto quello che mi dirà. Io sono qui stasera unicamente perché non mi va di inimicarmi i nostri ospiti. Sono miei amici, per quanto non mi interessi la loro conversazione. – E non ricambia mai la cortesia? – Mai. Non capisco perché continuino a invitarmi. – Forse perché lei stesso è la migliore smentita di quanto afferma: quello che mi ha appena raccontato sulla morte, non l’avevo mai sentito.
© 2008 Voland, prima edizione febbraio 2009
| 24 marzo 2009 | | Di Amélie Nothomb |
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