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Cominciamo a leggere: Lotta civile

Un saggio di Antonella Mascali edito da Chiarelettere

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Dalla Prefazione di don Luigi Ciotti

C'è un tratto comune che lega le testimonianze raccolte in questo libro, oltre a quello di aver conosciuto da vicino, sulla propria pelle e nella propria anima, la violenza criminale e mafìosa. Quella violenza che rende orfani o vedovi, che distrugge parentele e affetti e, assieme, rischia di uccidere l'idea e la voglia del futuro.
   Il filo comune è la fiducia nei giovani, la speranza nelle nuove generazioni, nella loro capacità di capire e di reagire, di costruire cambiamento. Una capacità che, però, si potrà dispiegare pienamente solo se qualcuno saprà tenere alta la fiaccola della memoria, spiegare a chi non c'era cosa è successo e perché, quante e quali vite sono state spezzate. Raccontare cosa significa crescere senza poter più chiamare una madre, una sposa e una figlia, come è accaduto alla famiglia di Silvia Ruotolo, uccisa dai killer della camorra solo per «essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato». O - com'è stato per Margherita Asta - facendo i conti con il fatto che la propria famiglia è stata, letteralmente, disintegrata dall'autobomba predisposta per uccidere il giudice Carlo Palermo. Sua mamma Barbara e i fratelli Giuseppe e Salvatore, gemelli di sei anni, sono stati fatti a pezzi perché si sono trovati casualmente sulla linea del fuoco, nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.
   Oppure trovandosi a dover diventare adulti senza padre e senza giustizia, come per Maddalena Rostagno, che ancora aspetta verità e, assieme alla mamma Chicca e alla zia Carla, anche risarcimento morale per i depistaggi, le inerzie investigative, i polveroni e le calunnie che sono seguiti all'uccisione di Mauro, brillante e anomala figura di giornalista, da sempre impegnato nel sociale e contro la mafia. Venne assassinato il 26 settembre 1988 a colpi di fucile proprio davanti all'ingresso della comunità terapeutica in provincia di Trapani cui aveva dedicato molti dei suoi anni e della sua contagiosa passione.
   Il 31 marzo 1984 Viviana Matrangola aveva solo dieci anni. Sua sorella Sabrina, quindici. Quella notte la loro madre, Renata Fonte, assessore alla cultura di Nardò, vicino a Lecce, venne trucidata davanti al portone di casa. Stava rientrando da una seduta del consiglio comunale dove si era battuta contro i progetti della speculazione edilizia. Racconta Viviana che Renata, dotata di alte sensibilità poetiche e artistiche oltre che civili, era divenuta rappresentante di un movimento «che denunciava la presenza di metodi mafiosi a Nardò e nella zona mentre tutti ancora pensavano al Salento come all'isola felice. Si era messa a capo del comitato di salvaguardia di Porto Selvaggio denunciando il progetto di speculazione edilizia non solo in consiglio comunale ma anche in radio e in televisione. E la battaglia che le costerà la vita».
   Difendere i beni comuni, amare la propria terra, servire la propria città può dunque portare a sacrificare la vita quando il connubio tra affari e politica si fa troppo stretto e inconfessabile.

© 2009 Chiarelettere editore



20 marzo 2009  


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