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INTERVISTA

Il rock progressivo? Un melting pot


Foto Effigie
Ecco come Franz Di Cioccio, storico componente della mitica Premiata Forneria Marconi racconta le origini del rock progressivo, il genere musicale che lo ha visto protagonista in Italia


Il progressive internazionalmente arriva nel 1967, qundo finisce il periodo del pop più psichedelico...

L’Italia è un paese dove le cose arrivano magari con qualche anno di ritardo. Si cominciava a respirare qualcosa di diverso intorno al 1969. La decade dei Sessanta era già piuttosto infiammata di una musicalità forte. Vedi per esempio i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Moody Blues, gruppi che avevano traghettato un modo di suonare che non era più il beat. I Led Zeppelin erano un gruppo che faceva dell’hard rock, poi trasformatosi in heavy metal, quando il suono è diventato un po’ più duro. Però il rock che aveva quella componente di durezza, anche se minore dell’heavy metal che si affermò negli anni successivi, derivava da una matrice blues tipica anglosassone – il blues in Inghilterra ha sempre attaccato molto, è sempre stato un paese culturalmente vicino a quel genere di musica.  In più si  inseriva una nuova componente, l’hard rock. Tutto questo mischiato stava facendo crescere una nuova corrente. Una parte se vogliamo “intellettuale”, e una parte che traeva ispirazione dalla sperimentazione del jazz, dal rhythm’n’blues, un po’ dal funky, e anche da una serie di componenti come le ballate tipiche della scrittura inglese che si rifanno alla tradizione celtica, alla musica popolare britannica. Tutto questo si stava trasformando in una specie di melting pot, che andava sotto il nome di rock progressivo. Progrediva in una strada diversa dal rock di matrice anni Cinquanta e dal beat.

Il progressive, abbandonando la classica struttura da 3 min e mezzo, introduce la suite…

Indubbiamente sì. Questo avveniva in tutto il mondo. Una delle componenti a parte il jazz, la sperimentazione e le altre situazioni menzionate in precedenza, è la musica classica. In questo periodo la tastiera prende una certa predominanza sulla chitarra. La chitarra nel rock ha avuto una sua parte importante e l’avrà sempre. Però in questa fase musicale, se possiamo dire, un po’ più colta la tastiera e un modo di accompagnare, di suonare che si riferisce a studi classici del tastierista, giocavano un grandissimo ruolo. Tutto questo in un momento in cui si sentiva la necessità di far emergere gli strumentisti. Perciò la forma canzone ritornello + ritornello, inciso + un altro ritornello e poi si sfuma, tipica della tradizione classica dei dischi fino a quel momento, diventava stretto. Soprattutto se c’erano dei solisti che erano in grado di sfoggiare ottime qualità di strumentisti. La gente ha cominciato ad avvicinarsi ai concerti un po’ con la ritualità che si ha durante un concerto di musica classica. Si ascolta della musica e non si ascolta il successo. Non c’è più un singolo. C’è solamente la musica. Per cui i concerti si allungano. Le canzoni si allungano. Gli assoli diventano una parte integrante, e nasce questa corrente che si chiama musica progressiva. Perché progredisce in un senso che è diverso dall’altro per contraddistinguerlo da quello che è l’hard rock, il rock anni 50 e il beat. Poi diventa rock più o meno romantico o può diventare rock sinfonico, tutto dipende dalla componente predominante.

Una differenza rispetto ad oggi è il fatto che la copertina, realizzata da veri e propri artisti, rendeva l’Lp un oggetto da collezione.

Diventava un supporto nel quale il musicista, il gruppo, insomma l’artista, trovava un ulteriore modo per comunicare. Era un ampliamento del modo di comunicare la musica. La copertina dava un senso pittorico, se vuoi. Attraverso le immagini cominciava a farti entrare in quello che era il discorso musicale. Bisogna ricordare che le copertine erano di grandi formati ed erano di carta. La carta ha un altro fascino rispetto al box che c’è adesso con caratteri molto piccoli. Per cui anche la grafica ha avuto un grandissimo sviluppo, come l’immagine la fotografia, la pittura. Alcuni avevano dei dischi che erano dipinti, delle vere e proprie opere d’arte. Basti vedere le copertine di Roger Dean o quelle dello studio Hipgnosis. Altri invece hanno sviluppato la parte fotografica. La cosa interessante era riuscire ad unire insieme due forme artistiche, l’immagine, il segno e i colori con la musica. Oggi è diventato un po’ più sterile questo discorso.


Le case discografiche si muovono e creano delle etichette specializzate, da La Decca alla Deram, dalla Phonogram alla Vertigo.

È un modo per creare delle zone precise di influenza musicale. Come se fossero delle piccole tribù. Uno sapeva che la Vertigo aveva un tipo di prodotto per cui il marchio Vertigo significava qualità di quel tipo di prodotto. La discografia ufficiale continuava a pubblicare “l’ufficialità della musica".

La fine del progressive è il punk?

No, la fine del progressive non è il punk. Il punk non è altro che un’altra corrente che si è sovrapposta. La fine del progressive è un’involuzione del costume dove la musica è ritornata ad essere un prodotto da consumarsi velocemente. Sono cambiati i gusti per cui è tornata ad essere una musica, non dico di élite, ma con una sua collocazione precisa, di nicchia, un po’ come il jazz. Spesso il jazz ha dei momenti di grande fioritura legata ad alcuni suoi solisti molto importanti. Allora cresce nel gusto del pubblico. I dischi prog erano lunghi, si ascoltavano nel tempo necessario, oggi con l’imprinting delle radio le cose sono necessariamente cambiate. Le radio hanno cominciato a diffondersi negli anni Settanta ma sono diventate importanti negli anni Ottanta. I tempi hanno fatto sì che la musica dovesse essere più breve per essere proposta e assorbita in una maniera più veloce. La musica punk è un tipo di musica con un germe di ribellione diverso da quello del progressive, del resto ogni generazione ha un suo modo di comunicare. Una forma musicale non decreta mai la fine dell'altra ma è sempre una cosa che si sovrappone, che è figlia della generazione precedente.

Però il punk recupera un po’ la forma “tre accordi” del rock’nroll...

Questo accade in tutti i tempi. Quando si va troppo oltre bisogna ricominciare da capo. Ripartire dalla base per rifare il percorso. La generazione rifà il percorso percepisce tutto come una scoperta. Oggi vedo che ci sono ragazzi estremamente giovani, 17-18 anni, che vengono a vedere i concerti della PFM e sono entusiasti di scoprire questa musica che ti lascia dentro molte emozioni. È differente dall'ascolto di 3 minuti che può darti una scossa, ma non ti permette di giocarci di essere dentro, di essere tu il protagonista. In poche parole sei tu che fai la magia del concerto. La magia dell’ascolto. E non sei il soggetto passivo di un ascolto.

Cosa ha voluto dire per la PFM affacciarsi al mercato internazionale?

Vuol dire riconoscere un’identità che fino a prima non era mai stata tenuta in considerazione. Noi italiani eravamo considerati un popolo di mandolinisti, di mangiatori di spaghetti. Avevamo esportato all’estero Caruso, Volare, Gina Lollobrigida Rodolfo Valentino e cose di questo tipo. Far parte di una corrente mondiale come quella della musica progressive, venire dall’Italia, raggiungere le prime posizioni nel mondo in questo genere significava un riconoscimento del talento della musicalità italiana. Perché comunque la PFM non ha mai fatto una musica che si compiaceva del genere anglosassone, ma ha sempre suonato la sua musica, con le sue radici. Un progressive che aveva come base i linguaggi prog  ma filtrati attraverso la nostra personalità: per cui Celebration era una tarantella rock, Dove e quando attingeva alla tradizone dei nostri Madrigali… 
Questo ha permesso di creare una corrente all’interno del genere prog in cui la gente potesse riconoscersi. Non era solo un fatto internazionale di lingua inglese ma anche un fatto italiano. Per noi questo fu un grande successo. Lo è a tutt’oggi. Perché questo dimostra che quando hai talento ce la puoi fare anche se non sei madrelingua, anche se non sei nato là.


Cosa fa ora la PFM?


La PFM fa la PFM!

Avete realizzato un musical: Dracula...

Non un musical, ma un’Opera rock. È una rilettura di Dracula, il romanzo di Bram Stoker. Opera rock perché ha una chiave molto romantica, un’impostazione potente  e non ha la lettura da musical all’americana. Ma si rifà ai grandi momenti di questo genere come Tommy o Jesus Christ Superstar. Uno spettacolo che dura due ore e mezza.

Come è nata l’idea?

La PFM ha sempre avuto l’idea di realizzare un’opera rock. L’opera rock nasce in quel periodo e ovviamente siamo rimasti affascinati dall’esperienza degli Who, di Jesus Christ, di Hair. Ce l’avevamo in mente da molto e questa volta ci siamo messi pazientemente a lavorare per ben tre anni con l'aiuto per i testi di Vincenzo Incenzo che ha collaborato con nomi come Renato Zero, Patty Pravo, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Michele Zarrillo e anche con noi. Oltre allo spettacolo vero e proprio, che ha debuttato a marzo al Gran Teatro di Roma con la regia di Alfredo Arias, è in vendita anche il cd musicale .

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Biografia



03 maggio 2006 Di Francesco Marchetti


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