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INTERVISTA

Paolo Fresu: dentro la Sardegna, la musica e il jazz

"Jazz? Una parola troppo corta per il sound che rappresenta al meglio la società odierna. Bisognerebbe ribattezzarla musica attuale." Ecco l'intervista di Massimo Villa a Paolo Fresu per RadioAlt



“I suoni erano nella mia infanzia già a cinque sei anni. Prima erano quelli del vento, dell’acqua, delle foglie delle querce che, insieme ai belati delle pecore, riempivano le mie giornate in campagna. Poi erano quelli dell’armonica a bocca e della chitarra che provavo a strimpellare.”
Tutto parte dalla Sardegna, dalla piccola Berchidda, ma è la musica, o meglio il jazz, il vero protagonista di questo libro autobiografico di Paolo Fresu.
Jazzista classe ’61, racconta in questa lunga intervista l’infanzia nella banda, la scoperta del jazz grazie a Clifford Brown, le lezioni di tromba a Siena con il grande Enrico Rava, i concerti in giro per il mondo...E di quella volta che, per troppa timidezza, scappò di fronte all’opportunità di incontrare il suo idolo musicale, il grande Miles Davis.  




La prima cosa che colpisce è la lontananza del mare. Un luogo comune della Sardegna sono le spiaggie. Invece la Sardegna è anche come un piccolo continente, e, per qualcuno che è di montagna e di campagna, il mare è lontano quasi come è lontano per un milanese.



Assolutamente sì, direi che il termine piccolo continente è proprio giusto perché la Sardegna ha una varietà di luoghi, di visi, di lingue, di cucine enorme. Chi non la conosce bene probabilmente fatica a immaginarlo. Io vengo da un paesino, si chiama Berchidda, di cui si parla spesso nel libro, che sta a 30 km dal mare. Per me il mare era un incubo, andare al mare era già un viaggio enorme. Esiste una Sardegna delle coste e fortunatamente esiste una Sardegna dell’interno, che non è soltanto Nuoro,  la barbagia. Per noi l’interno è anche un paese come il mio, che sta a 15 minuti dal mare, ma che continua a essere lontano. Personalmente non so nuotare e questa la dice lunga sul mio rapporto con il mare.


“La Sardegna mi identifica, mi crea e mi nutre”. Onestamente le pagine più belle sono quelle dedicate alla Sardegna e alla sua terra, ne è cosciente? E vuole parlare ancora un pochino di più di questo “mi identifica, mi crea e mi nutre”?

Nascere in Sardegna, per molti, è un difetto, una barriera, significa partire svantaggiati. È difficile parlare della sardità, è un misto di orgoglio, di cose che sono legate alla cultura, all’infanzia, ai colori, ai profumi, esiste una sardità che difficilmente noi sardi siamo in grado di raccontare. Forse questa sardità è un termine abusato, ma di fatto esiste, esiste un modo di essere sardi, di riconoscersi in una cultura che al giorno d’oggi è un grande bene, soprattutto un grande valore aggiunto, come si usa dire nei linguaggi moderni.
 Significa comunque ritrovarsi in un luogo, in un modo di essere che in qualche modo ti rappresenta e che ti permette di andare in giro per il mondo ad armi pari, a raccontarti con un tuo bagaglio che non è né meglio né peggio di quello degli altri, semplicemente va condiviso e mi sembra un bel modo, soprattutto al giorno d’oggi, di girare per il mondo, di imparare, di apprendere. Quindi per me, questo essere nato in Sardegna è fondamentale, ritengo che abbia influenzato il mio modo di essere artista oggi, e per essere artista non intendo solamente suonare la tromba, significa pensare l’arte in un modo più ampio, a 360 gradi. Non esiste solo la tromba da suonare, esiste un modo di concepire la musica, di condividere la musica con gli altri linguaggi e con le altre cose del mondo. La musica mi ha dato l’oppportunità di apprendere e conoscere il mondo, è stato un rapporto fondamentale. In Sardegna, il jazz l’ho appreso da solo, ho passato la mia infanzia in campagna. Nell’ultimo capitolo del libro, che è quello dedicato alla lingua, parlo appunto di due lingue, una lingua che è quella metabolizzata, come dire, nel grembo materno, che è quella che parlava mio padre, la  lingua  con cui si sussurrava alle bestie, al mondo animale e poi esiste un’altra lingua, quella del paese. Faccio questo paragone quasi geografico. Noi abitavamo in campagna, il paese stava a 8 km, ma la lingua di campagna era diversa dalla lingua del paese, la lingua della campagna era una lingua dolce, in qualche modo sussurrata, la lingua del paese era una lingua dura, con le dinamiche del piano e del forte perché era la lingua che serviva in qualche modo ad affermarsi all’interno della società. E allora venire dalla Sardegna è fondamentale perché mi ha dato quell’imprinting che mi è servito poi per capire dove io volevo andare con il suono.




Quindi avere una radice forte, propria aiuta a scoprire gli altri.


È fondamentale non soltanto per scoprire gli altri ma oserei dire anche per cercare di capire gli altri. Questo mi è stato insegnato anche nella mia famiglia, che è una famiglia di contadini e di pastori, laddove ho appreso il concetto di famiglia allargata, il bisogno del prossimo, il bisogno di condividere le cose con gli altri, il mutuo soccorso...Tutta quella serie di cose che facevano parte del mondo contadino di allora che forse era diverso da quello degli anni 50, ma che io ho avuto ancora la fortuna di poter vivere. Questo è stato fondamentale perché mi ha permesso di scegliere poi una musica che non era rurale, ma che veniva dalle grandi metropoli, di New York, Los Angeles, San Francisco, Chicago. Questo rapporto con la terra, quindi con la Sardegna, mi è servito per andare all’interno di questo mondo con una certa disinvoltura ed onestà intellettuale.

Comunque è sorprendente che una persona giovane come lei abbia avuto ancora la possibilità, in Sardegna, di conoscere un mondo piuttosto antico, molto lontano dalla modernità.
Volevo tornare a quando lei era bambino: dice che a 8, 9 anni ha trovato la Orsi di suo fratello nella custodia e quello che l’ha colpita era l’odore dell’olio dei pistoni. Allora la tromba è anche una macchina?



La tromba è anche una macchina. Allora era soprattutto una macchina, un oggetto inanimato che io guardavo rapito. Mio fratello ha cinque anni più di me, andò in seminario, suonava nella banda e quindi avevamo questa tromba in casa. Lui partì e io vedevo tutti i giorni questo strumento. C’era  questa custodia nera con il velluto rosso che sapeva di olio, di pistoni, non dimenticherò mai quell’odore, odore che ho ritrovato nella sala della banda musicale dove c’erano gli strumenti vari appesi agli attaccapanni sui muri,  in più c’era l’odore del sudore, della fatica, per cui per me la musica, soprattutto in quegli anni, era sinonimo  di luce e di odori.
Ricordo anche l’odore dell’essenza di patchouli del mio compagno di viaggi musicali  di allora: lui suonava un basso elettrico, un Fender bianco, e mi accompagnò in tutti quegli anni di apprendistato nei complessi musicali, perché io ho iniziato a  suonar in banda, dalla banda poi sono passato con i  complessi con i quali suonavamo alle feste di matrimonio e di paese. La tromba è uno strumento che ho incontrato casualmente, per certi versi: il maestro della banda voleva affibbiarmi il clarinetto o il bombardino perché evidentemente in quel momento mancavano quegli strumenti. A casa c’era solo la tromba e non potevamo permetterci di comprare un altro strumento.
L’esperienza della musica l’ho vissuta in modo molto fisico e la tromba è uno strumento estremamente fisico, ha che fare con il corpo, il mezzo vibrante sono le labbra, il suono si produce attraverso il corpo, le cavità e quindi questa fisicità della musica mi è rimasta in qualche modo tutt’ora. Non è casuale che suoni in posizioni fetali assolutamente bizzarre, perché penso che la musica sia un modo di essere avvolti da qualcosa  di misterioso. Poi, nel momento in cui ci si soffia dentro, questo strumento diventa uno straordinario mezzo espressivo nel quale io ho scoperto il mondo.



La banda le è rimasta nel cuore, occasionalmente, quando può, dice di continuare a suonare nella banda del suo paese. E la banda è un mondo che, al di là della musica che produce, che tante volte non è meravigliosa, esprime proprio il concreto di una collettività, regala dei momenti di svago e di allegria.  



Assolutamente viva le bande, anzi, speriamo che le bande possano vivere a lungo. In primo luogo perché sono una scuola straordinaria di musica , soprattutto in un paese in cui non è che si investa molto sulla didattica e sulla conoscenza e poi perché tutti i musicisti di jazz che suonano la tromba, il trombone, il flauto vengono dalle bande. Ma al di là del fatto che la banda sia una buona scuola per la musica, la banda è soprattutto una scuola di vita: è lì che io ho imparato a vivere, ho fatto le mie prime uscite dal mio paese per andare nei paesi vicini, si andava a Monti o a Toscari per andare a suonare nelle processioni. Si scopriva il mondo, la banda era anche lo strumento per relazionarsi con gli altri, con quelli della mia età e con quelli più grandi, è anche un modo per condividere la musica con il prossimo. Sembra una banalità, ma un pianista che va al Conservatorio di musica non ha l’opportunità di suonare con nessuno prima del settimo, ottavo anno. Io quando sono andato al Conservatorio avevo una musicalità estremamente sviluppata, questo perché ho avuto l’opportunità di condividere il mio suono con quello di tutti gli altri dal primo giorno in cui entrai in banda


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Nel suo libro, poi, si approfondisce proprio il rapporto con la sua musica. Il momento più profondo dal punto di vista musicale è sicuramente quello dell’incontro con il suono di Miles Davis. Lei però  ha avuto un momento di timidezza quando è stato invitato ad andare in camerino ad incontrarlo. Non ha mai avuto in questo modo l’opportunità di vedere lo stregone da vicino, ma la ricerca del suono credo sia la parte centrale della sua evoluzione.            


Per me la musica è suono in primo luogo. Certo la musica è anche fatta di tante altre cose, è fatta di suono, è fatta di note, di note belle, di note brutte, di accordi , è fatta di sovrapposizioni di suoni, è fatta di belle melodie, è fatta di arrangiamenti, è fatta di architetture sonore. Se dovessi trovare il vero parametro fondamentale, la pietra d’angolo, io ritengo che questa sia il suono, senza il suono non esiste una musica. Poi questo suono può generare una musica bella, una musica brutta , una musica dolce, stridente, ma il suono è il vero protagonista della musica, della nostra vita del quotidiano. L’incontro con il suono di Davis  per me è stato illuminante, ho scoperto attraverso quel suono dopo essere passato attraverso la banda musicale, dopo essere passato attraverso i complessi, dopo aver sentito il primo trombettista di jazz  alla radio, che non so chi fosse, poteva essere Clifford Brown o Lee Morgan o comunque uno che suonava velocissimo e fu la cosa che mi colpì allora del jazz.
Però, quando ho sentito il suono di Davis, in particolare di una bellissima versione di 'Round Midnight, registrata per la Columbia nel 1956, con la tromba con la  sordina, sono rimasto sconvolto da questo suono e da questa ricchezza e da questa intimità del suono. Sentivo dietro il suono della tromba una voce che cantava, raccontava una storia straordinaria. Il jazz è una musica misteriosa, universale, forte, piena anche di significati altri, non solo quelli estetici, nel jazz c’era un messaggio, una storia legata all’aspetto razziale, il jazz era dalla parte dei deboli.
Attraverso il suono di Miles ho scoperto che dietro il jazz c’era una ragione altra che non era più solamente il bello, la ricerca del bel suono, la ricerca della bella nota, ma dietro il jazz c’era un qualcosa di molto più profondo, che era legato alla società, alla vita, addirittura agli aspetti mistici della musica e della religione. Tutte queste cose mi hanno fatto sentire importante, nel senso che avevo scelto una musica non solamente per la bellezza, ma perché dietro c’era un messaggio preciso. E questo mi ha portato poi a fare delle scelte di vita, personali, a scegliere una musica piuttosto che un’altra: il jazz mi ha suggerito un percorso nuovo, questa musica mi ha dato la maturità di fare la scelta giusta prima del previsto.    



Per molti anni il jazz europeo ha significato un’avanguardia, a mio parere con pochissime eccezioni, piuttosto sterile, mentre da un certo punto in avanti ha trovato uno spazio proprio nella grande storia del jazz. È mai stata tentato dalle freddezze jazzistiche dell’avanguardia europea, degli olandesi, dei tedeschi?



Nell’82, durante uno dei miei primi ingaggi professionali grazie a Bruno Tommaso, del quale parlo nel libro, fui invitato a fare parte di un progetto di avanguardia europea cui partecipavano, tra gli altri, Eugenio Colombo, Giancarlo Schiaffini, Filippo Monico, Renato Cordovani. Io mi sentivo come un pulcino bagnato, stavo all’interno di questa cosa senza sapere bene di che si trattava, non ero abituato. Conoscevo Davis, conoscevo Chet Baker, conoscevo le avanguardie ma in qualche modo non mi appartenevano più di tanto. È stato un periodo della mia vita in cui mi ritrovavo a far parte di progetti molto diversi tra di loro: Bruno Tommaso mi invitò a fare parte del suo sestetto in cui si suonava una musica tradizionale, che aveva a che fare anche con quella classica, barocca; con Paolo Damiani e Gianluigi Trovesi fui coinvolto in un progetto di avanguardia, in cui si trattava il tema della musica del Mediterraneo, in particolare della musica calabrese; invece con Giovanni Tommaso, Massimo Urbani e a Roberto Gatto suonavo il bebop di natura europea. Erano musicisti e musiche completamente diverse tra di loro. Ho fatto poi la mia scelta, ma queste esperienze sono state fondamentali per superare un tabù di quegli anni che a me non piaceva assolutamente: la divisione netta tra quelli che suonavano il jazz classico e quelli che suonavano la musica d’avanguardia. Ovviamente quelli che suonavano il jazz classico criticavano gli altri perché dicevano che non erano in grado di suonare le note giuste. Mentre quelli che suonavano il free pensavano che chi faceva il jazz classico erano un po’ alla stregua del liscio, cioè quelli che in fondo non avevano un coinvolgimento intellettuale con la musica.
Io ero  sconvolto perché li avevo praticati entrambi, pensavo che il jazz significasse semplicemente fare parte di una grande famiglia. Non importava poi se si suonava come Louis Armstrong, Miller oppure Davis, Coltrane oppure Ornette Coleman passando per Archie Shepp.
Nonostante questo penso che il periodo del free sia stato un periodo fondamentale, un momento in cui l’Europa si è riappropriata di un linguaggio che veniva completamente dagli Stati Uniti, questo fino ad almeno la metà degli anni Ottanta e una prima parte degli anni 90. Oggi finalmente il jazz è una musica di tutti, una musica che ognuno di noi può suonare, soprattutto cercando di portarci all’interno quello che possediamo in Italia.
Fortunatamente qui c’è una grande tradizione musicale. Esiste, in Italia, il musicista che ama suonare il jazz relazionato con la musica del Mediterraneo, con quella  partenopea, l’opera, lo fa con la canzone italiana, con la musica dell’Europa. Il jazz è diventato una musica che non è più di derivazione americana ma che oggi si confronta con un retroterra, una cultura molto ricca fortunatamente, quale è quella del vecchio continente. Il percorso di quegli anni è stato un percorso giusto perché è servito in qualche modo a dare continuità a una musica che si evolve ad una velocità straordinaria e ci ha portato un jazz molto più popolare, non nel senso deleterio del termine, in cui ognuno può trovare il proprio mondo.


A cura di Jessica Fornasari


Leggi la seconda parte dell'intervista
Leggi la recensione del libro "Musica dentro"


11 novembre 2009  


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