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HOME | domenica 12 febbraio 2012 |
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Pj Harvey: la musica come condivisione e fisicitàTre interviste per scoprire l'origine del magnetismo di PJ
L'erotismo intellettuale L'erotismo drammatico di Pj Harvey
La stessa Pj Harvey, nel corso di alcune interviste, parla del suo rapporto con la musica e di ciò che intende trasmettere con il canto e l’espressione del corpo. Quella che segue è un’intervista rilasciata al canale televisivo canadese CBC nel 1995.
C’è qualcosa nella tua musica a cui le persone reagiscono in maniera molto forte. Mi chiedo se ci sia mai stato un momento nella tua vita, nel quale hai pensato che avresti fatto quello che volevi con la tua musica, senza badare a come poteva reagire la gente, anche se le tue canzoni potevano sembrare troppo controverse o vicine a casa.
Io posso solo agire facendo le cose nel modo in cui lo voglio fare. Esplorando idee che voglio scoprire per pura soddisfazione personale. Questo principio viene prima di qualsiasi altra cosa, ogni volta che mi avvicino alla scrittura. Non mi interessa molto quello che gli altri potrebbero pensare o che le mie canzoni arrivino ad un pubblico ampio, perché potrebbe essere molto pericoloso. Mi sembra di essere in grado di tenermi alla larga da questi pensieri e continuare a scrivere canzoni nel modo in cui ho cominciato a scriverle fin dall’inizio, principalmente per me stessa, non per gli altri.
La musica per te tende ad essere qualcosa di più fisico che mentale. Ti senti più libera di esplorare cose molto personali come la sessualità perché le vedi più come un approccio spontaneo e istintivo?
È così, la musica per me è un processo molto fisico. Sta tutto nel creare sensazioni nell’ascoltatore senza razionalizzare sul significato delle parole e cosa implicano, ma su esclamazioni come “Oh, questo mi fa sentire strano, fuori luogo o veramente triste, mi fa ridere, mi fa stare male” questa è per me la musica.
La gente coglie un senso di rabbia nelle tue canzoni, mista a frustrazione e mancanze, temi universali. Però sembra che tu sia cresciuta in modo molto normale e tranquillo, con un ambiente famigliare stabile. Sei molto vicina a tuo fratello, ai tuoi genitori, perciò, da dove escono queste sensazioni negative?
Le persone si aggrappano a tutti gli elementi che possono standardizzare la mia infanzia nella rosea campagna. Io non racconto tutto. Non che io abbia chissà che oscuri segreti, ma ho sperimentato molte diverse sensazioni. La vita non è perfetta solo perché si vive in campagna, ci sono gli stessi problemi e le stesse durezze della città, semplicemente sono diversi. Credo di essere passata attraverso la mia prima esperienza dolorosa come tutti gli altri. Per me la musica ha molto a che vedere con il dare, mi piace sentire che sto restituendo qualcosa, che posso fare quello che desidero e di cui ho bisogno e poche persone hanno la possibilità di fare questo.
La seguente dichiarazione risale ad un intervista rivoltale dopo l’uscita dell’album Stories from the city, stories from the sea (2000)
Quando è uscito il mio primo album avevo ventun’anni. Volevo che tutto quello che ritenevo importante in quel periodo della mia vita finisse nel mio album. Volevo creare un lavoro che fosse scioccante, provocatore, capace di invitare le persone a sedersi e ascoltare, qualcosa che la gente non avesse già sentito. Voglio far sentire qualcosa, permettere di sentire qualcosa. Di certo non voglio fare un tipo di musica da mettere come sottofondo mentre si parla o si va a prendere una birra. La musica che scrivo adesso viene da me ed io sono stata plasmata dalle mie esperienze di vita, dal modo in cui sono cresciuta, circondata da luoghi silenziosi. Ho utilizzato questi elementi negli ultimi anni e ho scelto in che luogo voglio andare che porti a una sorta di crescita in me. Trovo che la vera location sia la più influenzata, come vengo ispirata da qualcosa o come sono cambiata. È un processo molto duro, emozionale, richiede molti sforzi. Non è una cosa che mi viene così, naturale, richiede molta dedizione e lavoro. Faccio del mio meglio per creare musica che richieda un ascolto attento. Questa è sempre stata la mia linea guida: fare cose realmente oneste per quello che ho bisogno di fare come persona nell’arco della mia vita in questo pianeta. Questo mi spinge a provare tutte le cose che ho fatto. Praticamente è tutto lavoro artistico, ma potrei fare ancora più cose. Mi piacerebbe saper suonare meglio la batteria, vorrei suonare il piano e il violoncello come si deve. Vorrei scrivere una sinfonia, un film, vorrei anche girare un film, imparare ad usare una telecamera.
L’intervista più recente con DAVID BYRNE, musicista animatore dei Talking Heads vincitore di Oscar, Grammy e Golden Globe.
Una volta sul palco eri molto teatrale. Ora?
Sul palco, ultimamente, preferisco essere me stessa, ovvero che la Polly sul palco sia come quella della sfera privata, mentre si fa una tazza di te o altro. Prima pensavo ci dovesse essere una sorta di metamorfosi, riflesso nel fatto che avevo bisogno di vestirmi a posta per il palcoscenico con costumi e trucco abbondante. Credo che avere più esperienza mi abbia aiutata ad essere più forte quando salgo sul palco, senza bisogno di teatralità.
Ti è mai successo di scrivere una canzone e poi dopo un po’ di tempo rivederla e capire cosa volevi dire realmente?
Certamente, credo sia ciò che accade con tutto quello che faccio. Gli album cominciano ad avere un senso due anni dopo la loro creazione. Mentre escono le mie canzoni io non mi rendo conto cosa esattamente stia venendo fuori. Non è qualcosa di mentale, ma qualcosa che succede spontaneamente, un processo naturale che viene semplicemente lasciato uscire.
Credi che dai momenti difficili nasca una creazione artistica migliore?
Penso che i problemi tirino fuori la creatività e che la soddisfazione ne tiri fuori in quantità enorme. io sono più creativa quando mi sento soddisfatta, protetta, stabile. Sottovalutando periodi difficili forse può portare ad una mala creatività, perché l’oscurità, la tristezza può dar vita a qualcosa di molto forte. Quando io sono felice, però, sono molto più aperta a ricevere. C’è una linea molto sottile tra umorismo e horror, ci può essere una reazione nervosa automatica che ci fa ridere di fronte a qualcosa di terrificante. Sono due cose molto vicine, è difficile separarle: qualcosa di cui si ride molto, in realtà si rivela un crimine e vice versa.
Traduzione di Anna Zizola
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