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HOME | giovedì 18 marzo 2010 |
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Patti Smith: la conferenza stampa di presentazione di "Dream of Life" Patti Smith racconta se stessa e il film di Steven Sebring, “Patti Smith. Dream Of Life”. Il film di Steven Sebring è stato elaborato durante quindici anni di convivenza con Patti Smith. Alla versione italiana è allegato un libro intitolato “Vita di sogni. L’evoluzione di Patti Smith” scritto da Ruggero Marinello. Steven Siebring è un regista che viene dalla moda, ha avuto una lunga carriera come fotografo di moda. Dopo alcuni cortometraggi ha conosciuto Patti Smith tramite Michael Stipe, nel periodo in cui Patti Smith e Michael Stipe quindici anni fa si frequentavano e stavano scrivendo una canzone insieme. Il libro è un percorso attraverso i modelli di riferimento di Patti Smith e i suoi compagni di viaggio.
Ascolta la conferenza di Patti Smith Patti Smith. Dream of life. DVD. Con libro La discografia di Patti Smith
Il film è basato su un alternarsi di momenti di solitudine e ricerca interiore e momenti di coralità occupati spesso da una rock’n roll band, dal suo gruppo che lei cita frequentemente. Quanto è faticoso e quanto è bello stare in una rock’n'roll band?
Come artista ritengo ci siano varie cose importanti, vari aspetti, varie sfaccettature. Ho due lati differenti, uno che predilige la solitudine e si sviluppa nel disegno, nella poesia, nella fotografia; l’altro invece ricerca la collaborazione con gli altri. Fare parte di una rock’n roll band è un modo di comunicare, ma è anche politica, rivoluzione e energia. Stare con la gente, mi dà moltissima energia. Scrivere una poesia, per esempio, in solitudine è un’attività molto affaticante, quindi per me le persone e gli altri membri della band sono un modo per comunicare energia.
Lei ha interrotto più volte la sua carriera, anche in momenti molto importanti, come è stata la ripresa? Difficile? La sua idea del rock era sempre la stessa?
Nel 1979, quando mi sono ritirata ho suonato a Bologna e poi c’è stato l’ultimo concerto a Firenze. Allora avevo trent’anni e, sebbene fossi famosa come rockstar, come essere umano sentivo che non stavo crescendo. Non avevo capito che cosa succedesse nel mondo, nella politica, perché ci fosse tanta sofferenza, e ho deciso di ritornare alla gente, nel mondo vero. Tuttavia, devo dire che durante questo ritiro non sono stata ferma, ho imparato molto, sono stata una madre, una moglie, ho studiato e quando sono tornata la gente mi ha accolta con grandissimo calore. Dopo pochissimi concerti mi sono sentita perfettamente fra le braccia del mio pubblico. Quando mi esibisco in pubblico non ho paura, non sono una persona che si spaventa davanti ad una platea, tutt’altro, la paura che io sento qualche volta, invece, è quella di non riuscire a comunicare. Per me esibirmi significa vivere una bella esperienza, non lo faccio per denaro, né per altre ragioni, ma per condividere qualcosa con il mio pubblico. Ora devo dire che mi sento pronta.
Nel film lei dice che essere eroi significa anche tenere unita la famiglia, occuparsi dei figli e tenere unita una famiglia. Che cosa significa essere eroi oggi, e chi sono oggi gli eroi, nel 2009?
Il concetto di eroe è relativo alle situazioni che ogni persona vive. Non si può dare una definizione a priori di un eroe. Mia mamma è stata una mia eroina, ha allevato quattro bambini con pochi soldi. Stirava e faceva la cameriera, mio padre lavorava in una fabbrica. Queste persone sono state per me degli eroi, hanno messo la famiglia prima di tutto il resto, ma non hanno mai trascurato la loro crescita intellettuale, quella è stata una grande cosa per la nostra famiglia e da loro io ho imparato moltissimo. Tutti quanti possiamo apportare un contributo per quella che secondo me è la vera eroicità, ovvero: la semplicità. Come genitore io cerco di fare del mio meglio per i miei figli, però non mi dimentico di impegnarmi a livello mondiale, nelle arti nell’universo in senso generale. Che dire ancora del personaggio dell’eroe? Madre Teresa è stata un’eroina e così tutte le persone che danno all’umanità senza chiedere niente in cambio. Gli artisti di solito sono auto-referenziali, probabilmente lo sono un po’ anche io, non tendono ad essere troppo generosi, mentre gli eroi sono quelli che danno agli altri pur non dimenticando se stessi. Diciamo che proprio la semplicità è la dote dell’eroismo che mi sembra più adatta, che significa distaccarsi dal materialismo e dedicarsi ad elementi più puri. Coloro che tengono pulite le strade, che si occupano del riciclo, tengono pulite le acque, quelli che rendono la vita migliore per gli altri, questi sono gli eroi.
Temi di esporti troppo spesso con le persone? È qualcosa di sacro per te l’esposizione?
Non mi sento come se vivessi in una campana di vetro. Devo dire che come personalità ho una mente un po’ complessa, ma sono una persona molto semplice. Tutti quanti abbiamo degli spazi privati nella nostra mente, delle stanze private in cui vogliamo ritirarci, però è il mestiere del performer, dell’artista che va sul palcoscenico quello di comunicare. Se volessi vivere in totale isolamento avrei fatto la monaca di clausura. Quando voglio un po’ di solitudine mi chiudo in camera mia. Non sono una pop star, non sono una persona che quando cammina per strada ha bisogno delle guardie del corpo, non vivo in una bolla di isolamento e devo dire che la mia vita privata non è compromessa veramente. In treno, o in aereo, gli estranei ti raccontano tutto di sé, della propria vita, del divorzio, del nonno che è morto in guerra, perché hanno bisogno di comunicare, la gente è comunicativa. Nel film ho messo le cose che ho voluto e che mi è piaciuto condividere con voi; la morte di mio fratello, per esempio, l’onore reso ad un poeta, la passeggiata fatta con uno dei miei figli e non mi sono sentita esposta, mi sono sentita felice di comunicare, proprio come adesso, sono felice di essere qui, che voi vogliate comunicare con me e che io possa comunicare con voi. L’unica cosa che non permetto è che venga invasa la vita privata dei miei figli o che si manchi di rispetto ai miei amici. Per il resto, la comunicazione mi rende felice.
Una domanda sul senso di comunità della scena rock’n roll che si vede nel film, dove il vostro locale di riferimento viene descritto come una comunità più che come un locale, ma anche nel resto del film, quando tu avevi dei problemi, i musicisti ti hanno aiutata e il film finisce con una band contemporanea, i Red Hot Chilly Peppers, che si mettono a disposizione. Qual è la natura del senso di comunità? Esiste ancora?
La formazione della mia band è rimasta abbastanza unita e abbastanza costante e non abbiamo mai fatto del rock’n roll per diventare delle pop star. Mi piace pensare alla mia band come a una struttura militaresca, anche se rifiuto la guerra, dove io sono il leader, però esiste un totale e assoluto senso di eguaglianza. Gli anni 70 volevano ricordare alla gente che il rock’n roll appartiene alla gente, il rock’n roll è un forum in cui si può esprimere di tutto: la rivoluzione, la politica, l’energia sessuale etc. Tutto questo, però, appartiene a noi, appartiene alla gente, non alle grandi corporation e non alle grandi rock star. Il rock’n roll si esprime al meglio quando è frutto di una collaborazione, che si tratti di noi, dei tecnici o del nostro pubblico, non si tratta di andare in giro con dei bei pullman bevendo champagne, non si tratta di cose del genere, ma di stare insieme, anche per ridere, soprattutto per esprimersi altrimenti non ha senso. Si può diventare ricchi e famosi, ma si sa che si tratta di un attimo che fugge. Se si riesce invece a tramandare dei valori allora si riesce a trasmettere una vibrazione positiva. A me piace pensare che questo accada con la mia band. In ogni caso tutti siamo uguali, in ogni momento della nostra vita e della nostra giornata, dall’ultimo tecnico al più brillante chitarrista, noi andiamo a mangiare tutti insieme e ci guardiamo allo stesso identico modo, questo è il senso della nostra collaborazione.
Prima hai detto che non hai mai smesso di interessarti alla sofferenza, alle ingiustizie del mondo. Vorrei sapere come vedi il piano di governo di Obama.
Credo sia molto bello che abbiamo eletto Obama e credo che lui farà del suo meglio. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che Obama lavora all’interno di una serie di limiti che fanno parte del sistema americano; dovrà lottare contro il partito repubblicano, dovrà lottare contro le lobby, ma sono sicura che farà del proprio meglio. È importante che tutti quanti, a livello mondiale facciamo del nostro meglio e prima di iniziare dobbiamo farci un esame di coscienza, chiederci perché si stanno sparando missili e perché si vuole strappare quella striscia di Gaza agli abitanti. La cosa bella di Obama è che non solo è molto intelligente, ma è anche un uomo di buon senso. Il problema è che lui si trova a muoversi in un mondo pieno di stupidità e ci si chiede come mai, a livello generale, il buon senso sia sfumato, perché le cose semplici come i beni di prima necessità, l’acqua pulita, l’ambiente sano, la pace non vengono tenuti in considerazione come dovrebbero. L’arte dovrebbe aiutare in questo, ma sembra si sia creato un grande iato tra l’arte che sta in alto e le cose semplici, ma necessarie che stanno in basso e tutto diventa molto più complicato. Obama ha davvero un lavoro molto difficile davanti a sé e avrà bisogno del sostegno e della pazienza non soltanto del popolo americano, ma di quello di tutto il mondo. Devo dire che gli Stati Uniti negli ultimi otto anni, o anche di più, sono stati un esempio molto negativo per tutti, per la loro grande ingordigia, il consumo eccessivo di energia, il fatto di lasciare l’economia nelle mani delle corporation, l'attacco all’Iraq del tutto immorale, ma soprattutto dopo l’11 settembre non ha dato un buon esempio al mondo. Ci si sarebbe dovuti sedere tutti insieme a tavolino e riflettere sul perché questa gente era così disperata da compiere un tale attacco alle Torri Gemelle e che cosa si può fare per ridare fiducia a questa gente. Certamente navighiamo in tempi molto difficili, ma è proprio in questi tempi che si sviluppa la grande arte.
Come sarà accettato questo film dalla generazione del messaggio veloce, del contatto virtuale, un film che è un omaggio alle utopie, al sogno, alla generazione del sesso, droga e rock’n roll?
Sono rimasta sorpresa io stessa che questo film piaccia alla gente di tutte le età. All’inizio si pensava sarebbe stato un film di nicchia visto da pochissime persone, però vedo che il pubblico si allarga sempre di più. Non è un grande film sul rock’n roll e alcuni sono sorpresi di questo, ma una volta superata questa sorpresa, poi lo vanno a vedere. Alcuni sono delusi perché non è un “rockumentario”, comunque sembra piacere alla gente di tutte le età, forse perché parla a tutti. È come se qualcuno dicesse “avanti, vieni a casa mia, vieni a vedere che cosa facciamo! Questi sono i miei figli, queste sono le mie cose etc.". Il fatto che non si rivolto ad un pubblico specifico è ciò che lo rende piacevole a tutti.
Nel film è molto forte il suo rapporto con la morte. È bella l’immagine di te che saltelli sulla tomba di Rimbaud. Qual è il tuo rapporto con la morte?
Tutti abbiamo un’esperienza con la morte, questo lo sappiamo per certo. Tutti dobbiamo sperimentare questa avventura. È chiaro che quando perdiamo qualcuno che ci sta vicino soffriamo molto. Alcuni muoiono troppo presto, come mio marito, altre invece quando ormai è giunto il loro momento, ad esempio mio padre. Come tutti, anch’io ho dovuto soffrire per la perdita dei miei cari, però la cosa importante quando accadono queste cose è essere grati di aver conosciuto queste persone. Non si può vivere in un lutto sempre in modo doloroso; bisogna proporsi un lutto gioioso. Penso a mio fratello, lui mi rende sempre felice, anche ora sorrido mentre ci penso, ma questo non significa che lui non mi manchi. Bisogna permettere che dentro di noi nasca la gioia della perdita. È facile provare dolore, mentre la gioia è un sentimento difficile. La vita è energia e noi a loro dobbiamo dare questa energia affinché possano percorrere la loro altra avventura. Non sono le lacrime che portano energia, ma la gioia.
Com’è venuta l’idea di questo film e come avete messo insieme tutti gli elementi che lo compongono?
Il film non è mio, dovete chiederlo al regista Steven Sebring, io sono solo l’attrice. Sono la Anna Magnani! Steven non aveva molti soldi, ha girato con una sola telecamera, con una 116 millimetri. Spesso sono stata intervistata con un equipaggiamento più fornito di quello di Steven. Non ci sono luci artificiali, ha impegnato i suoi soldi e ci ha messo molto tempo a mettere insieme tutti i tasselli.
| 19 marzo 2009 | | Di Francesco Marchetti |
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