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INTERVISTA

Tornano Antony and the Johnsons: successione di paesaggi e suoni misteriosi...


Intervista a Antony Hegarty sul nuovo album The Crying Light




Il nostro nuovo album The Crying light è un po’ diverso dall’ultimo, è un po’ più contemplativo, una sorta di successione di paesaggi. In un certo senso, è come riesplorare la mia relazione con  la natura e gli elementi, la mia relazione con mio padre e mia madre; la terra è mia madre. Esprimo anche il mio interesse per il cambio di ambiente, cosa che tutti condividiamo e di cui tutti siamo al corrente. Queste sono alcune delle “trame”che fanno parte dell’album. Musicalmente non è simile a quello precedente, poiché ha un suono più intimo. Abbiamo usato anche una sinfonia per creare un’atmosfera da foresta.


Cosa ti ha ispirato? Cosa ti ha fatto prendere questa strada?
Credo fossero semplicemente cose che si trovavano già nella mia testa. mi interesso da anni agli argomenti che tratto e ho letto molto a riguardo, perciò mi sembra abbastanza naturale aver deciso di lavorarci sopra musicalmente. Volevo anche rendermi partecipe, in qualche modo, come cantante, del nostro pensiero e della nostra evoluzione nei confronti di questi problemi. Le canzoni trattano del mio rapporto personale con il mondo, del mio modo di abbattere un certo senso di separazione rispetto alle cose che mi circondano. Mi sento emergere e realizzare che sono parte integrante della natura, sono fatto dei suoi stessi elementi: la stessa acqua, lo stesso carbone. Non c’è ragione perché io creda ancora ad alcuni degli insegnamenti che mi sono stati impartiti da bambino. Nella chiesa dove andavo da piccolo, mi insegnavano che solo gli esseri umani hanno un’anima, mentre il resto della natura, gli animali e le piante non ce l’hanno. Ora questa idea mi sembra ridicola; se sono fatto degli stessi elementi di cui è composta tutta la natura, perché il contenuto del mio spirito dovrebbe essere così diverso? Sono cresciuto e ho più fiducia nella mia capacità di seguire alcune mie intuizioni.


Quello che sentiremo è un Antony arrabbiato? Deluso?
No, è praticamente il contrario. Penso di essere più incline all’accettazione, riesco a far trasparire il mio scopo di vita. Qualcuno più vecchio di me direbbe che questo è un album che si incide quando si hanno trent’anni. Credo che sia questo il punto; i trent’anni siano affascinanti, perciò ho provato ad incidere un disco affascinante.

Da quel che ho sentito, il suono è abbastanza orchestrale, un suono più superbo…

Non so se lo definirei così, anche se abbiamo incorporato qualche sinfonia. Il nostro album più impegnato musicalmente è il primo, perché più drammatico e trionfale. Questo disco è, come dicevo, più semplice, più tranquillo. Lo sento come un giardino, come uno spazio aperto molto intimo al centro, ma circondato da alberi alti e animali che corrono tra le foreste. Così si può avere un senso di intimità al centro, ma con tutti gli altri suoni misteriosi al di fuori.


E non ci sono ospiti?
Ci sono moltissimi musicisti, ma nessun altro vocalist. Ho pensato che fosse il momento di provare a fare qualcosa da solo. Ho chiesto molte collaborazioni in passato, ma sentivo che la voce di questo album doveva essere più singolare e ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata quella di cantare da solo.

Potresti dire che la voce unica è dovuta anche al fatto che tratti un argomento personale?
Penso di sì. Volevo restare concentrato su me stesso. Penso che, mentre facevo un passo nel mondo attorno a me, volevo comunque rimanere focalizzato sul mio pensiero, su come mi sentivo io, piuttosto che raccontare cosa accadeva agli altri. Parlo di come vedo e sento le cose dal mio punto di vista.

Sembra che ci siano state moltissime persone coinvolte in diverse collaborazioni con te. Hai dovuto proprio chiudere le porte per rimettere insieme i tuoi pensieri?
Non è che stiano tutti bussando alla mia porta! No, è stato un processo naturale, facile. C’è stato un momento in cui mi sono chiesto se non avessi forse dovuto invitare alcuni amici a partecipare, ma poi ho pensato che fosse meglio fare tutto da solo.



Hai imparato qualcosa dalle collaborazioni precedenti?

Sì, ho imparato molto. Credo che ognuna sia stata un’opportunità per imparare, non solo in principio. È stata una maniera radicale per imparare qualcosa di molto importante in ogni occasione.

Qual è stata l’esperienza più speciale?
Di recente, lavorare con Bjork è stato veramente fonte di grande ispirazione: stare insieme in studio, osservare il suo lavoro, anche solo appurare quanto coraggiosa sia in studio. È completamente priva di paure ed è interessante osservare la totale estensione del suo impegno. Bjork si butta nella musica con grande abbandono. È stato coinvolgente ed emozionante vedere qualcuno dedicarsi così assiduamente alla ricerca della novità. Ho una tale ammirazione per lei!



Ascolta l'intervista originale a Antony Hegarty



traduzione di Anna Zizola

20 gennaio 2009  


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