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INTERVISTA

Marian Trapassi



Se non la conoscete, ascoltate la sua musica. È speciale, intensa, ma anche effervescente e originale. E i suoi testi sono profondi, scritti con passione ma anche limati, studiati, costruiti sulle note. 
Le donne che racconta sono tante, sono i tanti volti della femminilità. 
La sua voce è tra le migliori del panorama musicale italiano.
Ma davvero non la conoscete? 
E allora... ecco a voi Marian Trapassi!


Tu hai già pubblicato un paio di cd, ma il grande pubblico non ti conosce ancora molto. Con questo nuovo album sembra sia siano smosse le acque e c’è più attenzione al tuo lavoro: i critici ti hanno scoperta?

In realtà in passato ho anche ricevuto un premio dalla critica il Premio Ciampi, per gli addetti ai lavori, per i cantautori... Direi che soprattutto Luca De Gennaro, che è una firma autorevole, questa volta si è sbilanciato.
Forse questo lavoro arriva al momento giusto, al posto giusto, non te lo so dire. Certo per questo album è stata fatta una comunicazione diversa e sta avendo più visibilità, anche perché è distribuito dalla Universal.
Finalmente è arrivato il mio momento...


Proviamo a riassumere la tua storia professionale. Come hai iniziato a comporre? Dove hai iniziato e magari con chi hai collaborato in questi anni?

Come tante persone ho cominciato da ragazzina al liceo, in cantina con il gruppo, per intenderci. Nessuno di noi sapeva suonare però avevamo voglia di creare musica.
Ho sempre privilegiato l’idea di comporre musica originale. Questa idea era più forte di quella di imparare a suonare uno strumento seriamente.
L’approfondimento e lo studio della tecnica è venuto con il tempo. 
Ho sempre avuto l'idea di comporre e, anche per i primi gruppi con cui ho cominciato a suonare, ho sempre scritto musica e canzoni. Chiaramente con il tempo la cosa si è raffinata. Il mio modo di sentire la musica ha sempre avuto questo approccio di tipo più creativo che esecutivo. 
Nel tempo ho fatto diverse esperienze e quando questa passione è diventata un lavoro ho inserito nel repertorio anche cover. In questo modo ho imparato tante cose che poi ho trasferito nella scrittura.


Tutto questo a Palermo?

Sì a Palermo, ma ho vissuto anche a Roma e sono stata per un periodo a New York, sempre per la musica
Alla fine la musica mi ha fatto fare un percorso tortuoso fatto di viaggi, di traslochi, di cambiamenti repentini di luoghi e di persone .
Non so perché, se sia una cosa mia, ma la musica e la vita si sono intrecciate in un percorso molto articolato.
Sono arrivata alla mia carriera solista dopo alcune esperienze di corista, dopo aver collaborato con altri musicisti e aver fatto parte di gruppi. Ma il mio modo di essere, la mia volontà sono sempre stati quelli di una cantautrice e il massimo desiderio sempre quello di scrivermi le canzoni da intepretare. Quando è arrivato il momento di poterlo fare, sono riuscita a pubblicare il mio primo cd con una piccola etichetta, poi è seguito il secondo con il riconoscimento da parte della critica e il Premio Ciampi. Mi sono sempre mossa a livello indipendente, in circuiti "sotterranei" che però mi davano la possibilità di fare la mia musica come la sentivo. 
In questo terzo cd c’è stata anche la volontà di dare un significato personale, di creare una motivazione, non solo di parlare di me stessa e di essere veramente un cantautore uno storyteller: raccontare delle storie, portare alla luce dei personaggi che mi accompagnano.


Parliamo di questi personaggi. Quest’album si intitola Vi chiamerò per nome ed ogni brano ha  il nome di una donna ed è incentrato su figure femminili.
Chi sono queste donne che tu racconti e come sono legate fra loro?


All’inizio è nato il titolo. 
Ho pensato a Vi chiamerò per nome perché volevo che le canzoni fossero personaggi con nomi propri. 
La prima canzone che ho scritto Margherita, racconta una donna delusa dal matrimonio, una riflessione su un tema che volevo sviscerare per me stessa. A questa sono seguite Marta, Viola... alla fine mi sono resa conto che stavo raccontando sia delle cose su cui volevo personalmente riflettere come giovane donna, sia quelle al centro della vita di chi mi circonda. Ho capito che stavo raccontando i mutamenti della donna, con sottili sfumature, attingendo da cose di assoluta quotidianità. 
Ho parlato di come si è trasformata l’identità femminile, fatta di cosa antiche che ci portiamo dentro e di nuovi ruoli che sono un po’ in conflitto con i miti passati e con le possibilità che abbiamo. Paradossalmente abbiamo l'opportunità di essere quello che vogliamo essere, però dentro di noi esistono pulsioni forti che ci portiamo dietro.
Mi sento di dire che ci troviamo in una situazione di passaggio e che fra di noi non comunichiamo queste cose perché ci sembrano cose scontate. 
Anche gli uomini stanno vivendo necessariamente la stessa cosa, ma essendo una donna - ed essendoci anche un aspetto autobiografico in tutto quello che ho scritto -, ho parlato delle donne.
Ho capito che stava venendo fuori un concept album, senza però avere dei toni femministi. Io volevo solo evocare sensazioni con un linguaggio poetico, diciamo così, "senza nessuna pretesa". Ma alla fine mi sono dovuta confrontare con questi temi e da lì è maturato il mio interesse verso l'analisi di queste trasformazioni, di queste piccole sottigliezze dell’identità femminile. Mi sono guardata intorno e ho scoperto dei testi bellissimi anche della letteratura del passato. Questo album è stato un'occasione di crescita personale. Adesso è nato anche uno spettacolo in cui presento le mie canzoni con degli audiovisivi. 
Ora porto avanti le storie dei miei personaggi come se volessi difendere la vita di ognuno di loro.


L’unica cover che hai inserito è Vai Valentina della Vanoni che è un brano celebre, ma probabilmente un po’ meno conosciuto di altri. L’hai scelto perché ripercorreva la stessa strada dei tuoi brani?


Esatto. Volevo parlare ancora di questo rapporto conflittuale che noi donne abbiamo con il sesso. Abbiamo ammesso alcune cose: siamo libere di fare sesso, non dico come gli uomini, ma con più disinvoltura di un tempo. Però anche lì ci sono delle contraddizioni, c’è sempre quel sottile rimando a doversi innamorare. Secondo me c’è qualcosa di non risolto, ci sono delle problematiche ataviche che in una canzone non si possono spiegare, difficili da scrivere. 
Ma mi sono ricordata che esisteva questo personaggio bellissimo che era Valentina della Vanoni. Questo è uno dei pochi brani di cui ha lei stessa ha scritto il testo, in collaborazione con Sergio Bardotti - che è un grande. Mi è piaciuto raccontare questa storia, era utile per descrivere un altro personaggio.


Completava il tuo discorso.

Esatto, era il personaggio che mi mancava e che non sono riuscita a scrivere.

L’album è dedicato a tua mamma.
Mi sembra che questa sia la tendenza delle giovani di oggi: hanno un rapporto diverso con le loro madri rispetto a quello che avevano le ragazze della generazione precedente con le proprie.
Una cantautrice degli anni Settanta difficilmente avrebbe dedicato l’album alla propria madre, ma avrebbe citato il proprio compagno, le amiche... Credi che la generazione a cui tu appartieni si sia in qualche modo pacificata con la madre?


Io mi guardo intorno e vedo delle madri che sembrano le figlie e viceversa. C’è un rapporto più complice, più paritario, anche nel modo di vestire: si va fare shopping insieme e si comprano gli stessi jeans, si va dallo stesso parrucchiere... Che il rapporto sia cambiato e che ci sia più complicità è un fatto positivo.
Per quanto mi riguarda è stato un comportamento istintivo: io ho un rapporto specialissimo con mia mamma. Noi siamo quattro figli e c’è stata solo lei come genitore, non ho vissuto con mio padre. Lei è sempre stata il centro di tutto, è una persona molto speciale, attira l’attenzione. Ora, come donna, sento che ho tante cose di lei che prima rifiutavo e adesso accetto. Mi fa piacere assomigliare a mia mamma e volevo ringraziarla.


Abbiamo parlato prima dei testi, parliamo ora della musica. Ci sono degli artisti di riferimento a cui ti sei ispirata, in particolare qualche cantautrice italiana o straniera? Quali sono i tuoi gusti musicali?

Come avrai avuto modo di ascoltare nel mio disco anche gli arrangiamenti sono ben differenziati. Vado sempre a ripescare tra le cose che mi piacciono. Questo fatto di caratterizzare i brani, uno solo con la chitarra, uno solo con il piano, uno più latino, uno più  rock, uno più soul è stato voluto. Perché siccome siamo tutti diversi e ognuno ha il suo carattere, volevo sottolineare anche musicalmente con gli arrangiamenti le identità di questi brani. 
Ho pescato tra le cose che mi piacciono: i Beatles, le cantautrici come Joni Mitchell... da quelle più classiche ad un nuovo cantautorato femminile, Kate Nash, Suzanne Vega che usano molta ironia in quello che dicono e negli arrangiamenti. Ci tenevo a introdurre anche l'ironia nel disco, dire le cose non prendendosi troppo sul serio.
Mentre nell'album precedente la sensazione più forte era la malinconia, questa volta, sarà per il periodo storico della mia vita, ho capito che le cose si possono dire non prendendosi sul serio, ma essendo altrettanto incisivi.


Il cantautore si immagina isolato, chiuso in una stanza, assorto nel momento della creazione. Come vivi il rapporto con il pubblico quando ti presenti sul palco?

È vero che il momento della creazione è per me un fatto molto privato. Io riesco a scrivere quando sono sola in casa, devo sapere che il mio tempo è dilatato e che ho una concentrazione particolare. Mi piace quest’intimità che riesco ad avere con me stessa quando scrivo e creo qualcosa.
Quando suono dal vivo questa cosa sparisce e c’è la voglia di condividere. 
Io offro le mie canzoni come un regalo e così voglio che sia. Poi dipende dalla situazione, magari ci sono momenti più intimi nei quali mi pace molto parlare, raccontare come nascono le canzoni. Essendo un personaggio di cui non si conosce abbastanza, mi piace parlare di me apertamente. In altri spettacoli, come quello che sto portando in giro ora, cerco di far arrivare il messaggio rispettando i tempi e facendo parlare solo le canzoni, le immagini e i testi.


Non temi dunque il confronto con il pubblico...

La paura c’è sempre, ma parliamo di emozione. Io ero una persona molto timida, questo lavoro mi ha fatto confrontare con questa emotività eccessiva che ora ho trasformata in una cosa piacevole.


15 aprile 2008 Di Giulia Mozzato


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