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INTERVISTA

Intervista a Roberto Vecchioni. Di un album e di una raccolta di poesie

I sentimenti sono roccia



Roberto Vecchioni racconta il suo nuovo disco Di rabbia e di stelle, e il libro, Di sogni e d'amore, edito da Frassinelli, che raccoglie i suoi scritti giovanili

Suggerimento: le poesie e le canzoni si rincorrono e si cercano nel database del lettore/ascoltatore. Dopo aver letto le poesie andate a riascoltare Ninni, per esempio, oppure cercate una o più poesie che raccontino meglio dove nasce la poetica di Vecchioni, quella che avete sempre amato. 

Il disco, DI RABBIA E DI STELLE, Universal > Vai alla scheda
Il libro, DI SOGNI E D'AMORE, Frassinelli > Vai alla scheda

La discografia di Roberto Vecchioni su Wuz
La bibliografia di Roberto Vecchioni su Wuz


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Iniziamo dal suo libro di poesie. Sono state scritte nei primi anni 60. La prima cosa che mi è venuta in mente è come si fa a conservare per più di quarant’anni delle poesie, come si fa a proteggerle dai traslochi, dagli spostamenti...

È merito di mia madre, che ha conservato tutto. Mi voleva un bene enorme. Io sono un pazzo scatenato e scrivo fin da quando avevo 7-8 anni. Mia madre ha conservato persino i miei temi di scuola. Traslochi non ne ha mai fatti perché ha vissuto sempre nelle stessa casa. Quando mia madre è morta ho trovato tutte queste cose riposte nei cassetti, nascoste. Non avevo nessuna intenzione di pubblicarle, è stato una specie di colpo di mano di un mio amico editore, Arnoldo Mosca Mondadori, che è riuscito a convincermi.

Quando lei ha iniziato a scrivere poesie aveva circa 17-18 anni, se non sbaglio...
Quelle che scrivevo prima erano illeggibili. Queste mi sembrava contenessero delle cose carine e poi ci credevo molto allora. Deve pensare che quel periodo è un po’ particolare, sono i primi anni sessanta, un periodo in cui i ragazzi, i giovani, quelli che volevano rompere col passato non avevano ancora la politica, non avevano niente e allora erano un po’ tutti degli esistenzialisti. Scavavano dentro se stessi. E mettevano tutto nero su bianco, oppure in musica, perché quello era il periodo in cui nascevano i cantautori, De André, Tenco, Paoli. È proprio il periodo dello strappo tra una generazione e l’altra, il tentativo di rompere con il mondo dei padri.

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A proposito del mettere su carta le cose, nella parte introduttiva de La quinta stagione racconta di aver ripreso a scrivere poesie dopo 8 mesi di pausa e dice “mi auguravo di non scrivere più perché scrivere avrebbe significato la perdita di un presunto equilibrio e di una presunta accettazione nei riguardi della vita”...

Quando si scrive, si scrive sempre per un disagio, per un dolore, per una fatica, per una problematica. E allora scrivere non è altro che l’espressione di una malattia, che viene fuori, che si fa notare, che si fa vedere. Finché non si scrive le cose vanno bene, sono armoniche. Questo discorso è  valido anche per le canzoni. Mi risultava difficile parlare con gli amici. E allora cosa facevo? Scrivevo. Come se avessi un amico dall’altra parte che ascoltava le mie esternazioni.  

Ma il comporre anche per musica è stato contemporaneo o successivo?
Beh, io già scrivevo canzoni allora. Però inizalmente solo per me. Poi nel '63 ho gradualmente abbandonato la forma poesia. L’ho gradualmente abbandonata perché non mi bastava più, perché avevo bisogno di un supporto musicale. Avevo bisogno di cantare io stesso perché recitare le poesie è ridicolo e invece cantare le canzoni è più consono e comprensibile, soprattutto per le persone che ti stanno intorno.

Ci sono due poesie nella raccolta che lei segnala in modo particolare.
Era mia madre, mi sembra

© www.vecchioni.it
E anche Sua madre. Mi sono chiesto se il fatto che ci sia in entrambi i titoli la parola madre, una figura che torna spesso nei suoi scritti, sia una coincidenza...  

Mia madre è stata un personaggio importantissimo, direi un mito, per quello che era, per la sua sicurezza, per la sua dolcezza, per la capacità di capire i problemi anche da distante, per la libertà che mi ha lasciato e anche per il pugno fermo che aveva se cadevi nelle situazioni sbagliate. Direi che è stata una guida notevolissima nella mia vita, anche affettivamente ho riportato molte cose da lei, mi sono sempre paragonato a lei in situazioni di affetto. La poesia che lei ha citato è una sintesi di tutto quello che vedevo in mia madre, ovverosia il lavoro e la fantasia. Perché a un certo punto mia mamma non ne può più, butta i ferri da calza in aria però lo fa come un gesto di felicità. Perché mia madre aveva anche questo, aveva la capacità di dare gioia a tutti.

Volevo anche chiederle qualcosa sul disco. Che tipo di genesi e lavorazione ha avuto questo suo nuovo lavoro, quando l’ha pensato, quando è nato?
È nato lentamente, poco alla volta da fatti di vita. Da due cose fondamentali: dal disgusto per la società italiana d’oggi (e questa è la parte della rabbia) e poi dalla mia vicenda umana e familiare, perché ho patito parecchi dolori, dolori grossi, indescrivibili, dolori con i figli, con la mia compagna. È naturale che poi tutte queste cose si acquietano, si ammorbidiscono, però hanno lasciato il loro segno e stiamo ricostruendo un po’ alla volta una situazione che era diventata difficile.

© www.vecchioni.it
C’è una canzone, “comici spaventati guerrieri”, che parla dei giovani, dei ragazzi. Ho letto e anche sentito in più di una sua intervista che lei denuncia una mancanza di educazione emotiva. Volevo che mi parlasse un po’ di questo.

Essere padroni di se stessi significa capire i propri sentimenti, se non si conoscono i propri sentimenti si è sbalestrati, si è fuori di testa. Perché le cose che puoi conquistare, il lavoro e l’apprezzamento, sono create sulla sabbia, non sulla roccia. I sentimenti sono roccia, sono quelli che ti spiegano il perché di tante cose. Se non hai un bagaglio di perché spiegati non vai avanti. Molti giovani di oggi hanno pochissime spiegazioni di quello che stanno facendo. Nessuno gliele dà, nessuno li ha mai aiutati, perché i valori che gli commerciano, che gli buttano in faccia sono valori momentanei, casuali, istantanei, piccoli, sono soprattutto commerciali, di consumo. I giovani si trovano di fronte a un brutto vestito. Serve un’epoca in cui il valore del sentimento venga riconsiderato.

Mentre In questi fantasmi…  
È una lista di quello che ho detto prima. Sono i mediocri del mondo, i tafani, le mosche che ci girano intorno e anche i bisonti che ci girano intorno, i rinoceronti se vogliamo parlare con Ionesco, che li aveva già rappresentati bene una sessantina di anni fa. Sono le sanguisughe del mondo che insegnano ai giovani ma anche agli altri, ai vecchi, ad essere sanguisughe alla loro stessa maniera.

Lei ha detto che ama poco la parola cantautore.
Non la amo per niente.

© www.vecchioni.it
Anche se è sempre poco simpatico mettere delle etichette, fare delle catalogazioni…Come possiamo salvaguardare quella forma di canzone popolare di Guccini, De Gregori, per cercare di portarla a un livello superiore della canzonetta?

Non si può in una parola sola, io mi definirei cantante d’arte o scrittore d’arte. Cantante d’arte è più preciso perché la canzone d’autore è la canzone d’arte, è molto più consona alla situazione.

Nel suo disco c’è anche un ospite musicale, Teresa De Sio. Come è nata questa collaborazione?
Ci conosciamo da tanto tempo. La stimo molto. È quasi la parte di un film, una parte cinematografica, quella di una madre mediterranea. E chi meglio di lei?

Tornando al discorso dello scrivere, tornando a quello che aveva detto, che questo disco è nato dopo un periodo di crisi. Aver fatto questo disco e aver pubblicato questo libro di poesia quanto è stato terapeutico?
Tantissimo. Qualsiasi disco per me è terapeutico, un disco è un’operazione quasi psicanalitica, ti psicanalizzi da solo, riesci a tirare fuori un sacco di cose, è quasi una confessione e le estranei un po’ da te, le mandi via, le bruci come streghe e quindi si sta meglio dopo. Poi si vede più chiaramente la vita, è tutta la parte compositiva, dionisiaca della vita che tiri fuori e torni lentamente normale dopo un periodo che non sai quanto sarà lungo.

04 dicembre 2007 Di Francesco Marchetti


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