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Intervista

Scrittore, saggista, drammaturgo, regista: una delle più acute voci della cultura contemporanea

Intervista a Koffi Kwahule



Nato nel 1956 in Costa d'Avorio, si è formato prima all'Institut National des arts di Abidijan poi alla École Nationale Supérieure des arts et des techniques du Théâtre di Parigi e ha quindi ottenuto un dottorato in studi teatrali alla Sorbona. Dal 1977 ha scritto una ventina di pièces teatrali, ottenendo numerosi e prestigiosi premi. Nel 2006 ha anche pubblicato per Gallimard un romanzo, Babyface, con cui ha vinto il premio Kourouma, candidandosi anche al gran premio per la letteratura drammatica promosso dal Ministero della Cultura francese.

Ho letto, a proposito della sua vita, che lei ama molto la musica e il cinema. Cosa ha preso dalla musica e cosa dal cinema?

Dal cinema può darsi che abbia preso qualcosa, poiché ho iniziato a guardare film quando ero ancora molto piccolo, in Africa, dove non c’erano distrazioni se non il cinema. Le sale aprivano dalle otto fino alla mezzanotte e non restava nient’altro da fare oltre al cinema. Erano storie di un tempo, western, film d’avventura. Penso che è quello che ho preso, che ha influenzato la mia scrittura, è un modo per raccontare storie…

Che cosa significa per lei raccontare delle storie?

Ecco, è il bisogno di raccontare in sé. Primo perché questo modo di raccontare è molto simile a quello che solevo ascoltare o ai film hollywoodiani, agli western che hanno un modo di narrare in maniera chiara e antica con qualcuno che sta al centro e qualcun altro che sta ad ascoltare. Quando ho iniziato a scrivere volevo riprodurre questo clima perché quando delle persone sono in una stessa sala e in uno stesso momento ad ascoltare sono contemporaneamente soli e insieme agli altri. Secondo me è necessario che la gente si ritrovi, anche solo per ascoltare una storia, dopo può anche iniziare un cammino personale, ma il momento dell’ascolto (credo che me lo abbia insegnato il cinema) crea il senso di comunità, di vicinanza tra tutte le condizioni sociali.

Abitua anche a osservare i molti punti di vista.

Sì, ecco. Ma questo me lo ha insegnato soprattutto la musica e in particolare il jazz.


Con le diverse voci.
Nel cinema invece l’aberrazione hollywoodiana ha provocato una semplificazione eccessiva.

Sì, il bene e il male divisi nettamente…

Infatti, e quello che la musica mi ha permesso di aggiungere è comprendere che le cose non sono così nette. La fatica del raccontare sta nel cercare di non rassicurare troppo, nel non voler dare delle risposte a chi guarda. E la musica mi ha insegnato questo ed è così che la musica avanza ed è qualcosa che la sua complessità mi ha insegnato, vivere contestualmente la gioia e il dolore, e l’eguaglianza, uomini e re vicini, senza privilegiare una visione, perché il rapimento è uguale.

E il dialogo è quasi una jam session.

Questo dipende dalle pièces

Ho letto nelle sue opere dei lunghi monologhi.

Sì, in Bintou, è la modalità narrativa che ho privilegiato, l’ho adottata dall’inizio e per tutta la durata dello spettacolo. In pièces come Big Shoot c’è un lungo monologo, ma è un falso monologo, dal momento che la persona che parla non si vede mai, ci si immagina solamente che ci sia, dunque la complessità è dovuta al fatto che lo spettatore non sta ascoltando solo la persona che racconta la vicenda, ma anche la persona che sta immaginando, e che non vede.

Il linguaggio che usa è una mescolanza di lingue: l’argot, il francese, l’italiano, l’inglese e anche parole nuove…

Sì, significa che ho deciso di utilizzare in quasi tutte le mie opere qualcosa di simile alla torre di Babele, dove si capisca che il mio linguaggio è un miscuglio, una somma di lingue e di culture. La torre di Babele, a mio parere, non rappresenta qualcosa di negativo come invece è presentato dall’interpretazione corrente, per me è positiva. Non è un problema se non si comprendono perfettamente tutte le parole, certo se la lingua, nel suo insieme,  non è compresa, è terribile, ma la cosa importante è che, malgrado le tante contraddizioni, ci si riesca a comprendere.
Noi siamo condannati a vivere insieme malgrado le nostre differenze, le nostre insufficienze. Quello che cerco di riprodurre con quello che scrivo è almeno un’idea di ciò che ho detto.
Per quanto riguarda l’Africa, non abbiamo tutti la stessa lingua, e poi ci sono africani che vivono a Parigi, in Italia, in America e quindi ormai il mio mondo è così. È globalizzato, anzi, per quello che vedo nel mondo, è iperglobalizzato e quello che scrivo lo accentua
Io vedo che il mondo arabo entra in occidente con la danza, l’armonia del corpo, la sensualità che si rispecchia benissimo nella danza del ventre: è come se, grazie al corpo, si vedesse questo mondo attraverso la musica che non sentiamo.
E infatti il rapporto col corpo della donna in quello che scrivo è importante perché è paradossale che il popolo che ha inventato la danza del ventre voglia coprire completamente il corpo femminile. Quello che mi interessa è proprio quel paradosso, e non la situazione in cui siamo, ma dove stiamo andando. Vorrei poi mostrare quanto la danza conservi tutto lo splendore della femminilità e della libertà. La libertà della donna non si limita a questo, ma comunque comincia da qua. È così  anche per chi non è arabo, per chi rifiuta il mondo che lo circonda: ognuno può danzare così come prevede la sua età. La danza del ventre diventa un’esigenza, una tradizione antica, quindi non è solamente una provocazione, è un’esigenza ma è quella provocazione alla quale ci si attacca per ritrovare gli antichi costumi delle donne. Magari non ne sono coscienti, ma per la donna c’è una forte volontà di rapportarsi a una vecchia contestazione, una vecchia resistenza.

C’è, io credo, anche il mondo delle periferie, con la sua povertà ma anche la tristezza, la paura dell’esterno. Secondo lei a Parigi il problema della seconda generazione d’immigrati è sempre così grave, così come nelle periferie in fiamme che abbiamo visto l’anno scorso?

La periferia, sì, è un problema oggi per la Francia per molte ragioni.

È così anche in Italia.

Sì, è lo stesso problema, si comincia anche in Italia con la seconda generazione, che ha delle grandi difficoltà. Perché la società che ha accolto i genitori non si trova più di fronte la stessa realtà di quella generazione. Quando i loro genitori sono arrivati erano come tutti gli immigrati che si allontanano dal loro paese solo per lavorare e che rimangono all’interno dei loro gruppi. Così la Francia si è abituata a questa visione degli immigrati, senza diritti. Invece i giovani, quelli che chiamiamo la nuova generazione, vanno a scuola, sono francesi e fanno parte del contesto di questo Paese, conoscono solo il Paese in cui vivono e non sanno niente del contesto africano. Dunque sono persone decise a battersi perché si rispettino i loro diritti. Ma le cose non sono semplici.

I figli conoscono anche il punto di vista dei loro genitori.


Sì, ma non hanno lo stesso punto di vista. Cioè, nello stesso tempo, credo che abbiano queste reazioni contro la Francia perché pensano che sia una società viva e non sia da lei non accogliere qualcuno. Si è invece creata una barriera, e non solamente da parte del Fronte Nazionale che è quello che emerge. Sono molte le cose che francesi e immigrati devono capire: la Francia deve capire che gli immigrati non sono più quelli di una volta e gli immigrati devono realizzare che la Francia non può accettarli così facilmente perché questo non è un processo immediato.
Non bisogna dimenticare il rapporto con la storia coloniale: la maggior parte degli stranieri che stanno in Francia provengono dalle colonie e le giovani generazioni che non hanno conosciuto la colonizzazione non possono capirne la logica. Anche per i loro genitori la questione non è mai stata risolta e continuano a rifiutare questa logica di esclusione che la società francese opera nei confronti dei giovani. C’è ancora il ricordo di quello che hanno dovuto subire per essere accettati in Francia, è una situazione molto complicata.


Sembra che lei non abbia risposte se non negative. Anzi l’unica via d’uscita sembrerebbe la morte.

No, non è una risposta, in Bintou non è così: lei non muore a causa della società che l’accoglie, ma per un problema interno, familiare, ed è un problema che si produce nel momento in cui una società, quella francese che è troppo tecnologizzata, incontra l’arcaico. E Bintou è la vittima di quell’incontro. La popolazione dell’Africa nera, anche quando va in Francia, rimane legata ad alcune tradizioni che spesso sono liberticide e che non si accordano con i codici della società che li accoglie. Io credo che Bintou sia  vittima di ciò. Ci sono delle tradizioni che non sono buone, sia africane che francesi. Le due posizioni si possono integrare nell’incontro e nella mediazione. Bisogna trovare un equilibrio in cui si riescano a mettere da parte alcune cose che non potranno mai essere reciprocamente accettate.

Anche la famiglia non aiuta: la vera famiglia per la ragazza è quella degli amici, l’altra è malata.

Sì, perché anche la famiglia di Bintou è vittima di certe pratiche culturali, così come tante famiglie africane che sono ancora più calate in questa mentalità. Loro partono da un villaggio africano per ritrovarsi in una delle città più moderne del pianeta e per loro è come precipitare da un mondo all’altro dall’oggi al domani. Deve lasciare molto presto i suoi genitori ed è obbligata a trovarsi un’altra famiglia, a causa del bisogno di un gruppo e di socialità. Visto da questo punto di vista non è lei che rifiuta la sua famiglia, piuttosto è questa che non riesce a comprendere il suo malessere, il suo mal di vivere. La famiglia non può comprenderla perché la ragazza, paradossalmente, si trova più vicino alla società francese, a questa società così evoluta, patria della conoscenza e della modernità, che alla sua famiglia.

L’amore per la madre è ciò che sopravvive ancora, il padre invece è una figura negativa.

Il padre non è negativo, ma non è più un rifugio, lei stessa lo dice a un certo punto “dov’è mio padre, io vado in esilio, ma dov’è mio padre?”. Allora la differenza tra sua madre e suo padre è che lui non è più un punto di riferimento. Nella società afro-americana le donne vivono sole con i figli, così quello che conta è il rapporto della madre con i suoi bambini. E il punto di riferimento diventa inevitabilmente la madre. È un’altra evoluzione della famiglia e della societ.à.

La vera libertà per una donna, a Parigi, in Africa, in Italia, penso che sia ancora oggi un punto d’arrivo. Lei pensa che questa società sappia dare la libertà alle donne, oppure oggi stiamo arretrando rispetto a qualche anno fa?


Il grado di libertà delle donne è proporzionale al livello di civiltà della società in cui vivono. In termini assoluti gli italiani e i francesi sono liberi, ma se pensiamo agli insegnamenti che giungono dalla loro storia e alla evoluzione di queste società, non lo sono e ancora oggi ci sono delle donne che sono teoricamente libere ma che non possono vivere pienamente la loro libertà …
Penso che la libertà vada valutata in relazione alla società in cui si vive e per questo penso che le donne qui non siano libere ancora. Molto è stato fatto, ma se si guarda alla storia, non abbastanza. Non dico che ci sia un riflusso, c’è però una stagnazione. Molte donne sono terrorizzate dallo sguardo degli uomini eppure si pongono come se dicessero: “Guardate”.
È ridicolo perché le donne costituiscono la maggioranza, ma hanno introiettato la coscienza di essere una minoranza.


Anche la società dei consumi pone dei limiti alla libertà individuale.

Non si è più cittadini: un uomo o una donna sono prima di tutto dei consumatori e quando consumano come vuole questa società, alla fine vengono valutati come tutti gli altri, insomma nel mondo occidentale per essere uguali siamo liberi di consumare.
Così anche le donne devono accontentarsi di ciò che hanno ottenuto e non pretendere di più: questo è quello che vedo nella Francia di oggi. Prendiamo il caso di Ségolène Royal: il fatto che si sia candidata e che abbia la possibilità di essere eletta è uno shock per la Francia.
Tutti in Francia sottolineano il fatto che è una donna ma non cercano di conoscere il suo programma e l’opposizione dichiara che è incompetente, non perché sia così, ma solo perché è una donna. Questo tipo di critica non è mai stata fatta a un candidato di sesso maschile.


La ragazza protagonista della sua pièce teatrale considera il suo corpo come fonte di libertà ma anche come prigione, perché conosce il potere che le dà, ma non è libera della sua nudità.

Sì, credo che questo sia uno dei maggiori problemi delle donne e una delle ragioni per cui gli uomini hanno provato a schiavizzarle: è qualcosa che non possono controllare, e anche se possono controllare moltissime cose, questa, in miliardi di anni, non sono mai riusciti. Penso che il maschilismo, il sessismo o il razzismo contro le donne somigli all’odio contro i neri, perché sono tutte forme che riguardano il potere.

18 aprile 2007 Di Grazia Casagrande

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