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INTERVISTA

"Un grande romanzo sulla fine del lavoro e dell'amore": così in copertina si definisce il suo nuovo libro
Tullio Avoledo

Tullio Avoledo


Il cantore della contemporaneità

Una società che si ristruttura usando le persone come se fossero cose. Giochi di potere fatti di inganni e ricatti. Breve storia di lunghi tradimenti è il nuovo, atteso romanzo di Tullio Avoledo, un autore che ama i misteri aziendali e li racconta con nera comicità.

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Come nasce l’idea di un romanzo “sentimentale e aziendale”?

Come nascono tutti i miei romanzi. Non da un’idea, ma da un sogno. Non sono il solo, per la verità: Jack Womack, uno scrittore americano che mi fa impazzire, qualche giorno fa mi ha detto che l’idea del suo ciclo di Ambient è stata ispirata da un sogno fatto ai tempi della presidenza Reagan.
Nel mio caso è stato il sogno di una giovane donna che si muoveva in un mondo in cui ogni giorno era l’11 settembre. La polvere grigia, polvere di edifici e di persone, intorbidava l’aria, e le televisioni mostravano sempre e soltanto immagini del crollo delle Twin Towers. Ho visto questa giovane donna, e ho sentito una voce in sottofondo che recitava i nomi delle compagnie che avevano occupato le Torri Gemelle, come una litania. A un certo punto ho capito che quella donna era Cecilia. Era diversa da come l’avevo immaginata ne L’elenco telefonico di Atlantide, ma sapevo che era lei. Cecilia era tornata. Era sola, in una stanza d’albergo. Chiudeva gli occhi e danzava. Non a caso ho pensato a  lungo a questo romanzo con il titolo La consulente danza...
Quel sogno è poi diventato un capitolo del libro, ma all’inizio era tutto quello che avevo. Era il romanzo. Poi su questo nucleo pulsante si è innestata una notizia che ho letto sui quotidiani, sulla corsa all’offshoring, questo processo per cui le ditte trasferiscono sempre più le attività produttive all’estero, finché alla fine restano solo le attività dirigenziali. E poi anche quelle vengono trasferite dove gestirle costa meno...
Il libro è nato da queste due circostanze. E da una gran rabbia.
Diciamo che rispetto al mio primo romanzo l’attenzione si è spostata dal sistema bancario a quello industriale in genere. E alle società di consulenza, la mia personale bestia nera.
All’inizio doveva essere Cecilia l’unica protagonista del libro. Giulio si è unito dopo al party. Cecilia senza Giulio è come Stanlio senza Ollio.


Nel libro il panorama lavorativo che descrivi, spazzato dal “vento delle fusioni”, non è il più roseo…


Ho l’impressione che l’economia abbia perso forza propulsiva. Che si stia in realtà chiudendo su se stessa. Che ci sia sempre meno ricchezza, e al tempo stesso sempre più gente che aspira ad averla. E poi non c’è più una vera capacità progettuale. Le burocrazie aziendali non tendono al progresso dell’azienda ma in primo luogo alla conservazione della propria casta. Che si producano dividendi (in che modo, poi, è tutto da vedersi) è semplicemente un mezzo per ottenere il consenso degli azionisti, e quindi, in ultima analisi, la sopravvivenza della casta dirigente. E’ un circolo vizioso, non virtuoso. La Nasa funziona così, le banche funzionano così, il mondo funziona così. O non funziona, secondo me.

Accanto al precariato, si avverte anche un altro tipo di precariato: una sorta di “precariato esistenziale”…

La vita è sempre più povera, arida. Ci rifugiamo nel virtuale, vedi il successo di Second Life, o ci proteggiamo con una rete di rapporti formali, freddi, quasi da automi, che tengano gli altri alla giusta distanza – o prossimità. A quella distanza che ci serve, insomma. Parlo per me, però. Non so come siano le vostre vite.

Da un certo punto di vista il mondo che descrivi rischia di portarci, anche se per altri versi, agli scenari descritti da Brunner nel suo Tutti a Zanzibar

Brunner è il nume tutelare di questo romanzo. Non a caso ho dato al paese immaginario dell’Indonesia in cui si svolge parte dell’azione, il Sugaiguntung, il nome di uno dei personaggi di Stand on Zanzibar. Brunner per me è un autore necessario. Non a caso ogni volta che m’imbatto (purtroppo sempre più raramente) in una copia decente di un suo libro la compro, l’avvolgo nel cellophane e la metto da parte, come una scorta di cibo per i tempi magri. Cibo per l’anima. Fra parentesi, c’è un episodio curioso legato a Brunner e a questo romanzo. Un pomeriggio, un paio di mesi fa, durante al mia pausa pranzo, me ne andavo in giro per Pordenone chiacchierando al cellulare con Marco Peano, uno dei due editor del libro. Lui aveva appena finito di dirmi, tutto entusiasta, che aveva trovato una copia di Tutti a Zanzibar su una bancarella, a Torino. Io in quel momento ho abbassato gli occhi, ero anch’io davanti a una bancarella di libri usati, e davanti a me c’era una copia di Tutti a Zanzibar.
La cosa bella dei libri di Brunner, la cosa importante è che la rovina del mondo non è mai causata, come nella fantascienza classica, dal cattivone cosmico di turno, o da un complotto. Il disastro nasce dall’incuria, dall’imbecillità, dall’avidità. Una visione che è sempre stata anche la mia. In exergo a L’elenco telefonico di Atlantide avevo posto non a caso un verso di un poeta ceco, Frantisek Halas, che diceva “Ecco / per voi tutto si riduce a un gioco / col grembo, con le banconote / Buffoni, buffoni!”
Negli anni ’80 avevamo paura del dottor Stranamore. Oggi sappiamo che il mondo finirà quando un mattino un miliardo di cinesi si sveglierà con la voglia di farsi un hamburger, o di comprarsi l’auto. Brunner l’aveva previsto. Era un grande.


Un altro libro che citi è Medioevo simbolico di Michel Pastoureau.

Ah, che grande libro! Ti insegna che tutto quello che sappiamo, o crediamo di sapere sul passato va messo in discussione. Che la nostra idea del medioevo è essenzialmente cinematografica. Che la mente è davvero in grado di ricostruire il mondo. Che, come in un famoso verso di Borges, nel medioevo l’essenza di una cosa è nel suo nome. Che l’azzurro, o il bianco, per dire, per l’uomo medievale non erano solo dei colori, ma un complesso di riferimenti simbolici. Che il leone araldico ha una valenza duplice, addirittura opposta... Ho citato il libro di Pastoureau perché fornisce al lettore un indizio chiave, un segnale che le cose che legge nel mio romanzo vanno interpretate, decifrate, a volte rovesciate. L’enigmistica è sempre stata una mia passione. Così come gli “Easter Eggs”, i bonus che i programmatori seminano all’interno del codice di un videogame, o di un programma informatico. Il libro di Pastoureau lega con Cecilia come lo champagne con le fragole. La interpreta, la decritta, te la mostra per quello che è veramente. E poi i colori, nel romanzo, non sono mai usati a caso.

La politica, mai forse come oggi, incide anche sui nostri destini lavorativi…

La politica come si intendeva un tempo non esiste più, da quando i nostri politici hanno capito (che bravi...) che quello che conta “è l’economia, baby!” Non è vero, secondo me, non è giusto, ma secondo chi conta è così. Da lavoratore, fra parentesi, sono stato più fottuto sotto i governi di sinistra che da quelli di destra. Non ne faccio una colpa a nessuno, ma un po’ mi prude. E comunque la politica nostrana conta relativamente. In uno scenario economico globale conta probabilmente sui nostri destini più il clic del mouse di un impiegato di un fondo d’investimento in Lussemburgo che le manovre economiche del governo italiano. La politica, semmai, dovrebbe correggere gli errori dell’economia. Piantare un paletto nel cuore del liberalismo, magari. Seppellire la Scuola di Chicago. O, a non volere essere troppo ambiziosi, almeno frenare gli eccessi.
Il fatto è che l’economia ha colonizzato la politica. Ho sentito un ministro di sinistra usare termini tipici delle società di marketing, in televisione. La Coop, a quanto sento, si serve della McKinsey per organizzare il lavoro. Quando si ritiravano da una colonia diventata indipendente, gli inglesi suonavano una marcia che diceva “Il mondo si è girato a testa in giù”...


Leggendo il tuo libro ci si accorge, come capita in pochissimi altri autori, di vivere un presente che è già futuro. Ci si accorge di vivere come in un mondo parallelo: dal linguaggio all’economia, dal quotidiano alle comunicazioni tutto è già fantascienza…

Te l’ho detto: viviamo in un romanzo di fantascienza di John Brunner. Il fatto è che la nostra vita risulterebbe fantascientifica anche a noi, se potessimo guardarci da due, o dieci anni nel passato. È solo che ci siamo arrivati giorno per giorno, e quindi il passaggio non è stato avvertito. Con i miei romanzi riesco a farlo sentire al lettore perché le mie ambientazioni non sono mai esattamente realistiche: c’è sempre qualche scostamento, grande o piccolo, dalla realtà. Ed è questo che induce il lettore a guardare anche le cose “normali” con occhi nuovi, aperti. E a cogliere quindi l’assoluta stranezza del mondo in cui viviamo.

Come mai hai scelto di riprendere i personaggi e i temi de “L’elenco telefonico di Atlantide”?

Non li ho ripresi. Sono loro che hanno deciso di tornare. Come a suo tempo fece Rabo Mishkin ne Lo stato dell’unione, e in un racconto che uscirà questa estate su un’antologia pubblicata da Guanda. È bello che i personaggi si sentano liberi di passare da una storia all’altra. Spesso mi suggeriscono anche come scriverla.

Credi davvero che l’ironia possa essere aiutarci a difenderci da questo mondo infopervasivo?

Sennò cosa ci resta? Hai presente la scena di Braveheart in cui gli scozzesi, inferiori di numero, sfigati, male armati, mostrano le chiappe nude all’esercito inglese che li sta attaccando? L’esercito inglese fighissimo, con le corazze tirate a lucido e l’Halliburton che gli organizza la mensa? Io sono fatto così. Ci sono momenti in cui hai finito le munizioni, hai finito le pietre, e tutto quello che ti resta è prendere il nemico per il culo. Non è detto che serva, ma comunque è una soddisfazione che ti prendi. Sono convinto che se Davide si fosse impegnato avrebbe potuto far schiattare Golia anche solo a forza di insulti. Ma ci sarebbe voluto più tempo. Un colpo di fionda è un argomento più risolutivo. Ma non sempre si può. Quindi, ben venga una risata. Personalmente resto sempre sconcertato quando vedo dei ragazzi sbruffoni, aggressivi, all’uscita delle scuole. Poi l’anno dopo li rivedo ai colloqui di assunzione e sono vestiti in giacca e cravatta, ben pettinati, la voce educata. Senza un briciolo di aggressività, perfetti esecutivi. Non è ironica, una cosa del genere?
Comunque infopervasivo è una parola che non esiste. Te la sei inventata per mettermi in crisi. Ma come vedi non ci sei riuscito.



17 aprile 2007 Di Gian Paolo Serino


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