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Intervista

Scanzi: vedo una politica stanca c’è bisogno di qualcosa che rompa con tutto

Andrea Scanzi riprende a parlare di politica nel nuovo libro pubblicato da Rizzoli: La politica è una cosa seria. Un titolo a modo suo provocatorio, che introduce un testo ricco di contenuti e protagonisti del mondo politico italiano a cavallo del millennio, arricchito da una vera e propria colonna sonora, elemento inedito in un saggio di questo genere.
Lo abbiamo intervistato, incontrandolo alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano. Non è difficile parlare con una persona così aperta, che si accomoda e inizia a chiacchierare tranquillamente come fosse tra gruppo di amici…

«Nel tuo libro delinei il profilo di undici politici, come li hai scelti?»

«Ho scelto di fare questi ritratti per due motivazioni. La prima è di carattere stilistico: ho scelto quelli che stimolavano di più la mia penna. La seconda emotiva: scrivo di politici che mi mancano. Penso a Parri, Rodotà, Berlinguer e li contrappongo a personaggi profondamente respingenti, che ci fanno rimpiangere le figure di ieri. I vecchi politici seguivano una morale, oggi il principio è decaduto e fuori moda.»

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«Il tuo libro mescola la politica alla cultura pop. Ad ogni biografia associ una musica, come se la tua formazione politica fosse avvenuta per parole e immagini. Penso ad esempio alla descrizione del funerale di Berlinguer è così?»

«La musica nel libro c’è e non potrebbe essere altrimenti: ho una formazione da critico musicale e mi viene automatico associare una colonna sonora a qualsiasi cosa mi capiti. Volevo anche avvicinare più persone alla lettura, evitando di creare un discorso verboso e autoreferenziale: di politica non devi parlare solo attraverso paroloni, altrimenti i cittadini li allontani.
Per quanto riguarda Berlinguer ho scelto di partire da un particolare per rendere emblematico l’uomo che è stato. Non volevo scrivere la sua biografia, molti scrittori lo hanno già fatto e meglio di me, ma mostrare come avesse una morale politica nonostante gli errori commessi. A Padova stava tenendo un discorso davanti agli elettori Era il segretario del partito comunista, e non poteva permettersi di interromperlo a metà solo perché aveva un malore; doveva portarlo a termine perché i cittadini si fidavano di lui: solo dopo aver chiuso e raccontato tutto poteva morire. Vi rendete conto di che grande sacrificio? È come se avesse detto “Io sono disposto a morire per voi”. Non mi toglie nessuno dalla testa che se si fosse fermato prima, magari ci sarebbe stata una possibilità che quell’ictus non gli risultasse fatale.»

«Descrivi undici politici nel tuo saggio, ma nessuno di questi appartiene al Movimento Cinque Stelle, perché?»

«Ho volutamente escluso i Cinque Stelle da questo libro, nonostante parli di loro dal 2007, per due ragioni. La prima è temporale: sono passati pochi anni e non ho molto da raccontare. La seconda si riallaccia alla prima: sebbene io sia stato uno dei primi a capirli all’inizio del loro percorso, oggi faccio fatica a fotografarlo, non riesco a metterli più a fuoco. Sicuramente sono diventati meno chiari da quando sono al governo.»

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«Ci dici qual è, se c’è, la differenza tra Berlusconi, Salvini e Renzi come politici?»

«Tra Berlusconi e Renzi la differenza è quella che c’è tra l’originale e la copia, la prima sarà sempre più “bella” della seconda. Dico bella nel senso che sebbene Renzi abbia preso un po’ di idee di Berlusconi e le abbia fatte sue, subito dopo è crollato. Berlusconi ha talento, non lo appoggio, ma bisogna riconoscere che ha fatto tutto e ovunque ha sempre vinto. Renzi è sempre stato sopravvalutato, è davvero una brutta copia, magari tra cento anni nemmeno si studierà a scuola.
Salvini è un altro conto. In comune con Renzi ha la propensione fanfarona: è bravo solo lui. Incarna una nuova destra che bisogna comprendere per combatterla. Non lo sconfiggi chiamandolo fascista, ma lo fai crescere. Lo smascheri quando vai sul contenuto, le lacune che ha, le cose che ancora non ha fatto.»

«Ma come usciremo da questa politica?»

«È complicato. Per carità, non che nel 1980 ci fosse un mondo idilliaco… pensa alla Prima Repubblica, al terrorismo e lo stragismo, ma oggi c’è ancora più smarrimento e confusione. Manca l’alternativa a questo governo, non conosco nessuno che abbia votato Cinque Stelle e oggi sia contento. Se cadesse il governo sarei il primo a dormire serenamente la sera stessa, ma poi cosa succederebbe?
Non ho la ricetta per uscire da questa fase però vi racconto un episodio che mi ha colpito molto. Inserisco, a chiusura del testo la figura di Antonino Caponnetto, un giudice che, poco prima della pensione, decide di trasferirsi a Palermo, a quel tempo devastata dalla mafia. Antonino cerca un modo per combattere la criminalità, come? Creando un pool antimafia e inserendo al suo interno i più bravi: all’epoca Falcone e Borsellino. Era devastato il giorno in cui uscì dalla camera mortuaria di Borsellino e davanti ai giornalisti gridò, piangendo: “È finito tutto!”. Pronunciare una frase del genere in Rai, in un paese devastato da Tangentopoli era come dire: “Basta, hanno vinto loro”. Caponnetto però, riascoltandole, si sentì così in colpa per quelle parole, che si costrinse a fare un tour nelle scuole d’Italia - almeno una per città - per infondere speranza. Parliamo di un uomo che all’epoca aveva 70-75 anni. A uno di quegli incontri ero presente perché venne anche nella mia scuola. Nelle settimane successive vissi un’aria di possibile cambiamento: sì avevamo paura, in quelle settimane vi erano attentati ovunque, però c’era una spinta e la speranza che qualcosa potesse cambiare. Non voglio dire che ora la spinta non ci sia (la mia a vent’anni è durata poco perché poi è arrivato Berlusconi) ma oggi vedo una politica stanca, siamo in una fase di rassegnazione, c’è bisogno di qualcosa che rompa con tutto.»IMG 20190405 WA0001

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Articolo di Martina Armone

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