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INTERVISTA

Dopo lo straordinario successo de L'assoluta perfezione del crimine, un nuovo romanzo del giovane scrittore bretone

Intervista a Tanguy Viel



Un falso rapimento, inscenato da due falsi fratello e sorella (sono in realtà amanti), offre allo scrittore francese Tanguy Viel il punto di partenza per dar vita a un intreccio dalla struttura minuziosamente organizzata. È evidente che, ancora una volta, come nel precedente e unico romanzo finora pubblicato in Italia, L’assoluta perfezione del crimine, si tratta di un romanzo poliziesco, incentrato sulla ricerca di denaro e su un complotto familiare, solo apparentemente semplice: Lise sposa Henry, pieno di quattrini e di stupidità, con la benedizione del (falso) fratello Sam. La scomparsa della donna, non molto tempo dopo il matrimonio, dovrebbe convincere il marito a pagare un grosso riscatto che darà ai due amanti l’occasione di cominciare una nuova vita. Ma è proprio Sam, il narratore sfortunato,  a raccontarci come il piano non sia andato come previsto, soprattutto dal momento in cui, in questo triangolo familiare, si è inserito Édouard, il fratello di Henry.
Pochi personaggi, un’ambientazione di mare, l’atmosfera che si fa sempre più carica di tensione, la cura per i dettagli – uno sguardo, una luce bianca e diffusa, il verde del golf, una lamiera arrugginita, un bicchiere vuoto… - sono gli elementi che Viel, unitamente a citazioni cinematografiche, musicali e letterarie, ha scelto per mettere in scena il suo  dramma, che è un po’ il dramma di molti uomini, spesso eroi mancati persino nel crimine.


Sono passati alcuni anni dal suo precedente romanzo, L’assoluta perfezione del crimine, che cosa ha fatto in tutto questo tempo?

Ho trascorso un anno a Villa Medici, a Roma, dove non ho lavorato molto, anche se ho cominciato lì il nuovo romanzo; ho avuto problemi dopo L’assoluta perfezione del crimine, sono stato due anni senza veramente scrivere, mi sono lanciato in progetti troppo ambiziosi che poi non sono riuscito a portare a termine, ho cominciato molte cose che ho dovuto mettere da parte…

Può essere stato a causa del successo avuto in Francia?

Forse sì. In verità L’assoluta perfezione del crimine, in Francia, è stato il mio terzo libro e i due precedenti non erano quasi stati presi in considerazione. Dopo il successo di quel romanzo, mi sono detto che questa era la formula giusta, ma in realtà sono stato preso dal panico. 

Per parlare allora del nuovo romanzo, mi è sembrato di individuare alcuni elementi che caratterizzano almeno i due pubblicati in Italia, come l’ambientazione – un luogo di mare – un crimine che non va come previsto, i legami familiari… Si possono considerare una sua firma?


All’inizio, ogni nuovo libro è un progetto completamento diverso - non ho mai pensato, ad esempio, di scrivere un romanzo poliziesco come L’assoluta perfezione di crimine. Quel che è certo è che non cambierò l’ambientazione da un luogo di mare: è il mio universo particolare, il mio territorio, una specie di contea. Come se fosse un mondo in miniatura,  un modellino, di cui conosco i particolari, i personaggi, i luoghi… Potrei fare venti romanzi, tutti con la stessa ambientazione. Può darsi che il resto cambierà, ma non ne sono sicuro: sto pensando di scrivere un nuovo romanzo, sarà molto più realistico, ma sicuramente ci sarà una storia di famiglia, ci sarà la ricerca di denaro e, quasi sicuramente un crimine!

Nel suo romanzo sembrano quasi mancare i riferimenti temporali (ho avuto nostalgia quando ha parlato di “franchi” per il riscatto, piuttosto che di euro): è una delle caratteristiche che rende il suo romanzo “universale”…?

È possibile che io abbia paura a mettere particolari troppo realisti e concreti. Faccio piuttosto riferimento a strutture arcaiche universali, a situazioni e a personaggi astratti. Un esempio può essere il golf: ci sono due o tre elementi attraverso i quali lo descrivo – l’erba verde, il cielo blu… - che sono tali ovunque, in Giappone come in Francia. In definitiva, il golf è il golf!

Nonostante una certa prevalenza della parte dedicata al carattere dei personaggi su quella dedicata allo sviluppo della vicenda, il romanzo mantiene ritmo e suspense: come arriva, tecnicamente, a questo equilibrio?

È una questione che non mi pongo. Io parlerei piuttosto di un’atmosfera che diventa tutt’uno con l’ambientazione e con i personaggi e dà vita, in modo del tutto naturale, a questo equilibrio. Con Insospettabile, ad esempio, ho avuto problemi a creare i personaggi perché i ruoli, all’inizio, non erano ben distribuiti: ho avuto difficoltà a capire chi manipolava chi, chi era buono e chi era cattivo, tanto che ad un certo punto sono stato tentato a ribaltare tutto.

A proposito dei personaggi, a chi va la sua preferenza?


Sempre al narratore. Perché nel mio caso è quello che si trova in una posizione di debolezza rispetto agli altri ed è quello che permette alla storia di svilupparsi. Il narratore subisce una ferita iniziale e credo che il libro sia un processo di risanamento, di liberazione da questa ferita.

Alla fine del libro, il lettore rimane con un senso di angoscia e di dubbio circa la soluzione del romanzo stesso: è questo il genere di romanzi che preferisce e vuole scrivere?

Sì, mi rendo conto che l’impressione è questa. Ad esempio, ci sono più soluzioni, almeno tre, per quanto riguarda il personaggio femminile, Lise. La prima è che lei abbia manipolato il narratore fin dall’inizio per legarsi ad Édouard; la seconda è che, nel corso dello svolgersi della trama Lise abbia pensato di ribaltare la situazione; la terza, infine, che Lise si sia sacrificata per Sam, il narratore. In effetti la soluzione che pare più logica è la prima, una manipolazione totale, ma per me la scrittura è qualcosa di talmente meccanico che non ho voluto calcare la mano più di tanto.

Si parla spesso della musicalità e del ritmo della sua scrittura: crede che la lingua francese offra dei vantaggi in questo senso?

Normalmente, non credo. Penso ad esempio che l’inglese sia una lingua più “liquida”, più musicale, e persino l’italiano lo è maggiormente, rispetto al francese: quando ho avuto la traduzione italiana, almeno una parte, del mio precedente romanzo, ho notato che in italiano funzionava addirittura meglio. Per contro, in Francia abbiamo la tradizione legata al verso alessandrino, alla tragedia classica, al fraseggio: la musicalità è già insita nella lingua stessa e aiuta molto nella costruzione dei frasi che io comunque tendo ad organizzare come una struttura musicale.

Restando al legame della sua scrittura con la musica, e con il cinema, di cui si parla spesso, crede ci sia una gerarchia fra queste forme d’arte, compresa la letteratura naturalmente?

Evidentemente la forma d’arte ultima e definitiva per me è la musica. Per scherzare, naturalmente, metterei il cinema in basso, poi la letteratura nel mezzo, e infine la musica che per me è un’utopia. Quindi se la letteratura diventa musica, realizza un’utopia.

14 marzo 2007 Di Lidia Gualdoni


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