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Intervista

Intervista a Mario Calabresi: la sfida di Robinson nell'era del digitale

Il 27 novembre è stato lanciato Robinson, il nuovo inserto staccabile del quotidiano la Repubblica: quaranta pagine di recensioni e approfondimenti culturali firmati da autori prestigiosi e giornalisti affermati. Il direttore Mario Calabresi ci ha parlato di questa nuova avventura che cerca di restituire prestigio alla carta.

I dati sui consumi culturali degli italiani e in particolare quelli sulla lettura registrano ogni anno nuovi cali. Perché quindi inaugurare un nuovo inserto culturale?

La decisione nasce dalla consapevolezza del tipo di pubblico: le persone che ancora oggi comprano quotidiani sono le stesse che affollano le fiere, che acquistano i libri, che vanno al cinema, alle mostre, al teatro. Se si guarda soltanto i dati dei libri venduti secondo me sbaglia l’analisi, anche più generale, nel senso che la lettura è in calo ormai da anni, però i consumi culturali non lo sono: lo testimoniano la moltiplicazione dei festival e l’alta affluenza alle presentazioni dei libri. Abbiamo valutato che i lettori dei quotidiani, spesso pensionati con molto tempo a disposizione, sono già soggetti interessati alla cultura. Non volevamo poi occuparci solo e semplicemente di libri, ma siamo partiti dalla considerazione che la cultura da conoscenza (è un po’ il tema che ci ha interessato di più) è oggi diventata esperienza. Per molte persone ormai è importante andare alla presentazione di un libro, dove hanno la possibilità di conoscere l’autore che discute, dibatte, spiega, e le presentazioni stesse sono d’altronde diventate degli spettacoli, non solo in libreria ma anche nei teatri e in spazi non tradizionali: la gente partecipa a una sorta di evento. Quindi non ci siamo limitati a parlare dei libri, ma abbiamo allargato il campo delle recensioni ai consumi culturali, alle presentazioni, ai festival o, semplicemente, alle caffetterie dei musei più interessanti a cui andare… vogliamo davvero raccontare il modo in cui oggi si consuma cultura, non pensando che sia solo in un libro (ovviamente è anche in libro) ma raccontando anche tutto quello che ci sta intorno.

A proposito di cultura come fattore esperienziale, Robinson fa dell’edizione cartacea un gioiello, grazie alla grafica di Francesco Franchi. Questo tipo di scelta denota una preoccupazione per il declino delle edizioni cartacee dei quotidiani? Lei ha fiducia nel digitale?

Il digitale funziona, e molto bene, ma non è in grado oggi (anche se aiuta, dal punto di vista economico) di compensare le perdite cartacee. Secondo me si deve aumentare la qualità dell’offerta della carta, che è un prodotto importante su cui ancora vivono le strutture editoriali. È tra l’altro necessaria un’operazione che la sostenga perché, aggiungendo qualità e nuova offerta, garantisce tenuta a tutto il sistema e riempie degli spazi che altrimenti resterebbero vuoti.

Quando è stato progettato l’inserto a cosa ha pensato per differenziarlo dalla Repubblica Cult?

La differenza non sta solo nella grafica: prima avevamo un prodotto domenicale molto disperso, la Domenica e Repubblica Cult erano due scomparti completamente diversi tra loro messi però insieme. Non c’era uniformità, un filo che li legasse. Robinson invece è qualcosa che si focalizza solo sui consumi culturali. Se prima Cult aveva quattordici pagine e la Domenica altre quattordici, adesso abbiamo un inserto di quaranta pagine tutto dedicato alla cultura, quindi più diffuso, più grande e con un filo logico all’interno.

Quindi se volessimo affibbiare tre aggettivi secchi per descrivere la linea editoriale di Robinson quali sarebbero?

Che difficili che sono queste cose… [sbuffa e pensa a lungo]. Curioso, rigoroso e imprevedibile.

Sono stata molto colpita dal nome dato alla sezione “Critiche”, parola che ormai sembra desueta visto che può fare riferimento sia alla critica letteraria, quindi a un mondo ormai lontano di intellettuali (termine che al giorno d’oggi ha quasi assunto un’accezione negativa), sia a un parere analitico che non include necessariamente un giudizio positivo. Quando avete pensato a questo titolo, che tipo di sfumatura volevate dargli?

Dopo tanti arzigogoli volevamo tornare alla base di quello che desideravamo fare: “critiche”, cioè recensioni con spirito critico. Ci sembrava che questo fosse fondamentale.

Le recensioni dei libri in Robinson tornano infatti a essere protagoniste…

Esatto, prima ce n’erano troppe di piccole dimensioni, come in un supermercato. Abbiamo quindi fatto una doppia scelta: da una parte i libri da selezionare, dall’altra la decisione di diminuirne il numero, dando risalto solo a quelli per cui vale la pena fare una critica. Noterà anche un dettaglio: le fotografie non sono le copertine, bensì i libri stessi, perché ci premeva anche la critica dell’oggetto libro nella sua tridimensionalità.

Qualche tempo fa ho intervistato una giornalista che, dopo una lunga carriera, si è trasferita in un altro paese per via della percezione che il giornalismo culturale fosse ormai finito. Lei invece quali prospettive pensa che abbia, oggi?

È come quelli che dicono che il giornalismo è morto, le cose si stanno solo trasformando. Noi abbiamo cercato di dare una risposta raccontando delle storie. Per esempio, non abbiamo parlato della Szymborska ripetendo: “A vent’anni dal Nobel e a cinque anni dalla morte, ecco chi era la Szymborska”, o facendo la recensione della poesia, ma abbiamo ricordato i suoi luoghi, la sua vita, le sue fonti di ispirazione, il suo amore: è lo sforzo di fare un giornalismo culturale che contenga in sé le persone e l’anima delle cose. Le recensioni cercano di tenere insieme personalità e competenza, e quello che oggi può salvare il giornalismo “tradizionale”, secondo me, è proprio questo: il livello di qualità e la passione con cui vengono fatte le cose.

A cura di Federica Urso.

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