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Intervista ad Amos Oz
Sono innumerevoli i premi e i riconoscimenti internazionali conferiti ad Amos Oz per la sua opera letteraria e per l’impegno a favore della pace, ma nessuno tanto articolato e spettacolare come quello offerto dal Festival di Pordenone, Dedica, che quest’anno l’ha eletto protagonista e dal 3 al 17 marzo organizza intorno a lui una serie di eventi, dal teatro ai dibattiti, dalla musica alla pittura, per riaffermare con forza l’attivo contributo della cultura nel dialogo tra i popoli e, in questo caso, in particolare tra israeliani e palestinesi. Nell’occasione viene presentato Non dire notte, traduzione italiana di un romanzo uscito in Israele nel ’97, uscito in questi giorni per Feltrinelli.
Non dire notte si svolge nell’immaginario villaggio di Tel Kadar, una sorta di Macondo israeliano popolato di personaggi stravaganti e curiosi il cui elenco viene compilato affettuosamente alla fine del romanzo: non si voleva staccare dalle sue creature?
In effetti amo la vita di provincia, così circoscritta, in cui tutti si rispecchiano l’un l’altro. La vedo come un coro della tragedia greca, dove ogni storia personale viene vagliata, commentata. In fondo anche nelle metropoli, tanto dispersive, si finisce per vivere in un ambiente ristretto, fatto delle stesse facce: questo è il terreno di gioco dello scrittore. E’ questo che mi piace del mio mestiere.
Al centro del romanzo c’è la storia di una coppia un po’ logorata: lei, Noa, quarantacinquenne in cerca di autorealizzazione, s’impegna in un progetto di utilità sociale per sfuggire alla protezione un po’ oppressiva di lui che, già sessantenne, soffre nel sentirsi trascurato.
Nel celebre incipit di Anna Karenina, Tolstoi afferma che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo. Non sono affatto d’accordo. Ogni coppia invece si costruisce un suo modo di funzionare. Alla fine Noa e Theo si assicureranno la loro felicità scendendo a compromessi. Del resto il compromesso è sempre l’unica via d’uscita, in tutte le cose della vita.
Infatti il tema del compromesso ricorre anche nel suo pamphlet del 2004, Contro il fanatismo.
Quella contro il fanatismo sarà la grande sfida del XXI secolo. Il fanatismo è una piaga trasversale, c’è in tutte le religioni e le culture, quindi il grande tema epocale non sarà, come molti pensano, lo scontro tra civiltà, ma tra tolleranza e fanatismo. L’unica soluzione percorribile è nel compromesso. Non so perché gli idealisti lo considerino disonesto: il compromesso è vita, perché cerca la possibilità di continuare a vivere. Invece il fanatismo è morte. Sono l’apostolo del compromesso, sia nella politica che nella vita. In effetti, essendo sposato con la stessa donna da 47 anni, posso dirmi un vero esperto in materia.
In contrasto al fanatismo, oggi sembra serpeggiare la piaga dell’indifferenza. In Israele, una nuova generazione di scrittori, come Etgar Keret o Alona Kimhi, giudicano inutili le manifestazioni, non credono si arriverà a soluzioni di pace soddisfacenti, predicano il ripiegamento sul privato.
L’indifferenza è una reazione al fanatismo, quindi in un certo senso ne è un sottoprodotto, una fuga dalle responsabilità. Chi si mura nell’indifferenza finisce per essere interessato soltanto a se stesso, diventa un fanatico di sé. Io non credo affatto che indirizzare l’opinione pubblica sia inutile, anzi direi che a livello popolare sia israeliani che palestinesi sono stati preparati al compromesso della divisione in due Stati. Sono piuttosto i rispettivi governi a esitare, di fronte all’unica soluzione possibile.
Però, in Mai dire notte lei sembra alludere al velleitarismo di certe iniziative pubbliche: c’è un Centro di recupero per giovani drogati da costruire, ma il tentativo si sfalda tra ostacoli burocratici, riunioni inutili, malcontento della gente.
Tengo sempre separati gli ambiti della mia attività. Quando c’è da mandare al diavolo il governo, lo faccio direttamente attraverso articoli o pamphlets, non certo con allusioni indirette nei romanzi. Quanto alla mia attività letteraria, consiste nel raccontare storie, che per me è un’esigenza vitale, come bere, e non ha niente a che vedere con la situazione politica, nemmeno con la nazione in cui scrivo: queste storie potrebbero svolgersi ovunque. Ad esempio, in “Non dire notte” il progetto del Centro di recupero per drogati è la piattaforma da cui partire per analizzare il rapporto sentimentale di Noa, che si sente un po’ tarpata dal suo compagno Theo, sessantenne e più anziano di lei di quindici anni, ed è affascinata dal progetto come strumento di autorealizzazione, mentre Theo è affascinato da lei e s’ingelosisce, vorrebbe guidare lui il progetto.
Si sente una particolare tenerezza per il protagonista Theo, che sta entrando nella famigerata terza età.
Sì, questo è un romanzo che ho dedicato al tardo pomeriggio della vita, alle sue fantasie ed ossessioni. L’ho scritto con molta empatia, con senso di pietas. Del resto affronto sempre i miei personaggi con amore, non riesco a descrivere figure totalmente sgradevoli: in ognuno, anche se ci sono lati oscuri, vedo guizzi di umanità. Entrambi i protagonisti, quando si sentono sopraffatti dalle difficoltà quotidiane, si dirigono verso il deserto che si stende attorno al villaggio. Forse un’esperienza personale, dato che anche lei vive ai margini del deserto del Negev?
Sì, il deserto è in un certo senso il deus ex machina del romanzo, perché permette di riportare le beghe umane alle giuste proporzioni. Anch’io ogni giorno vado a passeggio nel deserto, per distaccarmi dalle tensioni e respirare l’universo.
| 05 marzo 2007 | | Di Daniela Pizzagalli |
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