Ricerca avanzata
Intervista

Benjamin Wood racconta Il caso Bellwether ai lettori italiani. Un'intervista esclusiva

Da dove cominciare, per parlare de Il caso Bellwether, romanzo d'esordio di Benjamin Wood?
Forse potremmo partire da un celebre motto inglese: judge us by the company we keep.
Giudicateci dai nostri amici. E se Eleanor Catton, autrice dell'acclamatissimo I luminari, a proposito di The Bellwether revivals è arrivata a dire quel che ha detto... beh, varrà proprio la pena di dare un'occhiata, a questo libro.Benjamin Wood HomeFoto © Nicholas Wood.

Sentite qua: "[...] descrive con intelligenza e sensibilità la crudeltà e la fragilità del genio, esplorando la raffinatezza ingenua di giovani menti brillanti, l'immunità morale di cui godono le élite e la vera natura del talento artistico".
E quello di Catton è solo uno dei molti commenti entusiastici che si sono levati all'apparire di questo romanzo di difficile classificazione, che è stato lodato da critici eminenti su testate di indiscusso prestigio.
Possiamo dire che, per una volta, i blurb in quarta di copertina non ci sembrano rendere favori eccessivi all'opera che sono chiamati a promuovere? L'esordio di Benjamin Wood, infatti, impressiona per diversi motivi: il grande controllo formale, innanzitutto, che l'autore mostra di possedere su un materiale narrativo difficile. Qualità rara - quando è espressa in forma tanto compiuta - in un esordiente.
E poi ci sono i personaggi, capaci di rappresentare efficacemente uno spaccato sociale senza apparire "a tesi": caratterizzati da dialoghi credibili e ben oliati, e ricchi di sfaccettature psicologiche. Insomma, ora che Il caso Bellwether è approdato sugli scaffali delle nostre librerie, non potevamo lasciarci scappare l'occasione di parlarne direttamente con l'autore, in tour a Roma per fare conoscere anche ai lettori italiani il suo romanzo primogenito. Ecco la nostra intervista.

Wuz: Nonostante l’incipit del libro somigli a quello di un thriller, il racconto che da lì prende le mosse non appartiene esattamente alla narrativa di genere.
C’è senz’altro molta psicologia, e altrettanta analisi sociale, sebbene questa sia condotta a partire dall’osservazione e dalla descrizione dei personaggi...


Wood: Non volevo promettere uno svolgimento thriller, con quell’inizio.
Piuttosto, ho voluto fare in modo che il lettore salisse a bordo di questa storia nel suo momento più drammatico, perché questo è un escamotage che mi permette al lettore di ritornare all’inizio e di seguire poi lo svolgimento della storia fino a tornare al punto di inizio.

Wuz: Quella narrata nel libro è anche la storia di un conflitto sociale, in qualche modo. E lei sceglie di raccontare questo attrito attraverso la voce di Oscar, appartenente ad un ceto umile. Perché sceglie un protagonista che – in qualche modo – è un “virus”, rispetto all’ambiente che descriverà tanto bene nel corso della storia?
Oscar non è ricco, e non è uno studente…

Wood: Beh, Per me era importante raccontare la storia proprio dal punto di vista di qualcuno che – in primis – non fosse uno studente di Cambridge. Qualcuno che non fa parte direttamente di quell’esperienza, cioè, ma ne è attratto. In questo caso l’attrattore è la musica di Eden, e mi piaceva mostrare un mondo che si vede raramente, nei romanzi ambientati nei college. La visione di una istituzione totalmente elitaria, presa da un punto di vista ad esso esterno, piuttosto che non dal suo interno.Woodroma1

Wuz: La forza che promana dalla figura di Eden è direttamente proporzionale alla sua ambiguità - in qualche modo, certe atmosfere del suo libro possono ricordare il celebre “Turn of the screw” di Henry James – ma capiamo bene che l’efficacia del libro si basa proprio sul non sciogliere la riserva fino alla fine: Eden è un impostore oppure è un giovane straordinariamente talentuoso che sa quel che fa?

Wood: In realtà nella mia mente, il rapporto con questo personaggio è passato attraverso diverse fasi. Ho strutturato il rapporto con Eden – non solo il mio, ma anche quello dei lettori – in tre parti, per la precisione.
Noi esordiamo nella lettura provando una certa fede in Eden, perché lo vediamo attraverso gli occhi di sua sorella. Poi proseguiamo con una seconda fase, di dubbio nei confronti del personaggio, per concludere su una nota di speranza. L’idea cioè che anche il lettore, così come è successo a me mentre scrivevo, fluttua, oscillla, muta atteggiamento, partendo da un certo ottimismo e passando per un certo distacco cinico... ma più si va avanti, più si vorrebbe credere a Eden, e questa speranza è ben incarnata dalla figura di Herbert Crest, che induce a chiedersi “cos’è la speranza?”.
Lui vorrebbe - vorrebbe fortemente - credere che sia possibile qualcosa che, in fondo ne è consapevole, si rivelerà impossibile.
Alla fine sta al lettore scegliere un punto di vista su Eden.

Wuz: La musica – ovviamente – gioca un ruolo importante, e nel corso della storia se ne avverte una profonda conoscenza da parte sua. Crede che la sua conoscenza della musica l’abbia aiutata, in qualche modo, a conseguire l’equilibrio fra controllo formale ed emozione che contraddistingue il suo romanzo?

Wood: Io non ho nessuna educazione accademica, in ambito musicale.
E forse è proprio questa lacuna che mi ha portato a scrivere in questo modo di musica. Spesso, quando in un’opera di narrativa la musica è al centro della storia narrata, l’autore tende a diventare piuttosto tecnico.
Io ho cercato di scrivere piuttosto di quel che la musica fa provare, di quel che fa sentire ad Oscar. Mi interessavano le immagini che la musica suscita nella sua mente, e le emozioni che la musica suscita nel suo cuore: questo volevo descrivere, ben più di quanto volessi scendere nel dettaglio. 
È quindi proprio la mia mancanza di educazione musicale, forse, che mi ha portato a scrivere di musica in modo più emotivo che intellettuale.Woodroma2

Wuz: I francesi, che abitualmente non sono teneri con la narrativa d’oltremanica, hanno tributato grandi onori a “The Bellwether revivals” (ha vinto il Prix FNAC e il Prix Millepages, fra gli altri). A cosa pensa sia dovuta la fascinazione che il suo romanzo esercita sui francesi?

Wood: Posso solo fare congetture, in proposito.
I lettori francesi – ora forse anche i lettori italiani? – avranno apprezzato questo libro perché non si pone su un terreno filosofico accademico nell’indagare su idee, in fondo. Si sono trovati di fronte a una narrativa che, innanzitutto, li ha catturati. Beh, per gli italiani vedremo, ma per i francesi mi piace pensare che si siano trovati di fronte a un libro leggibile e avvincente ma che – al tempo stesso – ha uno spessore. Forse questa è stata la carta vincente.

Wuz: Nel frattempo, sono passati un po’ di anni: lei tiene un master di scrittura creativa, e sappiamo che sta per dare alle stampe un secondo romanzo. In quale misura questa storia avrà a che fare con l’esperienza che ha accumulato dai tempi dell’uscita di “The Bellwether revivals”? Ci saranno elementi autobiografici oppure sarà una fiction completamente inventata?

Wood: Il secondo libro uscirà nel Regno Unito a luglio. Ci sono alcuni temi in comune, ma la storia è molto diversa. Si esprime ancora la mia fascinazione per la natura della creatività, le sue origini e le sue possibilità.
Ci sono anche qui, fra le pieghe della storia, nascoste delle parti di me.
Ma solo alcune parti.


Intervista di Matteo Baldi


Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti