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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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Intervista ad Alessandro Zaccuri
“I genitori dovrebbero rimanere indecifrabili come eroi scolpiti sulla facciata di un tempio. Accorgersi che sono paria tali e quali a noi ci provoca disagio, delusione. Sappiamo di essere poveri disgraziati senza casta, ma ci piace immaginare di discendere da re e capitani.” da Il signor figlio
Iniziamo dall’inevitabile: il rapporto tra padre e figli…
Inevitabile, sì, ma anche tendenzialmente evitato in un contesto come l’attuale, in cui la prospettiva stessa del confronto e del conflitto generazionale viene esorcizzata attraverso pratiche più o meno grossolane, più o meno approssimative. Il punto di partenza del libro, però, non vuole essere questo, quanto piuttosto una particolare forma del legame tra padri e figli, quella cioè che viene mediata ma anche esacerbata dalla pratica della letteratura, dell’arte. Perché così tanti figli sfidano i padri su questo terreno?, mi sono domandato. E come mai risultano così spesso vincitori? Qual è il confine tra l’emulazione e la rivalsa, tra l’affetto e il tradimento? La casistica è molto vasta e complessa, io mi sono limitato a pantografare le vicende di tre famiglie che mi parevano, nello stesso tempo, esemplari e straordinarie: i Leopardi, i Kipling e i Messiaen.
È un rapporto che ha sempre affascinato gli scrittori: penso al Dostoevskij de I fratelli Karamazov o al Robert Musil de L’uomo senza qualità…
Da un certo punto di vista, è il rapporto originario di ogni esperienza letteraria. A un certo punto, nel libro, arrivo a suggerire un’interpretazione dell’Iliade come resa dei conti fra l’archetipo paterno, rappresentato da Ettore, e quello filiale, incarnato da Achille. Sappiamo chi ha la meglio nel duello e sappiamo anche come quella vittoria passi attraverso l’inganno. Per non parlare dell’Odissea, che si apre con un figlio, Telemaco, sulle tracce del padre perduto. Secondo Joyce, però, la soluzione può venire soltanto dalla madre, dal “sì” che Molly/Penelope pronuncia nell’ultima riga dell’Ulisse.
Il prologo è dedicato a Stephen King, lascia sorpresi…
È un omaggio al più grande narratore popolare dei nostri tempi e, contemporaneamente, un avvertimento rivolto al lettore. Le storie che si potrebbero raccontare sono molte, cerco di far intendere, ma ne ho scelte soltanto tre, queste tre. Che potranno anche sembrare complesse, sovraccariche di erudizioni e di rimandi trasversali, ma sono sempre questa storia, la storia di un ragazzo che diventa scrittore a causa dei libri del padre. Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza fra i tascabili di Lovecraft che il piccolo Stephen King trova nascosti in uno scatolone e le opere monumentali tra le quali il giovane Giacomo si muove con disinvoltura nella biblioteca di casa Leopardi.
Tra le pagine molte vicende umane, ma si respira sempre una forte tensione religiosa…
Fin dal titolo, Il signor figlio poggia sulla scommessa di affrontare questo tema, il tema del conflitto generazionale, in una prospettiva non soltanto psicologica, ma spirituale, che fa perno sulla teologia della Trinità. Monaldo Leopardi è avvertito da Giacomo come un inaccessibile Padre veterotestamentario; John Lockwood Kipling sceglie di farsi Figlio del figlio Rudyard; Cécile Sauvage, la madre poetessa del compositore Olivier Messiaen, è pura voce, Spirito.
In un passaggio si legge: “In un modo o nell’altro noi condanniamo sempre i nostri figli…”
La frase è attribuita a Rudyard Kipling, il personaggio che, anche in conseguenza delle sue convinzioni massoniche, esprime un aperto rifiuto della Trinità. Sul piano umano, del resto, è esattamente questo che ogni genitore avverte, se ha un minimo di consapevolezza della complessità del proprio compito: gli sembra di sbagliare in continuazione, di essere sempre inadeguato, più carnefice che guida. L’indicazione di un sovrasenso spirituale vuole appunto suggerire la possibilità di ricomporre questo conflitto su un piano diverso.
Dall’altra i figli che spesso si sentono abbandonati (“Padre, perché mi hai abbandonato?”).
La recriminazione filiale è uno dei grandi temi della letteratura, e della letteratura novecentesca in particolare. Per dimostrarlo basterebbe forse la Lettera al padre di Kafka, che è soltanto il più noto fra i molti testi che si fondano su questo sentimento. Nel mio libro, però, il lamento del vecchio Giacomo “abbandonato” da Monaldo vorrebbe avere tutt’altro significato: le sue sono, con una minima variazione, le parole di Cristo in croce, è l’ammissione che l’uomo da solo non si salva, che soltanto la Grazia può redimere.
Penso al Talmud…: “È leone chi è figlio di leone”…
Qui mi inchino alla citazione, per una volta tanto.
Il tuo romanzo ha anche molti aspetti gotici…
 | | Gian Paolo Serino | Diciamo che ho voluto giocare con molto armamentario del romanzesco, adoperandolo però in un modo che potesse risultare abbastanza inconsueto. Tipicamente gotica, per esempio, è l’evocazione del manoscritto ritrovato. Nel Signor figlio ce ne sono diversi, ma tutti restano per il lettore libri chiusi, scartafacci inservibili, la cui funzione narrativa si esaurisce nell’essere stati redatti, indipendentemente dal loro esatto contenuto. Un po’ come accade con il manoscritto dell’Avesta, illeggibile anche se spalancato davanti agli occhi di John Lockwood Kipling. E poi c’è la soffitta, il conte italiano, la discesa nelle viscere della città… L’importante è sapere che si tratta di artifici e che come tali vanno accettati. Allo stesso modo, la trincea di autori e citazioni con cui Leopardi e gli altri si proteggono nel corso della narrazione ha un ruolo, come dire?, scenografico. Il lettore è invitato a far vagare appena lo sguardo su quel fondale e a concentrarsi piuttosto su quel che accade sul proscenio o, meglio ancora, nell’interiorità dei personaggi.
La recensione di Wuz.it a Il signor figlio
La recensione di Letture a Il signor figlio
| 23 febbraio 2007 | | Di Gian Paolo Serino |
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