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Intervista

Jonathan Coe: il fatto di scrivere o anche di leggere è un atto politico in sé


È uno scrittore molto amato e molto seguito in Italia, Jonathan Coe. Tant’è vero che il suo nuovo romanzo, Expo 58, è uscito prima da noi che in Inghilterra dove, però, la pubblicazione è imminente.
Abbiamo colto l’occasione della sua presenza a Milano per scambiare due chiacchiere, e non solo su questo ultimo libro.  



Nella pagina finale dei ‘ringraziamenti’ Lei dice che il nucleo del romanzo è partito da un suo viaggio in Belgio, dall’aver visto l’Atomium: è la prima volta che viene ispirato da un’architettura, da una struttura come quella dell’Atomium, visto che in genere Lei è attento agli aspetti sociali, alle analisi dei personaggi, ai rapporti di questi con la politica? E pensa che le architetture possano influenzare e determinare i comportamenti della società e della politica?


È solo negli ultimi anni che ho iniziato ad interessarmi all’architettura - mi interessano di più le persone e gli aspetti sociali del mondo che ci circonda. La mia risposta all’Atomium è stata molto emotiva. Prima di tutto ho pensato al tempo: l’Atomium è una struttura che esprime speranza nel futuro, e tuttavia ora fa parte del passato. Guarda in avanti ma ci riporta indietro nel tempo. L’Expo 58 non fu un evento di tipo commerciale, o almeno, non solo e non tanto. Fu più un evento idealista, ora si sarebbe più cinici, viviamo in un’epoca meno innocente.  


Come ha proceduto per documentarsi su tutti i dettagli dei vari padiglioni e degli edifici costruiti all’interno dell’Expo?

Ci sono molti libri sull’Expo 58, soprattutto in francese, ma la mia conoscenza del francese era sufficiente per leggerli. Poi ho comprato mappe, ho parlato con giornalisti, con persone che hanno visitato l’Expo. In Belgio, inoltre, se ne parla ancora tanto.  


Ha letto anche spy-stories?

No, non ho letto molti romanzi, ho visto invece molti film, soprattutto di Hitchcock. Volevo che il libro riflettesse la sensazione che tutto, all’Expo, era una facciata, tutto era falso. Non volevo una storia reale. Mi sono potuto permettere il lusso di non essere fedele alla documentazione. Volevo che fosse un esercizio di fantasia.  


Pensa che oggi il romanzo storico abbia una funzione morale o sociale, oppure che il fattore storico sia solo una fonte di ispirazione?

Ogni buon romanzo ha una funzione morale o sociale, serve ad aiutare il lettore ad immaginare con più libertà: il fatto di scrivere o anche di leggere diventa un atto politico in sé.
Quando ero un giovane scrittore avevo una visione semplicistica della scrittura, mi spazientivo con gli scrittori che non affrontavano la problematica del tempo. In realtà mi sono poi reso conto che questa funzione può essere svolta anche in diversi modi, in maniera meno irruente, in un modo più sottile e indiretto. “Expo 58” è ambientato, per l’appunto, nel 1958, ma ha rimandi al presente. Tuttavia ho cercato di essere leggero, di non spingere troppo il paragone con il presente. Ho voluto impiegare un tono di intrattenimento.  


Sotto questo tono leggero, però, si cela una grande verità. Ad un certo punto un personaggio dice: “Talvolta non conosciamo fino in fondo la nostra natura. Non sappiamo bene chi siamo, finché non sopravviene una nuova circostanza a rivelarcelo.” Mi sembra che questo possa essere il nucleo del romanzo. Thomas non sa chi è, sì, sa che è sposato, che è un uomo onesto, ma poi si rivela diverso. Il fatto che la madre sia belga è un caso o ha a che fare con la sua ricerca di se stesso, della sua identità?

Ormai ho già scritto dieci romanzi e i miei libri sono in qualche modo connessi l’uno con l’altro, sono come capitoli di una storia più lunga, e il centro è proprio la ricerca di identità, la scoperta di se stessi. Per me, invecchiando, ci sono voluti anni per capire la difficoltà di questa ricerca.
Non siamo cambiati solo dalle circostanze, siamo determinati dall’eredità genetica, influenzati dalla nostra infanzia. I limiti di questo romanzo non sono fissi.
Sentiamo dettagli della storia della madre e poi leggiamo dei figli di Thomas - può darsi che ritorni su queste storie e su questi personaggi, lo deciderò in seguito.  


Ha detto che ogni suo romanzo è come un capitolo di una grande storia. Ecco, a metà della lettura di “Expo 58” mi sono resa conto che i personaggi del libro erano gli stessi, ripresi con un’altra angolazione, di quelli de “La pioggia prima che cada”, quello che è, a mio parere, il suo romanzo più diverso, che si distacca dalla forte vena di ironia che percorre gli altri libri. Come mai ha legato questo libro proprio a quello?

Prima di tutto mi congratulo: nessuno si era ancora accorto che i personaggi erano gli stessi, in tempi diversi. Ma questo non mi preoccupa perché io voglio che le mie connessioni siano leggere e attutite, non ovvie.
Prima ho detto che i miei romanzi sono come capitoli di una storia unica - a mano a mano che scrivo sempre più libri, mi rendo conto che sono diversi in superficie ma sono tutti collegati - anzi, vorrei che lo fossero di più e non solo attraverso i personaggi.
In termini di tono narrativo, “La pioggia prima che cada” e “Expo 58” sono veramente molto diversi, e tuttavia sono nati dalla stessa immaginazione. Io cerco di fare un quadro, la vita è fatta di luce e di ombra, di leggerezza e di aspetti pesanti. “La pioggia prima che cada” è la luce, “Expo 58” è l’ombra.  


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Torniamo al tema della ricerca dell’identità: non sembra riguardare solo gli individui, nel romanzo. Anche le nazioni sembrano cercare quale faccia presentare al mondo nell’Expo, soppesare fino a che punto dare di sé un’immagine legata al passato oppure una che guardi al futuro. Come legge Lei il mondo di oggi? Il prossimo Expo di Milano sarà uno sguardo rivolto alla tradizione o sarà un’occhiata verso il futuro?


Il concetto di identità è fluido, cambia nel tempo. Una delle opportunità offerte dalle grandi Fiere mondiali è quella di cogliere l’identità di ogni paese in quel momento. La vera sfida per ogni governo è esprimere onestamente l’identità nazionale: tutti i paesi vogliono vendersi al resto del mondo, però questo non significa necessariamente capire più profondamente l’identità del paese. Anche nel caso dell’Expo di Milano: sarà una visione onesta di quello che è l’Italia o sarà propaganda?  


Che effetto fa parlare oggi di un progetto atomico quando tutto pareva possibile, quando invece i computer sembravano strumenti di minore importanza? Che effetto fa scrivere di qualcosa di così vicino e di così lontano?

Non mi sono chiesto perché volessi scrivere dell’Expo 58, ho semplicemente avuto questa reazione emotiva all’Atomium, e dopo ho visto che l’argomento mi interessava e andava bene per me. Non mi ero fatto problemi. Io scrivo- da sempre- per capire il tempo in cui sono vissuto, sono nato nel 1961, e quello in cui vivo. L’Expo 58 riandava a un momento che è la nascita della modernità, del tempo in cui sono vissuto, di un tempo in cui c’era, insieme, molta eccitazione ma anche molta ansia nei confronti della nuova tecnologia. E qualcosa di simile sperimentiamo noi negli anni in cui viviamo.
Tutto quello che ho scritto di recente è stato influenzato dal fatto che ora sono un padre, che ho due figlie di 13 e 16 anni. Il loro rapporto con la tecnologia è ben diverso da quello che avevo io, di certo queste tecnologie influenzeranno il loro senso di identità. Mi eccita e mi allarma perché c’è una totale differenza con quello con cui sono cresciuto. Sono sentimenti che ho rivisto nei personaggi di “Expo 58”.  


Il libro è dedicato a suo padre: ci sono anche storie familiari che hanno influenzato questo libro?

Mio padre non ha potuto finire di leggere questo libro perché è morto. Non gli piacevano i miei libri; questo, però, gli piaceva. E non è riuscito a finirlo. Mio padre era uno scienziato, era attivo negli anni della ricerca di energie alternative, si ricordava delle polemiche sulla macchina Zeta di cui si parla nel libro. “Expo 58” gli piaceva perché era una spy story, il genere di libro che amava leggere e gli ricordava il tempo in cui si occupava di queste cose. Era anche il periodo in cui ha conosciuto mia madre. 

a cura di Marilia Piccone


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