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Intervista

Cronaca di una rivoluzione: da Istanbul con la scrittrice Esmahan Aykol



Hanno la faccia allegra, questi ragazzi carichi di entusiasmo giovanile che sfilano in corteo per Istiklal Caddesi, a Istanbul. Come se andassero a fare un pic nic in piazza Taksim e non a sfidare gli idranti della polizia. Se non fosse per le bandiere che sventolano, se non fosse perché cantano “Bella ciao” (ed è stranamente emozionante sentire la canzone dei nostri partigiani in turco), se non fosse che indossano tutti magliettine nere (è l’ordine del giorno, ci dirà poi Esmahan Aykol, magliette nere contro il fascismo), se non fosse per quest’atmosfera leggermente sessantottina, faremmo fatica ad immaginare che questo è il quarto giorno di quella che era iniziata come una manifestazione di protesta per la distruzione di una zona verde ed è diventata uno scontro con le forze dell’ordine in una ribellione contro un regime sempre meno democratico.



giugno 2013 - manifestanti nelle vie di Istanbul - foto di Marilia Piccone


D’altronde le prove sono ovunque
: nelle scritte sui muri (solerti operai le stanno grattando via), nei vetri infranti delle vetrine (alcuni negozi stanno già provvedendo alla sostituzione). E il fatto che non si veda passare il mitico tram rosso tanto amato dal regista Özpetek è un segnale che forse la calma non è ancora tornata in piazza Taksim.

L’appuntamento con Esmahan Aykol, la scrittrice di cui la casa editrice Sellerio ha pubblicato tre romanzi con la protagonista Kati Hirschel, simpaticissima libraia che si improvvisa detective, è in un caffé su Istiklal Caddesi, non lontano da piazza Taksim, e ho temuto di non riuscire ad arrivare.
Oggi, lunedì 3 giugno, è un giorno pieno di canti e di slogan e di braccia alzate, ma due giorni fa, quando sono salita per la prima volta a piazza Taksim come turista, l’atmosfera era ben diversa. Non mi ero insospettita per il fatto che la funicolare fosse ferma - pensavo ad un guasto, come da noi è normale, come la scala mobile alla fermata metropolitana di Porta Venezia che non funziona dal settembre dello scorso anno.
Avevo visto sulla CNN la manifestazione di venerdì 31 maggio, ma pensavo fosse finita. Poi sono apparse le prime persone con una mascherina sul naso e sulla bocca. ‘Come i giapponesi a Milano’, ho pensato.
Poi, per fortuna, due studenti universitari, individuandomi immediatamente come una turista sprovveduta, mi hanno fermato, consigliandomi di tornare indietro.
“Spero che sarà tutto finito domani”, ho detto inavvertitamente.
“Speriamo di no”, mi ha risposto la ragazza, aggiungendo con orgoglio, “Questa è la rivoluzione turca!”.

Ne parliamo con Esmahan Aykol, prendendo lo spunto dai suoi libri.




So che il suo prossimo romanzo, in corso di traduzione in Germania, si intitola “Tango Istanbul” e ha a che fare con la corruzione nell’ambiente dei mezzi di comunicazione in Turchia. È un argomento quanto mai attuale, a giudicare dai disordini di piazza Taksim di questi giorni. Perché il punto di partenza della manifestazione - la protesta contro la costruzione di un centro commerciale in un’area verde - è solo come la punta di un iceberg, c’è molto di più al di sotto, vero?



Esattamente. Già c’erano state delle manifestazioni per rivendicare il diritto di parola, per protestare contro l’imbavagliamento dei media, contro il fermo di alcuni giornalisti. Ora, nei primi tre giorni di questa ‘rivoluzione di piazza Taksim’, non è apparsa nessuna notizia sui disordini, né sui giornali, né attraverso i canali televisivi. Non se ne è parlato affatto. La televisione ha continuato a trasmettere documentari sui pinguini. È questo il punto della protesta, contro un governo autoritario.



Ho visto tanti ragazzi giovani in corteo, alcuni giovanissimi.



È vero, ci sono tanti universitari ma anche tantissimi liceali. E poi ci sono tantissime donne giovani che aderiscono a questa manifestazione in cui - così era l’accordo per oggi - tutti indossano una maglietta nera per protestare contro il fascismo. E ci sono tante ragazze perché sono loro ad essere le più oppresse nei paesi conservatori. Quindi sì, la protesta non è solo per gli alberi che devono essere abbattuti per fare un centro commerciale, i giovani gridano contro l’oppressione.



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Spero che potremo riparlare di “Tango Istanbul” quando uscirà la traduzione italiana.
Intanto mi piacerebbe confrontarmi con lei su qualcosa che ho osservato rileggendo i suoi tre romanzi. Mi è parso che il primo, “Hotel Bosforo”, sia diverso dagli altri due, che sia più tradizionale, che ci sia un minor coinvolgimento nei problemi vivi del paese.
In “Appartamento a Istanbul” e in “Divorzio alla turca” la trama gialla ha qualcosa a che fare con la realtà nera della Turchia, gli appalti, la corruzione, l’inquinamento. Mi chiedevo se fosse sua intenzione fare qualcosa come si sono proposti di fare i maestri del giallo svedese, Maj Sjöwall e Per Walöö, con la serie dei dieci romanzi con il commissario Beck, una sorta di indagine sui mali della società del loro tempo.



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È vero.
Il mio primo romanzo, “Hotel Bosforo” era un romanzo sulla rabbia, un libro personale sulla vendetta. Ero io a volermi vendicare dei tedeschi perché mi sono sentita discriminata quando sono andata a studiare in Germania, nei primi anni che ho vissuto lì. E volevo che il libro fosse tradotto in tedesco perché era sull’essere straniero e sentirsi diverso perché ti facevano sentire diverso: ecco, ho scritto come ci si sente, rovesciando la situazione con il personaggio di Kati, una tedesca che vive a Istanbul, che dice di essere straniera dappertutto- considerata un’ebrea in Germania e una tedesca a Istanbul.
In un certo senso il mio primo libro era più internazionale, i personaggi erano internazionali.
I due libri seguenti sono, invece, con personaggi locali, sono più sulla Turchia e sulla politica turca e la vita sociale turca, perché la vita sociale non può escludere la politica: se scrivi romanzi sulla vita sociale non puoi non parlare di politica. I due romanzi sono quadri della società turca nel tempo in cui sono stati scritti.



Creare una protagonista tedesca che, però, vive a Istanbul, le ha dato un’opportunità migliore per vedere la società turca da un altro punto di vista?



Andare in Germania è stata per me una grande opportunità. Ho avuto la possibilità di vedere la società turca da un punto di vista esterno, è stato un cambiamento di prospettiva radicale.
È stata una sensazione strana, quella di sentirsi turca per la prima volta, perché naturalmente non ci si può sentire turchi in mezzo ai turchi.



Non pensa che sarebbe stato lo stesso anche per un italiano, sentirsi discriminato in mezzo ai tedeschi? Gli italiani non godono di una buona reputazione in Germania...



Ma no! Non è vero! (Esmahan Aykol sorride) Gli uomini italiani sono molto apprezzati dalle donne tedesche, glielo assicuro!



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Istanbul è una città con un piede in Occidente ed uno in Oriente. Nei giorni che ho passato qui ho sentito tutto il fascino di questo doppio volto di Istanbul. Tra un quartiere e l’altro ci sono differenze sconcertanti. Mi pare che il personaggio di Kati Hirschel, la ragazza tedesca che ama questa città, tanto da averla scelta per viverci, riassuma in un certo senso le due facce di Istanbul.



A dire il vero, io vedo soprattutto l’aspetto orientale di Istanbul, non vedo quello occidentale. E’ del tutto orientale se paragonata ad Ankara o a Smirne. E poi dieci anni fa era molto più affascinante: sono state fatte tante opere di restauro in malo modo. Hanno trasformato la moschea di Solimano in qualcosa di disneyano. Si continuano a fare cose mal fatte: il terzo ponte attualmnte in costruzione sul Bosforo, ad esempio. A che cosa serve un terzo ponte nei tempi in cui viviamo? Verranno abbattuti chissà quanti alberi e non servirà a snellire il traffico. Sarebbe stato meglio costruire un tunnel sotto il Bosforo. E costruiranno anche l’aeroporto più grande del mondo: scherziamo? A che cosa ci serve l’aeroporto più grande del mondo?



Anche Lei si divide tra due mondi, come Kati, come questa città. Che cosa le manca di Istanbul quando vive a Berlino e che cosa le manca, invece, di Berlino quando si trova qui?



In Germania sento la mancanza dei miei amici di Istanbul. A Berlino ho una carissima amica che però è così impegnata nel lavoro che non riesco quasi a vederla. E però mi manca quando sono a Istanbul. A Berlino vado per essere sola, per lavorare, per leggere. Istanbul è caotica e ogni tanto ho bisogno di fuggire. Di Berlino mi manca la tranquillità e la qualità della vita- ad esempio, a Berlino si può andare ovunque con i mezzi pubblici, c’è molto meno traffico. D’altra parte ci sono anche molti meno abitanti.



tra i racconti dell'antologia Capodanno in giallo anche "Rubacuori a Capodanno"di Esmahan Aykol

La voce di Kati nei romanzi è così vivace e spontanea che è inevitabile, per il lettore, identificarla con Lei. Assomiglia a Lei, Kati Hirschel?



No, Kati non è come me. Forse è, per alcune cose, come io vorrei essere. A Kati invidio l’essere socievole, affettuosa, generosa. Io non sono così, lei è il mio doppio. Non condividiamo neppure gli stessi gusti: a me non piace il té verde che beve Kati. Però neppure a me piace il raki, come non piace a Kati. Nel nuovo romanzo ci sarà un cambiamento: Kati inizia a bere raki in “Tango Istanbul”.



In “Appartamento a Istanbul” un personaggio appartiene ad un partito religioso: quanto è importante qui la religione? L’integralismo religioso può essere un pericolo?



No, non penso che l’integralismo costituisca un pericolo, gli islamici sono nel governo, dopotutto. E sì, la maggior parte dei musulmani di Istanbul è religiosa osservante e tradizionalista- infatti il numero delle donne per le strade è inferiore a quello degli uomini e quasi tutte portano il velo.



Un’ultima domanda ‘letteraria’: secondo Lei, gli scritti di Orhan Pamuk rappresentano bene l’essenza turca, o l’anima turca? Voglio dire, sono veramente ‘turchi’ i suoi romanzi?



Se devo essere sincera, la risposta è no, non penso che i romanzi di Pamuk esprimano al meglio l’essere turchi. Nel conferimento del Nobel a Orhan Pamuk ha avuto un certo peso la sua presa di posizione a favore degli armeni e dei curdi nei confronti dei quali il nostro governo ha sempre negato di avere delle colpe. A mio parere, il più grande scrittore turco contemporaneo è Yaser Kamal, l’autore di “Mehmet il Falco”.



Intervista di Marilia Piccone

giugno 2013 - scontri nelle vie di Istanbul - foto di Marilia Piccone


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