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Intervista

Andrea Bajani, Antonio Tabucchi: Mi riconosci

Andrea Bajani parla con noi di Mi riconosci, il suo omaggio all'amico e grande scrittore Antonio Tabucchi, scomparso il 25 marzo di un anno fa. E anche l'occasione per parlare dell'opera postuma di Tabucchi, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema, dal 20 marzo in libreria.

A un ragazzo un po’ di tabucchismo non può che far bene, confondere il sonno e la veglia, prendere la vita come una cosa molto seria e però anche come una cosa – qualsiasi cosa succeda – anche molto allegra (Andrea Bajani)


© Effigie

Quando ha deciso di scrivere Mi riconosci?
L’ho deciso quando ho saputo che Antonio Tabucchi, due giorni prima di morire, in un letto d’ospedale di Lisbona, aveva dettato al figlio un racconto. Raccontare, da sempre, ha significato difendersi dalla notte, dal buio. Di fronte alla paura di un ignoto più grande, da sempre, si raccontano delle storie. È lì, sulla quella soglia, che nascono le storie. Antonio Tabucchi, all’approssimarsi di un buio più grande ancora, e di una soglia più estrema, aveva ripetuto quel gesto che da sempre si ripete. Ecco, in tutto questo – ho pensato – c’era qualcosa di molto più importante, e di molto più universale, di una storia privata. C’era qualcosa che aveva a che fare con i passi che facciamo al buio, e con il bisogno di avere qualcuno che poi li racconti.

Leggendo il suo libro ho avuto due sensazioni: che per forza di cose sia stata una scrittura dolorosa, ma anche, forse sopratutto, necessaria, indispensabile. Mi sbaglio?

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In letteratura voglio pensare che la scrittura sia sempre un atto necessario. Credo in una letteratura di necessità, che va a disturbare il can che dorme. In questo caso c’era un dolore iniziale – quello sì – che era la perdita di un grande amico. E però poi c’era la scrittura, la trasformazione di tutto questo in letteratura, che era l’omaggio più grande che pensavo di poter fare a un grande scrittore. Insieme al gioco dei giochi: prendere uno scrittore e farlo diventare un personaggio dentro una finzione, dentro quella specie di romanzo che è Mi riconosci. Tabucchi prima di morire era Antonio Tabucchi. Poi io l’ho preso e l’ho buttato a nuotare dentro l’acqua di una storia. E lì, a vederlo nuotare, era evidente che quell’acqua era la sua.

Il confronto tra giovani e vecchi (o meno giovani se vuole), quel parlare di romazi e letteratura in telefonate notturne per prendere il suo caso, che sa di bottega, di ateneo quotidiano, di formazione, è un po' il pezzo mancante nel motore dei nostri giorni?
Il pezzo mancante, oggi, è forse che alla letteratura venga dato uno spazio sempre più marginale. Uno spazio di intrattenimento, di colore. Questo è quello che manca. E poi sì, anche il fatto che tutti abbiano voglia di insegnare e nessuno abbia più voglia di imparare. Fa parte di una crisi cultura più ampia, che coinvolge l’industria culturale e pedagogica del nostro paese. Ma questo, ahimé, è piuttosto evidente. Ma io continuo a pensare che la grande letteratura si senta, e finché ci sarà spazio per quella si potrà pensare di non aver mollato del tutto. La grande letteratura è una telefonata che arriva nel cuore della notte: fa sobbalzare, sconvolge la visione del mondo, e il giorno dopo ci si sveglia diversi.
Le chiedo qualcosa sull'opera uscita postuma di Antonio Tabucchi, Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema
È un opera scritta in vita. È la testimonianza più evidente del fatto che uno scrittore resta uno scrittore qualsiasi cosa faccia, di qualsiasi argomento scriva. Tabucchi parla di cinema, di letteratura, fa le sue scorribande, e in qualche modo si fa assomigliare tutto. Ogni scrittore, ogni artista, è grande quando è facile associargli un aggettivo. Significa che è riuscito a piegare il mondo alla sua menzogna, alla sua rilettura. Dire tabucchiano è molto semplice, ed è chiaro a tutti che cosa significa. Ecco, Di tutto resta un poco è un mappamondo perfettamente tabucchiano.



A un ragazzo che vuole conoscere, avvicinarsi all'opera di Tabucchi, quali titoli consiglierebbe e perchè?
Gli consiglierei I piccoli equivoci senza importanza, e senza dubbio Requiem, che ha il buffo primato di essere uno dei libri italiani più importanti degli ultimi cinquant’anni pur essendo stato, da Tabucchi, scritto in portoghese. A un ragazzo un po’ di tabucchismo non può che far bene, confondere il sonno e la veglia, prendere la vita come una cosa molto seria e però anche come una cosa – qualsiasi cosa succeda – anche molto allegra.


15 marzo 2013 Di Francesco Marchetti

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