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Intervista

Su gentile concessione di Letture, pubblichiamo una recente intervista (probabilmente l'ultima) di Ryszard Kapuscinski, apparsa nel numero di dicembre della rivista

Ryszard Kapuscinski: prima uomo, poi cronista



È il reporter più famoso al mondo. Ma si definisce un missionario che lavora con sacrificio e passione. Corrispondente di guerra, innamorato del Continente nero, Kapuscinski ci racconta le sfide che affronteremo nel XXI secolo. 


Ryszard Kapuscinski non abita in nessun luogo, è un cittadino della storia. Nato nel 1932 a Piñsk, oggi in Bielorussia, si definisce lui stesso «uno sradicato» che ha cominciato a vagabondare a sette anni «e ancora non ho smesso». Come corrispondente estero dell’agenzia polacca Pap si è occupato soprattutto del continente africano, che ci ha descritto nei suoi reportage (Ebano, Feltrinelli, 2000) e nelle sue foto (Dall’Africa, Bruno Mondadori, 2002).
Lo hanno candidato al Nobel perché il suo giornalismo non lascia indifferenti: totale, empatico, vissuto come una missione a servizio dell’uomo, e non dell’informazione.

Nei suoi zibaldoni l’atteggiamento è più importante della precisione. «I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie» leggiamo ne Il cinico non è adatto a questo mestiere (e/o, 2002).
Il suo ultimo libro tradotto in italiano, Autoritratto di un reporter (Feltrinelli, 2006, pagg. 116, euro 10,00), nasce da una selezione tra interviste e lezioni che offrono, oltre a stimolanti riflessioni sul mestiere, una intensa testimonianza personale. Invitato al Goethe Institut di Roma per l’inaugurazione della prima Biblioteca europea, così ha risposto alle domande di Wlodek Goldkorn.


L’Europa si è sempre definita in relazione all’altro, nel confronto con i barbari, con la Turchia, con la Russia... Ma cosa rappresenta l’Europa per se stessa? quali sono le sue istituzioni fondanti?


L’Europa nasce sotto il segno del libro. La biblioteca ha accompagnato l’Europa fin dalla sua nascita e in nessun altra cultura esisteva un’istituzione simile. Ci sono sempre stati libri presso gli aztechi, i cinesi, gli indiani, però erano elementi di culto o oggetti sacri, mentre il libro come elemento di comprensione è un’invenzione europea. Come il tempio è il luogo di Dio, la biblioteca è il luogo dell’identità. Il libro europeo è legato al dialogo, che genera un altro fenomeno tipicamente europeo: la critica e l’autocritica. Quest’ultima distingue la cultura europea da tutte le altre culture del mondo, ed è proprio grazie ad essa che la cultura europea è durata per più di duemila anni. Infine il libro accompagna un ulteriore fenomeno europeo, cioè la nascita delle nazioni.

Lei ha parlato spesso della traduzione come mestiere del futuro...

Negli ultimi vent’anni ci sono stati tre avvenimenti che hanno completamente cambiato il mondo. Il primo è la fine della guerra fredda, che ha cancellato barriere e frontiere provocate dalle varie ideologie. L’altro avvenimento è l’evoluzione – o rivoluzione – tecnologica, che ha soppresso tutte le frontiere e il problema delle distanze. E il terzo avvenimento è la Rete Internet, che ha contribuito a creare un inedito scambio di comunicazioni interpersonali. L’uomo europeo era conscio dell’esistenza sul nostro pianeta di altre culture, tuttavia non aveva consapevolezza che esse fossero tanto vicine l’una all’altra. Ora queste culture dalle differenti radici si sono trovate faccia a faccia, provocando nelle nostre coscienze uno shock che non abbiamo ancora assorbito del tutto. La consapevolezza europea ha molta difficoltà ad accettarlo perché per cinquecento anni si è considerata una cultura superiore, suprema, e per questo padrona del mondo. Ma teniamo presente che la discussione sull’identità si svolge nell’ambito europeo, che rappresenta solo il 15% della popolazione mondiale. Troppo spesso dimentichiamo l’85% delle altre culture e l’influenza che esse hanno esercitato sull’Europa. C’è quindi una nuova missione, una nuova professione, una nuova sfida davanti a noi: il ruolo dell’interprete va ripensato. Ci sono sempre stati dei traduttori, ma il loro ruolo non è mai stato così importante come oggi, perché solo verso la metà del XX secolo abbiamo imparato che le persone parlando in lingue diverse, intendono anche il mondo in maniera diversa. Il nuovo ruolo del traduttore è quello di avvicinarci a queste altre realtà, perché il mondo durerà solo finché noi saremo capaci di parlare e di comunicare fra di noi. Questa è la conditio sine qua non della nostra esistenza e sopravvivenza.

Dunque l’interprete è anche una figura metaforica, un intermediario nel presunto “scontro di civiltà”. Visto che lei è uno dei primi giornalisti occidentali ad aver raccontato l’Africa – il continente completamente diverso da noi per eccellenza – le chiediamo: esiste un modo per entrare in contatto con l’altro senza sopprimerlo o senza entrare in conflitto? Oppure c’è bisogno del conflitto fino a un certo punto?

Credo che adesso siamo soltanto all’inizio di un periodo molto lungo e molto doloroso. Ci sono due tempi da considerare, quello immediato e quello a lungo termine. Nell’immediato ci saranno moltissime difficoltà nel capirci, perché il primo contatto è sempre uno shock. Normalmente ognuno di noi ha un senso molto forte della propria identità e ha bisogno di un tempo relativamente lungo per capire che ci sono anche degli altri diversi da lui. Per questo il secolo XXI sarà un secolo molto difficile, perché ci saranno sempre più persone in movimento, considerando il costo sempre più basso dei trasporti, dei viaggi, delle comunicazioni. Ma non c’è altra soluzione, non abbiamo la possibilità di dividerci. Solo i saggi sapranno trovare una soluzione, ma questa soluzione non arriverà a breve e non sarà facile. Nel XXI secolo siamo tutti creatori delle situazioni, eppure allo stesso tempo ne siamo vittime. A questo proposito, nel mondo del giornalismo italiano ci sono state due scuole di pensiero di cui ho conosciuto i rappresentanti, e penso di aver capito cosa volevano dire. La prima persona è stata la grande giornalista italiana Oriana Fallaci, che ho conosciuto a Teheran durante la rivoluzione del ’76; mentre l’altro giornalista è stato Tiziano Terzani, che ho conosciuto a Delhi. Tra questi due personaggi ci sono molte similitudini: entrambi provenivano da Firenze, entrambi si sono dedicati a problemi internazionali, entrambi hanno avuto la stessa malattia, entrambi sono tornati dopo molti anni in Italia per morirci. Ma vedevano il mondo in maniera diversa. Il mondo multiculturale descrittoci da Oriana Fallaci ci metteva paura, perché lei non riusciva a ritrovarcisi; di conseguenza pensava che l’unica soluzione fosse quella di dividersi. Tiziano Terzani era dell’idea contraria, e cioè che l’unica soluzione fosse quella di cercare di comprenderci a vicenda. Questi due giornalisti italiani simboleggiano il grande dilemma che abbiamo noi tutti: dobbiamo dividerci o cercare di capirci? Questa è la domanda che hanno lasciato al XXI secolo; e a noi spetta di cercare la risposta attraverso le nostre esperienze e la nostra vita.


Intervista a cura di Paolo Pegoraro


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24 gennaio 2007  

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