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Philippe Daverio. Da Passepartout al museo immaginato: un'intervista sull'arte di guardare l'arte
... questa è una piccola raccolta di pettegolezzi suscitati dallo scrutare la storia delle arti. E i pettegolezzi lo sono per un motivo sostanzialmente etico. Che c'è di più bello che l'interessarsi agli esseri umani? (dall'introduzione a
L'arte di leggere l'arte
)
Philippe Daverio ci porta a spasso fra i capolavori di ogni tempo, con occhio attento alle analogie, alle relazioni, ai contesti e ai significati.
Ma anche con orecchio pronto a cogliere tutto quel che attorno all'opera la storia ha depositato: aneddoti, letture diverse, leggende e pettegolezzi. In quest'intervista a proposito del suo ultimo libro (intitolato "
L'arte di leggere l'arte
", Giunti edizioni) Daverio dispensa più di un lampo della sua appassionata competenza, e ci porta a riflettere sul valore del cammino culturale che ognuno compie con gli strumenti a propria disposizione.
Wuz:
Buongiorno Professor Daverio, vogliamo parlare del libro che ha appena pubblicato per Giunti editore, “L’arte di guardare l’arte”? Il libro è una collezione di scritti apparsi sulla rivista “Art e dossier” di cui lei è direttore dal 2008. Si comincia con l’elogio di ozio e curiosità…
Daverio:
Esatto.
Ozio
e
curiosità
sono i meccanismi fondamentali per capire.
Molti vedono – e vedere è una pratica platonica, nel senso che spesso si vedono le cose che si hanno già nella testa.
Guardare
è una pratica completamente diversa, più empirica, serve la volontà di azione nei confronti di una cosa, e allora quali sono i meccanismi utili?
Uno è – detto in modo ironico – l’ozio, guardare le cose dal lato del disimpegno; e l’altra è la curiosità: cioè andare a guardare le cose cui di primo acchito non si penserebbe, e che sono lontane dalle idee che si hanno già.
In questo modo si possono scoprire cose che altrimenti non si scoprirebbero.
Wuz:
Lei tratta di Platone anche nella sua bella introduzione al libro, dicendo che senza Platone non avremmo avuto Michelangelo, e stabilendo una sorta di parallelo che a me è piaciuto molto…. Ovvero, l’arte come tramite e canale per entrare in contatto con la specie umana, e non solamente con quei sette miliardi di esseri umani che oggi affollano la superficie del pianeta…
Daverio:
Beh, quelli che sono sulla terra non li incontreremo mai, ma quelli che fanno parte della
cosmogonia di
Ognissanti
li incontriamo tutti i giorni.
La
vita della cultura
è una vita in cui il dialogo con gli altri prevede anche la possibilità di rapportarsi con quelli che non ci sono più…
Servono tutte e due le cose: il dialogo con i propri contemporanei, e quello intrattenuto con le persone che ci stanno alle spalle.
Ad esempio: il dialogo che io posso avere con
Joseph Beuys
è sicuramente più interessante di quello che posso avere con
Cattelan
…
Wuz:
… Già, quel Cattelan che lei definisce, nel suo libro, “un pubblicitario”. Ovvero: l’arte non può dirsi tale se rinuncia alla propria fisiologica quota di ambiguità. Non si dà arte senza ambiguità, cioè?
Daverio:
Esatto: quelli di
arte
e
pubblicità
sono proprio due percorsi opposti.
La comunicazione pubblicitaria deve puntare – per raggiungere il proprio risultato – alla massima semplicità. Spesso diventa semplice facendo
la parodia
di qualcosa di complesso. Mentre il fenomeno artistico procede all’opposto: è proprio nel rendersi complesso che offre i vari piani di lettura, e fa sì che anche persone molto diverse trovino cose che richiamano la loro attenzione. Persone diverse della
stessa epoca
, ma anche persone diverse in
tempi diversi
. Noi guardiamo ai capolavori del passato con occhio completamente diverso da quello con cui quelle stesse opere erano guardate all’epoca in cui sono state concepite, eppure vi troviamo
sempre cose nuove
… Perché? Perché sono
sufficientemente ambigue
da consentire
significati diversi
.
Wuz:
Una qualità che le viene riconosciuta da chiunque la conosca come divulgatore è l’ubiquità del suo sguardo. Lei riesce a riunire sotto la stessa egida osservazioni a proposito di fatti artistici molto distanti fra loro. Come si affina uno sguardo tanto eterogeneo?
Daverio:
Con
l’esperienza
. L’esperienza è designata da un termine molto bello, in tedesco:
erfahrung
, che contiene la radice della parola “viaggiare”, guidare. L’esperienza acquisita attraverso il viaggio che si è fatto. Ognuno di noi compie un suo viaggio, e l’esperienza è l’unica cosa che cresce con gli anni e con l’età… l’intuito può anche calare, col passare degli anni, ma l’esperienza cresce. E proprio lì sta uno dei trucchi: l’esperienza è all’origine di viaggi che si possono fare contemporanemente, simultaneamente.
Ad esempio: se uno conosce la calligrafia femminile degli
ideogrammi
del primo
periodo edo
, può trovare dei curiosi parallelismi con il
contrappunto
di
Philipp Emanuel Bach
.
Ma bisogna aver fatto i due viaggi, prima! … altrimenti come si fa a cogliere il nesso?
Wuz:
Chi è abituato a compiere i viaggi di cui lei parla, trova in internet uno strumento utile o una distrazione?
Daverio:
Internet è una
macchina fantastica
, perché contiene già rimandi e parallelismi. Sia nella strada diritta, per così dire, che – soprattutto - in quella
dell’errore
. Ovvero, quando internet salta di palo in frasca, ti apre delle strade altrimenti inimmaginabili.
Ma attenzione! bisogna essere capaci di interrogare internet, e innanzitutto saperla interrogare in
più lingue
– una lingua soltanto non è sufficiente – perché ogni lingua genera una sua lettura delle cose, specifica e ricca.
Più uno sa usare le lingue, più internet ha senso.
Wuz:
Volevo fare una osservazione sull’importanza della buona divulgazione, partendo dal successo – lei mi dirà se inaspettato o in qualche modo atteso – del suo libro “
Il museo immaginato
”, che ha funzionato così bene in un momento di generale depressione del mercato librario…
Daverio:
Non sono ancora riuscito a capirlo, onestamente.
Davvero non saprei a cosa imputare il successo di quel libro.
Però posso dire alcune cose, forse: è
facile da leggere
dall’inizio alla fine.
Le cose, in “Il museo immaginato” sono conseguenti. Ma è un trattato libero, e qui torniamo all’
erfahrung
di cui abbiamo detto prima: si incontrano degli stimoli, durante quel viaggio, ma non è obbligatorio seguire tutto, si può anche sorvolare quello cui non si è interessati, e godersi il resto.
Determinante, poi, è stato il coraggio dell’editore, che ha acquistato i diritti per
duecentocinquanta immagini
… e questo è davvero raro.
Mi era già capitato di fare dei libri, magari in edizione economica, per i quali venivano selezionate - poniamo - venticinque immagini, ma questo accumulo di immagini tanto eterogenee, e con una qualità di stampa così alta, è una specie di tuffo in una cupola storica. È un
unicum
, insomma.
Wuz:
Torniamo a “L’arte di guardare l’arte”: tutto il libro è costellato di interpretazioni giocose di capolavori del passato che la mettono al centro della scena… è stato lei a guidare la mano di chi l’ha immaginata – ad esempio – sdraiato nella vasca di Marat, colpito a morte da Charlotte Corday?
Daverio:
No, è tutta farina del sacco del grafico della rivista, che mi fa questi scherzi da tanto tempo… e abbiamo pensato di metterli nel libro, che in fondo è una raccolta di articoli apparsi proprio su “Artedossier”. È vero che una raccolta di articoli ha un sapore diverso dagli articoli presi singolarmente, di solito; ma se c’è una cosa che questo libro certifica, è proprio quella di mostrare come tutti gli articoli siano frutto di una stessa mano. Non è una cosa tanto diffusa, sa? Anche fra le firme più illustri, c’è chi non scrive tutte le cose che poi vengono pubblicate a suo nome. Ma la mia è una scrittura fatta a mano: la faccio, la cucino, la cucio tutta io, e credo che questo nel libro venga fuori. Il libro permette di entrare in una microgalassia di pensieri e suggerimenti.
A un certo punto, con l’editore ci siamo detti “facciamo che sia un libro giocattolo”, e in effetti l’inserimento di queste immagini lo rende veramente un libro giocattolo. Va detto che in questo il libro è aiutato anche dal prezzo…
Wuz:
Senta, Professore, lei sembra incarnare alla perfezione alcune delle qualità di una figura letteraria che oggi è un po’ passata di moda, ma che è ancora capace di emozionare: il flaneur. Si riconosce?
Daverio:
Eh sì! Ma io sono un po’ pervertito da quella cosa ancor più bella – nata a Londra verso la metà del settecento – che è stata la society of dilettanti. I dilettanti non sono quelli che non sanno niente, ma sono quelli che godono nel sapere, e quindi – appunto - si dilettano… oggi, spesso, noi sappiamo solo per imporre agli altri; il sapere diventa uno strumento di potere, mentre il dilettante vuole sapere perché sapere è godere… d’altra parte la modernità stessa vuole che il percorso culturale sia fatto per godere. Nel settecento era così. L’arte del diciannovesimo secolo è stata soprattutto politica, invece; è stata un arte che chiamava alla partecipazione.
Mentre oggi siamo tornati all’
amusement
… bisogna divertirsi!
altrimenti, che cce stiamo a ‘ffa?
Wuz:
Non potremmo essere più d’accordo, e citiamo dunque la chiosa della sua bella introduzione al volume, che ci sembra quanto mai pertinente: “a noi il compito della curiosità, a noi la gioia del dialogo con la specie”…
Daverio:
Che poi la vera questione è proprio questo concetto della
specie
. Sa che questo concetto mi è stato regalato
in articulo mortis
? Non l’ho mai detto a nessuno…
Wuz:
Da chi?
Daverio:
Da
Sebastian Matta
, grande surrealista, che due mesi prima di morire mi dettò un testo che adesso vorrei ripubblicare perché è troppo bello. Parlava con questo accento hispanico fantastico, e mi disse (Daverio mima un accento latino su di un italiano impreciso ma evocativo - NdR) “... el arte contemporaneo no es arte, porché l’arte è una cosa più grave! L’arte es una cosa grave che corrisponde al dialogo con la specie”.
Porca miseria! Uno che a novantun anni dice una cosa del genere,
lascia un’eredità vera
!
Wuz:
Decisamente. Senta: a che punto siamo con “Save Italy”?
Daverio:
“
Save Italy
” continua ad andare avanti. È un gioco mentale che regaliamo a chiunque lo voglia usare. Ieri ho fatto una predica sotto il campanile di Giotto, per la Misericordia di Firenze, una predica nel corso della quale ho detto “
Save Italy
vuol dire rimanere coscienti che la Misericordia con i suoi quindicimila collaboratori è lì dal milleduecentoquarantadue, e saperlo è la nostra ricchezza mentale.
Save Italy è ogni volta che si può, lanciare un progetto che consenta di far capire chi siamo, e far di tutto per mantenerlo.
Wuz:
Grazie mille, Professor Daverio! Buon lavoro, dunque, e arrivederci.
Daverio:
Arrivederci!
Vai alla recensione del libro di Daverio
L'arte di guardare l'arte
Chi è Philippe Daverio
22 giugno 2012
,
ISBN:
22 giugno 2012
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