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Intervista

Sofi Oksanen: l'esilio è una condizione salutare per lo scrittore

Sofi Oksanen è autrice di un romanzo, Le vacche di Stalin, appena pubblicato in Italia da Guanda, in cui si tratta il tema dei disturbi alimentari di una ragazzina proiettati però sullo sfondo storico-politico e sociale dei rapporti fra Estonia e Finlandia negli anni Ottanta. 
Conosciamo poco di questo mondo, quasi nulla della sua realtà socio-culturale. Anche per questo parlare con la Oksanen è particolarmente interessante, anche per questo leggere i suoi romanzi è come fare un viaggio o spalancare una finestra su una realtà sconosciuta, intima e universale.


Sofi Oksanen fotografata da Toni Härkönen


Partiamo dal suo ultimo romanzo: nel libro si affrontano tanti temi e corrono parallele molte storie, la mia prima curiosità però riguarda il titolo. Da dove viene? L'ha scelto lei?


Si l’ho scelto io.
Va detto che avevo centinaia di altre opzioni però alla fine sono tornata a questo titolo che era stata la mia prima idea, quella originaria. Quest’espressione viene da un aneddoto che risale all’epoca dell’Unione Sovietica e cioè ai tempi della sua propaganda Stalin presentava la Russia come un paese con un suolo estremamente fertile e ricchissimo di mucche da latte. Poi però gli estoni deportati in Siberia, una volta tornati raccontarono che non c’era nessuna mucca in Siberia ma solo delle capre e queste vennero denominate “le vacche di Stalin”.


Il libro ruota attorno alla storia principale di Anna e dei suoi disturbi alimentari e tuttavia il suo è un microcosmo che getta luce su un macrocosmo molto più ampio, esteso sia dal punto di vista spaziale che temporale. 
Qual è lo scopo di un’operazione simile? Leggendo il suo romanzo mi è venuta in mente la grande tradizione del realismo ottocentesco, i grandi romanzi storici in cui la finzione era funzionale alla resa della realtà. È così anche per lei?


Avevo il desiderio di scrivere una storia che parlasse dei disturbi alimentari e mi è sembrato un passo naturale da compiere perché in quel periodo, quando ho pensato questa storia, mi interessavo molto dell’isteria e del significato della pazzia delle donne nelle varie epoche, i disturbi mentali ecc. Poi ho utilizzato questa metafora che viene dall’Unione sovietica e ho deciso di scrivere una storia in cui poter esplorare l’aspetto sia psicologico, sia sociologico sia biologico dei disturbi alimentari e non solo dare semplici risposte e soluzioni a questo problema.

Oggi questa tradizione, messa da parte negli anni del Postmodernismo, sembra tornata in auge: leggendo i romanzi di Philip Roth, Coetzee, Houllebecq, Littel sembra di essere tornati ad una forma di realismo, ad un desiderio di descrivere la realtà nei suoi meccanismi più profondi e al tempo stesso anche ad una precisa idea di quello che deve essere il compito di chi scrive. Cosa ne pensa? Cosa pensa degli scrittori che ho citato? E dove si colloca nel panorama letterario contemporaneo?


Innanzitutto va detto che io leggo in traduzione finlandese la narrativa – la saggistica invece in inglese – quindi per me è difficile avere una sorta di panoramica generale di quello che sta accadendo attualmente nel mondo letterario moderno. Però in Finlandia ultimamente c’è molto interesse per il passato più recente, non il passato dell’Estonia perché questo è legato alla mia storia personale, ma al passato in generale.
Si leggono molti romanzi storici in Finlandia, molte donne raccontano e scrivono di questo passato recente che non ha a che vedere col Postmodernismo. A me Littel piace molto, mi piace il modo in cui lui un nuovo mondo fittizio collegato però alla realtà, soprattutto in un campo minato come quello della Seconda Guerra Mondiale. E poi per me come scrittrice è importante scrivere storie che siano correlate strettamente alla realtà. Io non ho una passione per la fantascienza o per il fantasy in generale. Inoltre, grazie alla letteratura possiamo aprire nuovi mondi, nuove realtà e far sì che anche persone che provengono da un background culturale diverso o da un altro paese capiscano delle cose che non sono loro familiari perché lontane e abbiano la possibilità di entrarvi in sintonia.


Quella di Anna è una vicenda particolarmente drammatica: i suoi disturbi alimentari vengono da lontano, risalgono addirittura a quando lei è ancora nel grembo materno; inoltre, il senso di rifiuto e di inadeguatezza che la spingono ad esercitare un controllo spaventoso sulla sua alimentazione e a cercare la perfezione del corpo hanno a che fare con un’identità negata, con la sua storia familiare ma anche con la storia tout court, coi rapporti fra Estonia e Finlandia.

In effetti gli Estoni vivevano una situazione piuttosto singolare in Finlandia. A quei tempi, a causa del clima politico che vigeva, la Finlandia aveva dei rapporti piuttosto amichevoli con la Russia e quindi l’Estonia sovietica ufficiale si mostrava amichevole con al Finlandia. Gli Estoni, che invece portavano avanti l’idea dell’indipendenza e volevano distinguersi dalla Russia per diventare un paese autonomo, non avevano molto seguito in quanto venivano preferiti gli altri Estoni. In più in Finlandia la storia veniva insegnata secondo l’ottica del potere sovietico, per cui una generazione di Finlandesi non ha avuto occasione di sapere che gli Estoni non erano russi e che c’era un’Estonia che voleva diventare indipendente e lo era diventata, facevano di tutta un’erba un fascio: questo è un esempio di come è possibile cancellare la storia di una nazione o una nazionalità dalle coscienze dei paesi addirittura vicini, perché la Finlandia e l’Estonia sono praticamente confinanti. Va ricordato che allora in Finlandia non c’era neanche un immigrato, ancora oggi il numero degli immigrati è basso, ma allora era veramente inesistente, quindi i Finlandesi quando sentivano parlare la loro lingua con un accento rimanevano attoniti perché non erano abituati. Per questo ho voluto scrivere un libro che parlasse di immigrazione, e di immigrazione di seconda generazione in Finlandia: perché la Finlandia era l’unico fra i paesi nordici a non avere alcun libro sull’argomento.

Protagoniste del libro sono due donne: Anna e Katariina. Molto spesso all’origine dei disturbi alimentari delle adolescenti v’è un rapporto conflittuale con la madre. Qui v’è da una parte il desiderio di trasgressione, la volontà di opporsi in qualche modo al rigido controllo imposto dalla madre, dall’altra l’attuazione, in maniera speculare, da parte di Anna di un’altra forma di controllo.

Sì, in effetti la maggior parte dei disturbi alimentari derivano da una situazione in cui il corpo sembra essere l’unica cosa che si riesce a controllare nella propria vita, o almeno si ha la sensazione che sia così.

Il libro è diviso in tre parti, e tuttavia la ripartizione non è uguale: la prima sezione in cui si descrive il lungo calvario di Anna occupa uno spazio maggiore rispetto altre due in cui si racconta della guarigione. Indugiare sull’aspetto drammatico della vicenda, sulla malattia fa parte dell’impianto del romanzo o a che fare con una sua precisa volontà?


Si perché il momento in cui Anna acquisisce una propria voce non ha più bisogno di pagine. Inoltre, la struttura del romanzo è essa stessa bulimica e io volevo scrivere un romanzo che rispecchiasse questo aspetto della malattia.

Nel romanzo si parla anche tanto dei rapporti fra Estonia e Finlandia, del confine che separa chi è di qua e appartiene all’Occidente ricco, colto e sviluppato, e chi vive di là, è povero, ignorante guadagna con lo sfruttamento della prostituzione ecc. La descrizione di questi aspetti è precisa fin nei dettagli, lei che ricordo ha, se ce l’ha, di quel periodo? Oggi cosa resta di quel divario, quanto è cambiata la situazione?

Io sono cresciuta proprio saltando da una parte e all’altra all’interno della cortina di ferro e mi è capitato di viaggiare moltissimo in tante parti dell’ex Unione sovietica proprio perché mio padre per il suo lavoro era costretto a viaggiare in tutti gli angoli del paese.
Al giorno d’oggi il mondo è cambiato: gli Estoni sono considerati Estoni e i Finlandesi si recano spesso in Estonia per motivi altri dall’alcool e dalle donne. E poi l’Estonia, negli ultimi trent’anni soprattutto, ha messo a segno dei progressi notevoli anche se è ancora un paese in transizione, tuttavia in diversi campi è progredita moltissimo tant’è che adesso non assomiglia per nulla alla Russia, al contrario è a tutti gli effetti un paese europeo occidentale.


L’Estonia costituisce lo scenario di altri suoi romanzi: sembra quasi una costante. Lei come vive la sua doppia nazionalità?

Io scrivo storie ambientate in Estonia ma in finlandese, tuttavia i miei personaggi parlano in estone, ed è sano per un autore come me avere questa sorta di distanza; se io vivessi in Estonia la mia scrittura sarebbe diversa, diciamo che è come vivere in esilio ma trovo questa cosa sana. Trovo abbastanza divertente quando mi viene chiesto perché non mi trasferisco in Estonia, perché non scrivo in estone, ma Samuel Beckett ha cambiato la propria lingua di scrittura e non è più tornato indietro, James Joyce ha vissuto praticamente tutta la sua vita in esilio: secondo me l’esilio è una condizione salutare per uno scrittore. 

La scrittura per lei ha questo significato? Da dove viene la scelta di scrivere? Perché lo fa?

Ho iniziato a scrivere il mio diario quando ho imparato a scrivere, all’età di sei anni, e l’ho fatto perché sentivo che era necessario, d’altra parte una ragazzina deve avere un diario.
Subito dopo ho deciso di diventare una scrittrice, però, contemporaneamente mi era capitato di leggere in una rivista per bambini che la professione dello scrittore era quella più popolare tra i bambini anche se io non ne conoscevo nessuno, e quindi siccome non volevo fare quello che facevano tutti gli altri ho accantonato questa idea. Poi però, a dodici anni, l’articolo di quella rivista non ha più potuto esercitare alcun controllo su di me e mi sono detta che magari era solo una campagna per spingere i bambini a leggere, per cui ho deciso di diventare comunque una scrittrice.


Ha degli autori di riferimento o che ama di più? Quali sono?

La mia scrittrice preferita è Marguerite Duras, a seguire Virginia Woolf, e fra i poeti, Anna Achmatova e Sylvia Plath. Fra i miei nuovi preferiti: Kazuo Ishiguro.


04 aprile 2012 Di Manola Lattanzi

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