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Intervista

Marco Missiroli: un romanzo deve avere coraggio

Il senso dell'elefante è la storia della devozione dei padri verso i figli, del coraggio di affrontare scelte dolorose in nome di un amore puro.

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I consigli di lettura di Marco Missiroli


Il senso dell’elefante, suo nuovo romanzo pubblicato da Guanda, ruota attorno alla storia di un ex prete e al suo passato: Pietro, che ora lavora in un condominio, custodisce un segreto che lo ha spinto a lasciare Rimini e a trasferirsi a Milano. Perché questo tipo di personaggio?

Perché mi piaceva scrivere di un personaggio vero, autentico, dimezzato da un conflitto ma nonostante tutto ancora capace di guardare l’animo delle altre persone, capendo un po’ di cose che altri non avrebbero capito. Spesso il conflitto interiore, la battaglia silenziose, acuisce i sensi. Pietro è un ex prete che appare chiuso in se stesso, ma che invece è un perfetto radar verso il mondo: possiede un’empatia autentica. Anche se indurita.

Assieme a quella di Pietro corrono parallele altre storie, a volte anche sfasate sul piano temporale, ma in qualche modo tutte intrecciate fra loro: la storia della strega e del prete giovane; la vita familiare di Luca e Viola; la malattia di Andrea e la disperazione del padre, la solitudine di Poppi e così via. E si affiancano due città: Rimini e Milano. Qual era il suo intento?

Volevo dare vita a un incrocio di situazioni che nutrisse il mistero sfasando il piano della narrazione. L’avevo già usato con Bianco, ma questa volta è ancora più intimo. Per cui il lettore si trova a coincidere con i personaggi, scopre ciò che accade con loro, è sullo stesso piano. L’intreccio avviene sia con i protagonisti (tutti, perché è un romanzo corale in una certa prospettiva), sia con i due ambienti: Milano e Rimini, che rappresentano due vere e proprie “molle” letterarie, ognuna di esse ha una funzione precisa: Milano porta a compimento il destino iniziato a Rimini.

Il dottor Martini, il condomino che Pietro spia, è un oncologo infantile, ma non solo, è anche un uomo che ha deciso di mettere la sua professione al servizio dei malati terminali praticando l’eutanasia. Si tratta di una scelta etica e professionale rischiosa e delicata. Cosa ne pensa?

Non è solo eutanasia, è andare contro l’accanimento terapeutico nella maggior parte dei casi. Quando il corpo diventa una prigione, spesso un medico può aiutare a velocizzare tutto. E questa è intesa in una prospettiva non solo di dignità, ma di empatia, si comunanza di un destino segnato.

Il romanzo propone dei valori forti, spesso in controtendenza rispetto a quelli che oggi ci offre la società; mostra i personaggi alle prese con scelte coraggiose ma anche dolorose: penso all’eutanasia o alla decisione di voler a tutti i costi proteggere qualcuno al punto ad uccidere, ma anche al coraggio di abbandonare l’abito ammettendo che l’amore per una donna può essere più forte dell’amore per Dio. Niente di tutto ciò è scontato.

Un romanzo deve avere coraggio, in un modo o in un altro. Possibilmente senza sensazionalismi o esibizioni. Ho cercato di dare delle posizioni, mantenendo una delicatezza narrativa che arrivasse fino alla fine. Il senso dell’elefante è un libro ossimorico: racconta di storie dure e autentiche, e lo fa in modo sussurrato.

Il senso dell’elefante, che dà il titolo al libro, è tutt’uno con la devozione e il sacrificio: sono valori che rimandano a una dimensione corale dell’esistenza in netta contraddizione con l’egoismo e l’idea monadica della vita cui siamo abituati.

A volte la dedizione può legarsi all’egoismo. In questo caso si tratta della dedizione di un padre verso un figlio e di alcune persone che si sorreggono a vicenda: è la devozione più pura, incondizionata, gratuita. La coralità più potente.

Penso anche alla distinzione - che mi ha molto colpito - fra l’amore minimo e l’amore massimo. Tutti i padri del libro, sia quelli naturali sia quelli acquisiti, agiscono in nome di un sentimento forte, in nome dell’amore inteso come dono, a volte anche come sacrificio e abnegazione di sé per il bene dell’altro: è quello che spinge Pietro a proteggere il figlio; Luca ad accettare la relazione extraconiugale di sua moglie; e l’avvocato Poppi a custodire i segreti rivelatigli da Celeste fino al momento opportuno. È una concezione che rinvia al concetto cristiano di caritas, all’amore disinteressato - anche se mi sembra di intuire che si resta in un’ottica laica. In ogni caso anche questa è una presa di posizione forte e controcorrente rispetto ad una società in cui le relazioni stanno in piedi solo se - e finché - garantiscono un tornaconto personale.

Il romanzo è nato anche come risposta allo sfaldamento delle relazioni che sta avvenendo in questi tempi. Tutto è più logorato, l’intimità è qualcosa di labile, invece di rifugiarci nel contesto famigliare facciamo saltare anche quello. Così ho immaginato un condominio dove ci fossero altre regole emotive, dove potessero rincontrarsi delle solitudini. Ma non come antidoto, e nemmeno come consolazione: come salvezza.

Lei affronta il tema della paternità. Nel romanzo i padri sono molti e in qualche modo tutti sofferenti per i figli e tuttavia coraggiosi. Il tema della paternità è piuttosto ricorrente nella letteratura degli ultimi anni. Perché secondo lei?


È vero che il tema della paternità sta spiccando. Forse per un discorso di ricongiungimento, paterno, che è il legame più sottile tra padre e figlio. La madre è visceralità, il padre qualcosa che può essere indefinito. E qui interviene la letteratura, tessere un filo che definisca o provi a definire un tipo di amore unico, una devozione unica.

Amore ma anche sofferenza, fisica e sentimentale. Anche da questo punto di vista i personaggi si dimostrano all’altezza della situazione: in un modo o nell’altro tutti mantengono la propria dignità di fronte al dolore, quando comprendono che non è più così decidono di andarsene.

Il corpo è fondamentale in questo romanzo. Si porta addosso i segni di queste esistenze fragili, ma è anche uno strumento spirituale. Il cibo è l’emblema: la golosità di Pietro e l’attenzione per i dettagli culinari è un risveglio, non solo carnale. E poi c’è questo stropiccio sulla faccia dei personaggi, dei veri e propri reduci segnati dalla vita.

Ciò che più mi ha colpito è l’etica forte che pervade il libro e che, in maniera diversa, muove le azioni dei personaggi, conferendo al romanzo una struttura solida. A ben vedere un primo indizio è già nella citazione di Roland Barhes in esergo: le soglie del testo sono importanti anche per questo. Da dove viene questo forte senso morale? Meglio: i valori che mette in forma appartengono solo alla storia, e dunque alla finzione narrativa, o sono in qualche modo quelli che lei stesso rivendica?

La religione che tratto nei miei libri è controversa, paradossalmente è laica. In questa storia c’è molta spiritualità, ma non è vista canonicamente: è intima, personale, Dio è qualcosa con cui confrontarsi e spesso scontrarsi. Ma rimane un punto di riferimento i personaggi di questo romanzo. Il senso morale, la pietas, è sempre stato il motore delle storie che narro: mi piace mettere in scena gli umili, i controversi, e vederli ritagliarsi un angolo di dignità. E magari di serenità.

Questo sistema di valori la differenzia da altri romanzieri contemporanei il cui realismo segue un’altra direzione. Penso a Houellebecq, Philip Roth, Coetzee o Siti, nei cui romanzi si assiste al trionfo di una società sempre più intimistica e dove a caratterizzare i personaggi sono piuttosto l’egoismo e l’assenza di morale. Da un lato una scrittura di denuncia dello stato di cose presenti, dall’altro la costruzione di un mondo in cui, sebbene la denuncia non manchi, v’è ancora speranza; da una parte il pessimismo rinunciatario, dall’altra la fiducia nell’uomo. È così, o anche in lei prevale la sfiducia?

Non so se è una questione di fiducia o sfiducia. So solo che c’è una lotta che si compie in tutti i miei libri e che porta a una liberazione, nel bene e nel male. E a un’eredità: un personaggio lascia qualcosa a un altro, ed è qualcosa di molto prezioso. Il senso dell’elefante è un tramandare di memorie e di forze. Succede nei protagonisti, spero accada anche nei lettori. In questo caso, probabilmente, è fiducia nell’uomo.

Lei ha definito i suoi personaggi figure tragiche calate nel quotidiano: è una formula quasi auerbachiana che rimanda a una specifica tradizione letteraria, a un’idea di realismo codificata ma anche a una precisa etica della scrittura. Qual è la sua idea di letteratura? Chi sono i suoi scrittori di riferimento?

La mia idea di letteratura è raccontare una storia. Più onesta e autentica possibile, e questa storia spero arrivi ai lettori nel modo più onesto e autentico possibile.
I miei autori di riferimento sono: Agota Kristof, Somerset Maugham, Benard Malamud, Raymond Carver, Emamnuel Carrère, Dino Buzzati, Cormac McCarthy, Flannery O’Connor.


Lei si definisce un lettore adulto, racconta di aver cominciato a leggere molto tardi, e tuttavia ha iniziato a scrivere quasi subito. Perché? Cosa l’ha spinta e la spinge a scrivere?

Ho iniziato a leggere seriamente a 21 anni, due anni più tardi ho scritto il mio primo romanzo. L’idea mi è venuta mentre pagavo una bolletta, c’era questa busta chiusa e la curiosità di aprirla che coincideva con la paura di farlo (per scoprire quanto avrei dovuto pagare). Forse è stato questo, il legame compiuto di desiderio e terrore, il centro di tutto. Che è esattamente quello che io intendo per letteratura.


03 aprile 2012 Di Manola Lattanzi

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