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HOME | lunedì 15 marzo 2010 |
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Intervista a Gian Carlo Caselli
Una sfida alla Mafia partita da Torino
Nato ad Alessandria nel 1939, si è laureato a Torino in Giurisprudenza e, vinto il concorso in magistratura, è stato destinato nel 1967 al Tribunale di Torino dove è stato giudice istruttore penale nei primi anni Settanta. Dalla metà di quegli anni sino alla prima metà degli Ottanta, sempre a Torino, ha trattato reati di terrorismo (Brigate Rosse e Prima Linea). Nel 1984 ha fatto parte della Commissione per l'analisi del testo di delega del nuovo Codice di procedura penale e nel 1991 è stato consulente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Dal marzo 1986 al 1990 è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Nel 1991 è stato nominato magistrato di Cassazione ed è divenuto Presidente della Prima Sezione della Corte di Assise di Torino. Dopo le stragi che uccisero Falcone e Borsellino, dal 15 gennaio 1993 al 1999, è stato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. Dal 30 luglio 1999 è Direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dal marzo 2001 è il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Attualmente è procuratore generale di Torino.
Qual è oggi la realtà della mafia in Sicilia e quale evoluzione ha avuto, a suo parere, negli ultimi anni?
Rispondo con le parole del sociologo Alessandra Dino (tratte dal libro La polis mafiosa): nonostante gli importanti “successi” che la lotta alla mafia è riuscita ad ottenere, ancora oggi ci si trova a dover fare i conti con un’organizzazione in continua mutazione, in grado – più che nel passato – di mimetizzarsi e di scomparire; una struttura criminale che cambia, pur nella radicale continuità con se stessa, che mantiene il localismo territoriale pur conducendo attività illecite in una dimensione globale e reticolare. E nello stesso tempo ci si trova di fonte anche un network potente e articolato, che comprende esponenti del mondo della politica, dell’economia, delle professioni. Pezzi di classe dirigente che, proprio perchè tali, non hanno bisogno di sparare o far sparare, perché possono facilmente eliminare i propri avversari con le leggi, con i provvedimenti disciplinari e amministrativi, con le censure, con gli strumenti del monopolio.
Le istituzioni sono oggi in grado di "vincere", cioè di debellare veramente questo storico fenomeno criminale?
Per vincere bisogna prima di tutto sconfiggere questo network. Si tratta allora di rispondere ad alcune domande: Perché il contrasto investigativo giudiziario della criminalità mafiosa, raggiunti certi livelli, non riesce a mantenerli?; - perché dopo due o tre anni le cose – che pure stavano andando bene – inesorabilmente cambiano?; - perché uno dei punti di forza di Cosa nostra, la sua continuità, non trova riscontro nell’antimafia, condannata invece a risposte discontinue, soffocate entro cicli di breve durata? È successo al pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino. È successo al pool della Procura di Palermo del “dopo stragi”. È successo (su altra dorsale) al pool di “Mani pulite”. Per due, tre anni ci sono attenzione e consenso, sostegno e talora persino “tifo”. Poi subentrano distrazione e disincanto, indispensabili affinché possa diffondersi quell’ostilità che era fin da subito nei programmi degli interessi più direttamente toccati dal recupero di legalità in atto. Perché tutto ciò accade? Perché il recupero di legalità, ad un certo punto del suo sviluppo, è costretto ad arretrare o rallentare? Perché la sua strada, pur non interrompendosi, si fa più labirintica ed impervia? Le risposte – volendo – sono facili e stanno in altri interrogativi (questa volta decisamente retorici): la verità e certa politica sono forse incompatibili? se si riesce a far passare per assoluzione anche la prescrizione dei reati commessi, non si apre la strada per assolvere tutta la malapolitica, di ieri, di oggi e di domani? Persino quella che contempla rapporti sistemici con mafia e dintorni? Con il corollario che se qualche legge ostacola il disegno, la si cambia. Mentre continua l’aggressione dei magistrati che si ostinano a tenere la schiena diritta.
Da un punto di vista legislativo e politico, sarebbero a suo parere necessarie leggi nuove o un nuovo tipo di intervento pubblico?
Decisiva è la redazione di un testo unico delle leggi antimafia, che oggi sono una foresta (spesso impraticabile) di norme contraddittorie, confuse, inadeguate, superate. Un “corpus” da aggiornare, affinare, integrare: per offrire più incisivi strumenti all’attività investigativo giudiziaria e all’antimafia dei diritti (penso in particolare alla destinazione a fini socialmente utili dei beni confiscati ai mafiosi, materia da riservare ad un’apposita Agenzia specializzata).
Nel Nord Italia in che modo si è infiltrato il fenomeno mafioso?
Pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, in un’intervista a Giorgio Bocca di Repubblica del 10 agosto 1982, il generale Dalla Chiesa, premesso che disinteressarsi della mafia è uno sbaglio, spiegava che “ La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”. Se tutto questo era vero (e lo era!) nel 1982, figuriamoci oggi……
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| 17 gennaio 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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