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Intervista

Albert Espinosa: superare la malattia e vivere con allegria

In Spagna ha venduto più di 200.000 copie del suo romanzo d'esordio: Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fosssimo stati io e te. Scopriamo che la sua lunga a drammatica esperienza - malato di tumore dall'età di 14 anni - non l'ha reso cupo, non l'ha portato a chiudersi nei confronti del mondo, ma anzi, nonostante ciò è stato "un bambino e più avanti un ragazzo felice".
E il suo libro, che per parla anche della morte e della fatica di vivere, è comunque ottimista e insegna l'apertura, la disponibilità nei confronti dell'altro.


Chi è Marcos, come nasce e perché?

Credo che il personaggio di Marcos nasca in parte dalle storie che ho sentito raccontare durante la mia lunga degenza in ospedale, dovuto al cancro che mi ha colpito quando avevo quattordici anni.
Questa malattia, che è durata fino ai miei ventiquattro anni, mi ha privato di un polmone, una gamba e di una parte del fegato eppure, nonostante ciò sono stato un bambino e più avanti un ragazzo felice.

Durante il mio ricovero ho avuto l’opportunità di incontrare diverse persone anche loro malate come me.
Con loro ho parlato moltissimo ed a fondo della morte, ci siamo posti molte domande, fantasticavamo anche di poter possedere dei doni non comuni ed abbiamo anche ipotizzato un futuro in cui l’umanità avesse potuto non aver più bisogno di dormire.
In parte, questa ipotesi, ha anche a che fare con il lavoro di mio nonno che era farmacista e chimico.
Nella sua vita è riuscito a mettere a punto ed a brevettare quasi duecento farmaci di medicina tradizionale ma il suo sogno era quello di poter sperimentare una medicina che desse la possibilità alla gente di smettere di dormire.
Non ci è riuscito ma a me è sembrato bello, in questo romanzo, poter raccontare di quella che è stata la grande aspirazione del nonno.

Marcos è dunque anche il frutto di tutte queste combinazioni.


Il suo lavoro si apre quando, uno dei personaggi principali del libro, la madre di Marcos, grande ballerina e famosa coreografa viene a mancare. Cosa rappresenta la metafora del ballo in questo romanzo?

Anche la mamma di Marcos, in un certo senso, è legata all’esperienza che ho vissuto all’ospedale.
Lì ho avuto modo di conoscere una signora di novant’anni, anche lei ricoverata per la stessa mia malattia.
Si è sempre presa a cuore e occupata moltissimo di tutti noi ragazzini, ricoverati in quel reparto educandoci al coraggio, insegnandocelo e spiegandocelo. Ci ha parlato anche della nostra futura vita sentimentale e del sesso aiutandoci a elaborare la capacità di gestire queste situazioni.
Era una donna caratterizzata anche da una grande creatività che da subito me l’ha fatta legare al mondo creativo della danza.

Per me, infatti, la danza ha sempre avuto una forza ed una energia immensa e quindi ho voluto che la mamma di Marcos traesse la sua espressività vitale da questa forma d’arte.


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Marcos si scopre dotato di un dono, quello di poter vedere, sentire e percepire la vita degli altri. Una possibilità straordinaria ma di grande responsabilità. Come mai ha deciso di affidare al protagonista questa capacità?

Anche in questo caso tutto ha a che fare con la mia malattia, con l’ospedale perché fra di noi giovani ricoverati, avevamo fatto un “patto di vita”. Chi di noi fosse sopravvissuto, infatti, si sarebbe fatto carico di vivere anche le vite di chi non ce l’avrebbe fatta.
Il “patto” era stato da noi elaborato in base ad una sorta di calcolo matematico ed a me, da questo calcolo, sono toccate in eredità 3,7 vite da portare avanti per il futuro.

Una di queste vite che ho ereditato era quella di un ragazzino che aveva la capacità di visualizzare chiaramente, nelle persone che gli capitava di incontrare anche per la prima volta, i ricordi della loro infanzia.
Io stesso credo di aver introiettato questo dono anche se in misura minore, non così potente come era nelle capacità del mio piccolo amico.

Come nel caso del mio protagonista Marcos, anch’io tengo questo dono diciamo così, disattivato perché ho imparato, nel corso degli anni che alle gente non piace essere  “radiografata” e trovo più saggio non farne uso anche perché questa “capacità” è da ritenere, oltre che un dono, una responsabilità immane.


L’altro protagonista chiave del suo romanzo è un “alieno” che la polizia cattura chiedendo poi - non essendo in grado di stabilire esattamente la sua provenienza e le sue intenzioni - aiuto a Marcos e al suo dono. Chi rappresenta questo personaggio?

Credo che la figura dell’alieno, dell’estraneo, abbia a che fare con la paura dei “nostri tumori”, dei nostri “cancri”, intesi non solo come malattie fisiche ma esistenziali.

Marcos, ha appena perso la madre e penso che sia una esperienza traumatizzante per chiunque.
Io per fortuna, non ho ancora vissuto questa tragedia, ma penso che sia una prova che cambia radicalmente il mondo di una persona che si trova di fronte a questo dolore.
Da quel momento in poi sembra che tutto ti possa succedere di inaspettato e di inquietante e questa idea mi ha spinto a creare l’idea dell’alieno, dello sconosciuto, che improvvisamente arriva.

Forse rappresenta la possibilità che tutto il mondo di colpo cambi, si trasformi perché, in assenza della persona che ti ha dato la vita e che ha rappresentato la sicurezza, niente potrà più essere come prima.
Proprio per questo non ho voluto dare un nome né alla madre di Marcos né all’alieno.


Marcos è deciso ad utilizzare una medicina che gli permetterà di non dormire più, ma lei all’inizio fa, per così dire, un elogio del sonno. Perché questa contraddizione?

Qui ritorno alla figura di mio nonno. Quando ero bambino mi parlava spesso di un mondo futuribile in cui forse, la gente avrebbe potuto smettere di dormire e riflettevamo, quando questa ipotesi si sarebbe avverata, come sarebbe cambiato il mondo.
Mi sembrava un’idea curiosa da inserire nel romanzo, anche perché non è una cosa poi così fuori dal mondo: infatti una notizia di qualche mese fa, confermava che nel Regno Unito, qualcuno è stato in grado di mettere a punto una pillola che permette di dormire solo quattro ore, dando la sensazione di averne dormito otto.

Sono convinto che le grandi aziende che controllano il mondo, contino su questa opportunità, e  cioè, di strapparci il dono del sonno, visto che quando dormiamo non possiamo consumare, questa è un’occasione per poterci ridurre in meri consumatori avendo a disposizione molte più ore da vivere quando verrà a mancare la necessità di dedicare un certo numero di ore al riposo.
Per quanto riguarda Marcos, lui ama moltissimo dormire ma dal momento in cui perde sua madre, vuole che il mondo cambi radicalmente, perché nulla può essere come prima. Sceglie dunque di rinunciare al sonno proprio perché è una condizione che a lui piace tantissimo.



04 ottobre 2011 Di Iaia Barzani

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