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Intervista

Alessandro Barbero: da Manzoni non si scappa, non si può!

Scordatevi Renzo e Lucia, arrivano Bianca e Michele! Questa affermazione decisamente provocatoria per presentarvi un piccolo capolavoro firmato Alessandro Barbero, un libro perfetto per quest'epoca storica: una storia d'amore e d'avventura tra Venezia e il bacino del Mediterraneo, tra Occidente e Impero Ottomano.


Gli occhi di Venezia
è un romanzo d’avventura intrecciato fortemente con la storia, che del resto è la tua specializzazione. Immagino che un libro come questo sia frutto dello studio di una vita, ma nel dettaglio quanto tempo è stato necessario per scriverlo? Hai fatto particolari ricerche e studi in archivi e biblioteche per dargli il fondamento geografico e storico che ha? Hai un occhio speciale – scusa il gioco di parole - per Venezia: una passione personale?


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Non ho una passione personale per Venezia, diversa da quella che hanno tutti: e quindi la adoro e ci vado ogni volta che posso, ma niente di più!
Non l'avevo mai studiata e non me ne ero mai occupato in nessun modo fino all'estate 2007, quando La Stampa mi ha chiesto di andare a vedere e recensire la grande mostra Venezia e l'Islam a Palazzo Ducale.
Be', è stata una folgorazione, non tanto per Venezia in sé quanto per il gioco straordinario dei rapporti fra Occidente e Impero ottomano nel Cinque-Seicento, di cui Venezia era lo snodo.
Il fatto che i visir compravano a Venezia vetrerie, occhiali, carte geografiche, assicuravano lì le loro navi, e tutto questo continuavano a farlo persino in tempo di guerra, negli anni di Lepanto, mi ha fatto venire una gran voglia di indagare com'erano davvero i rapporti fra questi mondi che di solito ci fanno vedere solo nella chiave dello scontro di civiltà.
Ne è nato il libro che ho scritto per Laterza sulla battaglia di Lepanto, e che ha richiesto quasi tre anni di lavoro: è uscito nel novembre 2010. E ne è nato Gli occhi di Venezia, perché le cose affascinanti che uscivano dalle biblioteche e dagli archivi durante la ricerca erano troppe di più di quelle che potevano stare in un libro di storia.
In sè, il romanzo ha richiesto un anno secco di lavoro, il 2009, anche se poi l'uscita è stata ritardata, proprio per non coincidere con quella del libro su Lepanto. In quell'anno il lavoro sui due libri è andato avanti in parallelo: la fatica è stata tanta, ma credo anche che ne abbiano guadagnato tutt'e due.


Ho percepito numerosi riferimenti ai Promessi Sposi: i giovanissimi protagonisti, pur sposati, non hanno avuto il tempo di conoscersi davvero e sono stati divisi dagli eventi – causati dalla forza e dall’ingiustizia del potere - che li portano ad affrontare molte prove faticose e dolorose prima di riunirsi. Accanto a loro ruotano personaggi di primo e secondo piano (ed eventi) che ricordano quelli del Manzoni. È così? In qualche modo hai avuto come riferimento il romanzo storico per eccellenza della letteratura italiana?

Da Manzoni non si scappa, non si può.
Io non l'ho mica fatto apposta. Ma un romanzo d'amore e d'avventura implica per forza che lui e lei siano separati. Provate un po' a scrivere una grande storia d'amore lasciandoli insieme! Io ci ho provato, ma è impossibile. Bisogna separarli, e allora si casca per forza nei Promessi sposi, anche senza averlo voluto. Anche dopo essermene reso conto, non ho mai cercato volutamente il parallelo o la parodia, ma questo non ha impedito a uno dei primi lettori di osservare che la mia Bianca, rimasta sola, fa tutto quello che Lucia non ha fatto – o che don Lisander non ha voluto raccontare! E a questo punto direi anche che il personaggio che per me è il più bello del romanzo, Clarice, è la risposta alla donna Prassede del Manzoni: tutta rovesciata in positivo però...


E in generale hai avuto riferimenti storico-letterari particolari per la stesura di questo romanzo e per la caratterizzazione dei personaggi?

La collocazione è alla fine del Cinquecento perché sono gli anni che ho imparato a conoscere lavorando sulla battaglia di Lepanto. Ho spostato l'azione giusto di una dozzina d'anni, per evitare una sovrapposizione troppo ingombrante, e anche perché è intorno al 1590 che si è svolta nella realtà la storia straordinaria di Lorenzo Bernardo e di Girolamo Lippomano a Costantinopoli: l'unica storia vera che racconto nel romanzo, accanto alle due storie inventate di Bianca e di Michele, e una storia così inaspettata che quando l'ho incontrata nelle fonti, è lì che per la prima volta mi sono detto: qui dovrei scrivere un romanzo...


Grazie alla tua narrazione si entra nelle case veneziane del Cinquecento e si vive sulle galere e nei porti in viaggio nel Mediterraneo. Quali aspetti della vita e della cultura dell’epoca hai scelto di mettere più in luce e come ne esce la Serenissima da questa ricostruzione?


Le avventure di Michele e di Bianca corrispondono a due mondi, di cui la Laguna è il confine, due mondi tutt'e due molto indagati dagli storici. Il primo è il mondo delle galere, della navigazione nel Levante, degli schiavi e dei forzati, dei corsari barbareschi, degli orizzonti favolosi, fino a Costantinopoli. Un mondo la cui carica romanzesca è evidente, ma che io ho cercato di raccontare con l'occhio attento anche ai saperi, alle tecniche, alla cultura condivisa – e oggi conosciuta solo dagli specialisti – dei marinai dell'epoca, ai conflitti religiosi... Ma io ho scelto di dedicare metà del romanzo all'altro mondo: la vita veneziana, la vita di una metropoli che è sì il più grande porto del mondo, ma dove si può vivere senza vedere mai il mare; una metropoli formicolante di gente, claustrofobica e dura. In particolare ho voluto raccontare il mondo delle donne, delle donne sole, delle donne che lavorano, delle solidarietà e dei pericoli della vita delle donne: tutto un mondo ben conosciuto dagli storici grazie a importanti libri che hanno pescato a piene mani nella ricchezza degli archivi veneziani, ma forse non così noto al grande pubblico.

Quanto peso hanno gli storici nella lettura dei fatti odierni? E quanto secondo te dovrebbero averne? Quanto lo studio della storia può aiutare a pensare in maniera trasversale, multidisciplinare, essendolo per sua natura? E che compito spetta agli storici (in quanto esperti del rapporto causa-effetto), quale missione dovrebbero avere nell’indirizzare i nuovi strumenti metodologici necessari per la comprensione di una società globalizzata e al tempo stesso divisa che corre sempre più rapidamente verso un futuro difficilissimo da prevedere e molte crisi ardue da prevenire?

Agli storici non si può chiedere troppo, non sono dei guru capaci di prevedere il futuro.
L'individuazione dei rapporti di causa ed effetto è una delle cose più difficili nel lavoro storiografico, e non è nemmeno così centrale: anche perché quei rapporti non sono mai unilaterali, le cause e gli effetti sono sempre fenomeni complessi che si intrecciano fra loro.
La lezione che lo studio della storia ha da darci è che la realtà è complessa, che semplificare è pericoloso, che capire vuol dire accettare di guardare ai fatti senza paraocchi ideologici; che per affermare qualcosa bisogna avere delle fonti e per dire che una cosa è vera si deve poterla dimostrare.
Sembra poco, ma è uno straordinario allenamento per leggere la realtà contemporanea, per individuare al volo la semplificazione, la mistificazione, la menzogna. Potrebbe finire qui: ma il nostro è uno strano paese, dove di storia si parla a torto e a traverso, si manipola l'opinione pubblica agitando interpretazioni distorte dei fatti storici come se dovessero essere ancora realtà attuali su cui spaccarsi. E allora è un bene che gli storici intervengano quando possono (anche se non è facile farsi ascoltare) ricordando i fatti veri e cercando di spazzare via le mistificazioni, invitando chi ascolta a pensare con la propria testa e a verificare quello che si sente proclamare anziché limitarsi a ripeterlo. Ogni volta che incontro un pubblico ho la sensazione, magari l'illusione, che sì nell'Italia di oggi uno spazio per tutto questo ci sia ancora...



24 febbraio 2011 Di Giulia Mozzato

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