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Intervista

Non è un paese per vecchie

Parliamo con Loredana Lipperini, blogger di Lipperatura, del suo ultimo libro Non è un paese per vecchie: un ritratto amaro di una società che ha paura di invecchiare e veicola un'immagine ogni giorno più umiliante del corpo della donna.

Quanto e come i commenti dei lettori di Lipperatura hanno influenzato la stesura del libro?
Hanno suggerito stimoli, dibattuto su proposte: hanno, in una parola, contribuito a far sì che il punto di vista non fosse univoco. Per questo il “commentarium” di Lipperatura è inserito fra i ringraziamenti.


Quali sono state le reazioni del pubblico a Non è un paese per vecchie? Come è stato accolto il libro?
Direi bene. Anche da molti giovani. Ci sono state riserve da alcune lettrici che avrebbero desiderato che il saggio fosse centrato solo sulla questione delle donne mature e anziane. Ma, pur essendo innegabile che esiste una fortissima discriminazione di genere dentro quella anagrafica, anche la vecchiaia maschile soffre della stessa invisibilità tributata alle donne. Ignorarlo era insensato.


Perchè la situazione italiana è così drammatica, più di quella degli altri paesi di Europa? Cosa ha portato il nostro paese a questo livello?
Una politica di welfare inesistente. Un’antica consuetudine a lasciare sulle spalle delle famiglie, e soprattutto delle donne, la soluzione dei problemi di assistenza a bambini e anziani. La tendenza, vivissima dagli anni Ottanta in poi, a chiudersi ognuno nel proprio recinto, più o meno dorato.


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Quanto è un problema di educazione e cultura (che, ovviamente, nel nostro paese, non è finanziata)?
E’ sempre un problema di educazione, di cultura, di immaginario e di linguaggio. E a volte non servono i finanziamenti. Basterebbe essere meno pigri, e più attenti a quel che ci circonda.


Crede che si possa distinguere un immaginario collettivo di destra e uno di sinistra riguardo alla questione del trattamento dell’immagine femminile?
Non troppo. Non è che la sinistra sia così sensibile alla questione femminile se non in relazione ai comportamenti del presidente del consiglio. Non mi pare che prima del caso Noemi Letizia ci fossero stuoli di intellettuali di sinistra che stigmatizzassero il surf rosso di Buona Domenica, le pubblicità offensive e le inquadrature ginecologiche.


C’è una fascia di Under 30 che si ritrova completamente in silenzio, priva di rappresentanza, come quella degli Over 65, davanti allo sfoggio della bellezza, della perfezione, della vanità con cui la nostra società ci tempesta quotidianamente. Under 30 che escono dall’università e non sono minimamente tutelati, che sentono che le loro conoscenze serviranno a ben poco, perchè la società chiede altro: avvenenza, audacia, spregiudicatezza. Del resto, se molte delle donne che hanno vissuto la rivoluzione sessuale e l’acquisizione dei diritti negli anni Sessanta e Settanta sembrano essersi dimenticate quanto avevano lottato per quelle conquiste, come possono i giovani di oggi essere educati a non avere paura di coltivare la propria intelligenza e contare sulle proprie capacità? Da dove può provenire un messaggio positivo? Da dove dobbiamo ripartire?
Dalla realtà. Da quello che ci circonda. Dalla lettura e comprensione, tassello per tassello, non del nostro piccolo mondo, ma di quello che magari ci sembra di non vedere. Conoscere per giudicare. E poi, agire.



08 ottobre 2010 Di Sandra Bardotti

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