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INTERVISTA

Sangue mio, il romanzo privato di Davide Ferrario


Leggi la recensione di Sangue mio

Abbiamo incontrato Davide Ferrario, regista e scrittore, in occasione della presentazione del suo ultimo libro Sangue mio, edito da Feltrinelli. Una storia di sentimenti, con al centro temi importanti come il carcere, la malattia, la fede e la libertà. Un romanzo privato in cui la voce dell'autore si nasconde continuamente dietro quella dei personaggi, e propone un bilancio delle esperienze vissute.


Sangue mio raccoglie molte sue esperienze precedenti, come quelle all'interno del carcere già indagate nel documentario Fine amore: mai e nel film Tutta colpa di Giuda, e quelle sulla malattia su cui si basava il film Guardami. Perché stavolta hai scelto la forma del romanzo e non quella cinematografica?

Credo che ci siano storie per cui il cinema è il giusto mezzo espressivo e altre che invece hanno bisogno di essere narrate nella forma del romanzo. Nel caso di Sangue mio sarebbe stato impossibile adottare il mezzo cinematografico, soprattutto perché la storia metteva in campo situazioni molto private. Per me sarebbe quasi impossibile anche solo pensare questo soggetto per immagini, e per questo motivo non ne farei mai un film. Tutta colpa di Giuda non avrebbe avuto ragione di essere senza la presenza fisica dei detenuti. Sangue mio, invece, non avrebbe potuto assumere altra forma se non quella privata della scrittura. Inoltre, il cinema è un prodotto collettivo, impone la scelta di facce, locations, ecc. ed è un processo molto mediato, mentre quello che mi ha spinto a scrivere era soprattutto una necessità privata e personale. E se pensiamo a come è strutturato Sangue mio ci rendiamo conto che non è la storia quello che conta, non ci sono grandi avvenimenti, ma tutto succede nella testa dei personaggi.


In questo libro si parla di carcere, fede, malattia, morte: temi importanti e difficili da affrontare. Questo romanzo, dunque, condensa in sé le risposte a cui è arrivato fino a oggi?


Sicuramente a 50 anni mi sono trovato di fronte alla necessità di tirare le somme delle mie esperienze e del mio vissuto. L'esperienza del carcere è stata fondamentale e quello che c'è in Sangue mio deriva in gran parte dalle storie che ho conosciuto a San Vittore e alle Vallette, o che ho sentito raccontare dai detenuti. Quello che più mi ha colpito è sicuramente la forza che queste persone hanno, una forza senza la quale non riuscirebbero ad andare avanti.
Per quanto riguarda il tema della malattia, ho vissuto alcune situazioni drammatiche riguardanti persone molto vicine a me. L'esperienza della malattia, come quella della morte, inizialmente ti coglie impreparato. Ci vuole un grande lavoro su se stessi per cominciare a capire che la malattia e la morte sono una parte della vita, che sono eventi necessari e che non serve proiettarsi in una fede oltre la vita. L'unica cosa che conta, in definitiva, è trovare un proprio posto nel mondo finché ci è permesso vivere. Per questo Sangue mio richiama continuamente l'elemento puramente biologico dell'esistenza. Il sangue, il corpo, la presenza di molti animali: sono questi elementi importanti nel romanzo, che ci ricordano che siamo questo corpo che ci portiamo addosso, nient'altro. E questa non è affatto una limitazione, bensì una rivelazione semplicemente meravigliosa.



Come mai hai scelto i nomi di Ulisse e Gretel per i protagonisti?


Innanzitutto questi due nomi richiamano una certa topografia letteraria connessa al tema del viaggio, episodio cardine del romanzo. Ulisse è certo un nome importante, ed è stato inserito solo quando la storia era già arrivata ad un certo punto. Ci ho pensato mentre scrivevo del cane nero che Ulisse trova nella cascina in cui si ferma per una notte con la figlia. E lì mi è venuta in mente quell'immagine di Ulisse e il cane Argo sul sussidiario delle elementari. Così il nome è rimasto. Ovviamente poi per il personaggio mi sono ispirato alle storie di un detenuto e non potevo usare il suo nome vero. Gretel, invece, è sempre stata Gretel, fin dall'inizio. Anche il suo personaggio è ispirato a una donna che ho conosciuto, anche se la storia della sua vita è diversa.
Il viaggio dei protagonisti di Sangue mio, come quello dei personaggi letterari Ulisse e Gretel, non si svolge su una linea retta, ma segue una certa circolarità. Così accade nella vita di tutti noi, e per fortuna il percorso non è mai lineare ma circolare, ondulatorio, e ci conduce spesso altrove.


La scrittura di questo romanzo è molto densa, indaga a fondo il sentimento, è evidentemente privata e personale. Sembra quasi che alla fine la sola voce che si sente è quella dell'autore, e che tutta la storia non sia altro che un pretesto.

Sì, è così. Sangue mio è stata un'esperienza molto sentita e personale. In Ulisse c’è tanto delle storie che ho sentito nelle carceri, ma c’è tanto anche del mio pensiero e della mia riflessione su questa esperienza.
Mi ci sono voluti molti mesi per scrivere questo romanzo, 16 anni dopo il primo, soprattutto perché avevo difficoltà a trovare le voci dei personaggi. Quando poi sono riuscito a trovarle la storia è partita, è diventata autonoma, e in 2 mesi ho scritto tutto. I personaggi hanno cominciato a parlare da soli, quasi si fossero liberati di me. Per questo credo che le storie, una volta scritte, siano di tutti, non più solo dell'autore.


Qual è la situazione del cinema indipendente italiano?

In Italia non esiste più un cinema indipendente. Sì, forse il primo film di Diritti poteva essere considerato indipendente. Ormai ai registi è chiesto un tipo di cinema che accontenti i gusti del pubblico, e la sua figura è quasi superflua, costretta a seguire certi dettami imposti dalla produzione. Per ottenere finanziamenti questa è la via. La cosa importante per il regista è non perdere la sua testa, continuare a produrre anche cose originali e non omologarsi.


30 settembre 2010 Di Sandra Bardotti


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