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Grazia Verasani: scrivere non è un mestiere che si insegna Prendendo spunto da un libro pubblicato da Corbaccio, un nuovo manuale che, anche se in forma originale, riprende l'annoso tema dell'insegnamento creativo della scrittura, ci siamo chiesti: ma allora scrittori si nasce o si diventa?
La risposta di Grazia Verasani
Non c’è uno scrittore uguale a un altro, quindi non credo sia possibile rispondere a questa domanda. Nel senso che ogni scrittore ha una sua storia, un suo percorso. C’è chi si è messo a scrivere presto e chi tardi, chi si è sentito predestinato e chi lo ha scelto. Credo però che non sia un mestiere che si insegna; si possono ricevere consigli, stimoli, oltre a saccheggiare intere biblioteche, ma la necessità di scrivere è personale: può essere autentica o finta, naturale o forzata, ma in ogni caso nessuno può decidere chi merita di essere chiamato “scrittore”. Io ebbi la fortuna di avere Antonio Faeti come maestro elementare. Lui percepì che ero una bambina fantasiosa, bugiarda e molto sola. Avevo dieci anni quando, l’ultimo giorno di scuola, mi regalò un quaderno dicendomi di scrivere le mie vacanze, come un diario di viaggio. A quel quaderno ne sono succeduti un’infinità, e non ho più smesso di scrivere. Forse ero predisposta, dal momento che ho manifestato presto un’indole artistica, e quindi, forse, era nella mia natura. È stato perché avevo una famiglia bislacca? Una sensibilità fuori dalla norma? Amici immaginari? Perché amavo leggere? Forse.
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