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Intervista

Mons Kallentoft e la sua "ricetta" del noir svedese


Edito da Editrice Nord, esce in questi giorni Sangue di mezz’inverno, un nuovo noir che arriva dalla Svezia. Abbiamo incontrato l’autore, Mons Kallentoft per parlare con lui del libro e gli abbiamo chiesto quali sono, secondo lui, le ragioni del successo di questo genere, che registra oggi un vastissimo seguito di lettori.

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Donne e giornalismo d’inchiesta. Un viaggio tra gli elementi fondamentali del noir nordico


Come si è avvicinato alla scrittura?

Da ragazzo non ero assolutamente interessato alla lettura o alla scrittura, poi a 14 anni ebbi un incidente, che mi costrinse a letto per due settimane, ovviamente non era ancora l’era dei video games...un mio amico mi regalò dei libri, tra cui Il processo di Kafka, così iniziai a leggere. Questa esperienza mi aprì un nuovo mondo, è da quel momento che avvertii l’esigenza di avvicinarmi alla scrittura come mezzo d'espressione.


Quali sono gli scrittori che l’hanno maggiormente influenzata?A cui si sente più vicino?

Soprattutto scrittori americani come ad esempio Cormac McCarthy o Raymond Carver .  

Passiamo al suo romanzo Sangue di mezz’inverno, in esso si ritrovano molti elementi attinti dalla sfera reale, ad esempio è ambientato nella città in cui è cresciuto, Linköping. In che misura nel suo romanzo le due componenti, quella reale e quella inventata, si intrecciano? Quanto c’è della prima nella seconda?

La città, così come viene presentata nel libro, è identica a come è nella vita reale, l’architettura, la struttura sociale, sono saldamente ancorate ad una base realistica. Anche per quanto riguarda i miei personaggi tendo a conferire loro, per quanto possibile, una vita iperrealista. Quanto più è realista il personaggio, tanto maggiore è la libertà che poi mi trovo ad avere nell’elemento magico, per cui se il lettore è in grado di riconoscere un personaggio, perchè riconducibile ad una dimensione reale, tenderà più facilmente a credere nell’elemento magico, crederà di sentire realmente la voce delle vittime ormai scomparse.

A proposito di questa voce, ho trovato personalmente molto interessante il fatto che il lettore venga guidato, oltre che dalle numerose riflessioni e interrogativi posti dalla protagonista nel corso delle indagini, anche, e principalmente, dai pensieri delle vittime. Il loro porre questioni, domande sembra quasi voler indirizzare il lettore verso una risoluzione, verso la verità...in realtà poi non è così, concretamente non fa altro che insinuare altri dubbi, dando origine a nuovi interrogativi. Per quale motivo ha scelto questa originale soluzione?

Ci sono molte ragioni. Innanzitutto volevo utilizzare un elemento narrativo che fosse vicino al coro presente nel dramma greco, e lo strumento delle voci delle vittime poteva andare in questa direzione. Volevo inoltre aggiungere qualcosa di mio a questo genere, già molto amato e diffuso, in modo da conferire al mio romanzo un più ampio respiro e rendenrlo più suggestivo e reale rispetto agli altri noir nordici, invece molto radicati a questo iperrealismo.

L’investigatrice, la protagonista Malin Fors, è una donna, fattore comune anche ad altri noir svedesi, e che rientra in un certo senso nella “ricetta” di questo genere. Quali altri elementi del suo romanzo riconosce in questa “ricetta” e quali invece no?

La drammaturgia, cioè la struttura del dramma, in primo luogo, poi sicuramente l’ambientazione, che è limitata in termini geografici. C’è inoltre la volontà di delineare, attraverso il romanzo, un’immagine della società contemporanea  e i personaggi stessi sono personaggi con cui ci si può rapportare e confrontare, che vivono una vita più o meno normale.

L’attenzione particolare all’universo femminile: da chi svolge le indagini, a chi è vittima di violenze. A cosa secondo lei è dovuta questa scelta? O a cosa è dovuta nel caso del suo romanzo?

La società svedese può essere definita una delle società più egualitarie esistenti, le donne stanno acquisendo sempre più voce, e Malin Fors, così come Lisbeth Salander, rappresenta un po’ questa tipologia di donna, risoluta e dalla personalità forte. Nonostante ciò nel nostro paese, così come in molti altri, continuiamo ad avere molti casi di violenze domestiche, e questo è un problema reale, di cui bisogna parlare...forse è stato proprio questo che ha spinto alcuni scrittori a sentire l’esigenza di trattare l’argomento, ovviamente con il mezzo a loro disposizione, la narrazione. E il fatto, come nel caso di Stieg Larsson, che sia un uomo a voler affrontare la questione è indubbiamente un segnale positivo.


Il noir svedese sta avendo un notevole successo, e non solo in Italia, perché? Quali sono le ragioni, secondo lei, della popolarità di questa “ricetta”?

A mio avviso sono presenti molti elementi che potrebbero essere considerati in parte responsabili di questo successo. In primo luogo la presenza di forti personaggi femminili, l’accurata narrazione, come anche la storia convincente. Larsson, ad esempio, ha sempre storie molto elaborate, dalle trame molte estese, io forse, rispetto a lui, sono più radicato alla vita reale. Altro aspetto è che, secondo me, il successo genera successo. In Svezia abbiamo tantissimi ottimi scrittori, esiste una lunga tradizione di narrativa di noir svedesi, il fenomeno Larsson, il suo successo, ha semplicemente rivelato la punta di un iceberg. È stata in realtà una lenta evoluzione - vedi Mankell o altri autori - improvvisamente esplosa grazie ai suoi libri. C’è anche da fare un’altra considerazione, la Svezia è un paese piccolo e l’idea comune è che sia uno molto tranquillo e sicuro. Tutti questi libri, focalizzati sui crimini e la violenza, ambientati in un paese apparentemente così perfetto, rivelano che in realtà guardando attentamente ci si rende conto che poi così perfetto non è, e questo ha un effetto sicuramente molto intrigante sul pubblico.

Conosce un po’ il panorama attuale della letteratura italiana?

Ho letto uno splendido romanzo qualche anno fa. Un romanzo di Niccolò Ammaniti, Come Dio Comanda. Ad essere onesti i libri italiani in Svezia sono solitamente legati a storie di mafia. Conosco comunque i classici, Dante, ad esempio.

Da molti di questi romanzi, in seguito alla popolarità ottenuta, sono stati tratti dei film. Sarà così anche per il suo racconto?

Sì. C’è una società di produzione che sta lavorando alla trasposizione del mio libro. Per me la cosa più importante è che sia un buon film, dato che spesso gli adattamenti non sono affatto buoni.

Cosa pensa in generale della trasposizione cinematografica di romanzi. Quale effetto crede abbia sul libro. Come crede  che questo influenzi la distribuzione del libro?

Dipende dal film, se è un film ben riuscito potrebbe avere un impatto positivo sul libro, diversamente accadrebbe, è ovvio, se così non fosse. Ad ogni modo in quest’ultimo caso non verrebbe in nessuna maniera distribuito al di fuori della Svezia. Una cosa comunque che non amo dei film è che, una volta visto, inevitabilmente si dà un volto ai personaggi, sostituendo quelli degli interpreti nel film a quelli che, da lettore, si aveva in mente. Ad esempio uno dei miei libri preferiti è il Grande Gatsby, ma quando penso al libro, che io lo voglia o no, mi viene in mente Robert Redford, che lo interpretava nel film. In alcuni casi i film funzionano molto bene, riuscendo a restituire un’immagine magari molto vicina a quella che i lettori avevano creato nella loro mente. Il personaggio di Lisbeth Salander è perfetto ad esempio, e tutti concordano su questo fatto, ma questo non sempre avviene.  



15 giugno 2010 Di Angela Contigiani

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