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Intervista

Scacco matto alla vita: intervista a Nerea Riesco, la bella autrice di All’ombra della cattedrale

Quando incontriamo la scrittrice spagnola Nerea Riesco, pensiamo subito che è molto bella e di certo non dà l’idea della studiosa di storia che, in accordo con la materia, immaginiamo un po’ in là con gli anni, capelli grigi, occhiali, l’aria un poco spenta. Nerea Riesco sembra piuttosto la Guiomar del suo romanzo - iniziamo a parlare con lei chiedendole che cosa la porti a scrivere romanzi storici.

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Ancora un romanzo storico: che cosa l’attrae così tanto in un romanzo con una ben precisa ambientazione storica nel passato? E perché un passato sempre così lontano? Il 1600 ne “La ragazza e l’Inquisitore”, la fine del 1700 ne “All’ombra della cattedrale”…Per avere una prospettiva più lucida?

Dico sempre che in realtà non scrivo del passato. Tutti i miei romanzi potrebbero essere ambientati alla metà del secolo XX o nel secolo XXI e la storia non perderebbe la sua forza. Il secolo XVI o XVII sono come uno scenario, è come montare uno scenario a teatro: è più evocativo, è come viaggiare nel tempo, poter fare quello che altrimenti non potresti fare. Quando scrivi e sei libero, sfrutti questa libertà e vai nel luogo che più ti piace: in questo caso è il passato.


Quanto è storia e quanto è leggenda in questo nuovo romanzo? Partiamo dalla partita di scacchi…

Siviglia è una città molto bella e grande, però c’è anche tanta bellezza nelle piccole cose. Ci sono molte leggende a Siviglia. La partita di scacchi è una grande metafora, una specie di gioco in cui vediamo una partita dentro un’altra partita in cui ce n’è ancora un’altra. Quando Siviglia è stata conquistata, nel 1248, il principe Alfonso stava assediando Siviglia e vedeva la città da lontano, come un giocatore: mi sembrava simile ad una partita di scacchi in cui si deve decidere quale mossa fare per vincere. E così ho messo la partita di scacchi dentro il romanzo.


Mi sono spesso chiesta perché il gioco degli scacchi ritorni così di frequente in letteratura e nei film…

Credo che il gioco degli scacchi sia molto simile alla vita: ogni tuo movimento ti apre molte possibilità. Hai molte armi per affrontare la vita, puoi comportarti da pedone muovendoti a poco a poco, oppure puoi essere coraggioso come un cavallo o forte come una torre. Gli scacchi ti insegnano che hai molte possibilità, ma ogni tua decisione avrà delle conseguenze: in questo è simile alla vita. Nessuna partita è uguale. È come il DNA o le impronte digitali: ecco perché ha molto spazio nella letteratura.


Nel suo romanzo c’è anche il fattore tempo che viene sottolineato, nel gioco degli scacchi: è questa dimensione temporale allungata che aggiunge qualcosa di speciale al gioco degli scacchi? E che le ha dato la possibilità di usarlo come metafora nel romanzo?

La cosa interessante nel gioco degli scacchi è che si può continuare a giocare una partita per anni o per secoli. Quando in collegio ci insegnavano a giocare a scacchi, quello che mi aveva interessato nella storia del gioco è che i re usavano i piccioni viaggiatori per poter giocare. Credo che questa storia sia rimasta dentro di me - la parte romantica del gioco, il fatto che si aspettasse l’arrivo del piccione per continuare a giocare. Negli scacchi c’è bisogno di uno spazio più lungo per sviluppare un’idea. Non è come a dama: per gli scacchi devi pensare, devi dare tempo all’avversario di pensare la mossa. Ogni decisione è importante.


C’è un’altra metafora grandiosa nel romanzo, ed è quella della Giralda, legame tra cristiani e musulmani: un monito per i dissidi dei nostri tempi?

La Giralda è una torre meticcia, è testimonianza dell’unione più che della separazione, è la prova che i popoli non sono tanto diversi. La parte inferiore è almohade, del secolo XII, e la parte superiore è del secolo XVI e cristiana. Da questa torre sono stati chiamati i fedeli di due religioni. Il tema del romanzo è che non siamo tanto diversi, anche se sembra che cerchiamo di trovare più i punti di differenza che quelli di somiglianza.


Che cosa resta nella Siviglia odierna del passato musulmano?

L’architettura della città è molto araba - restano tantissimi esempi di arte araba: un muro della cattedrale è quello della moschea, la torre d’Oro, la Porta del Perdono… È una città che ha mantenuto l’essenza musulmana e all’Università facciamo dei lavori che favoriscano l’integrazione tra le due culture. C’è anche un programma radio in arabo e in castigliano per cercare una concordia.


Che cosa l’ha spinta a dare una così grande importanza alla stamperia de Haro? Dopotutto la trama poteva anche coinvolgere una famiglia che non avesse legami con la stamperia. Di certo dalla stamperia emana uno straordinario fascino culturale…

Perché ho trovato delle carte di questa stamperia: ho trovato la storia facendo delle ricerche per il dottorato, dei documenti in cui si raccontava del terremoto. Erano dei fogli sciolti in cui si diceva, in versi, della vedova de Haro e del terremoto, venivano venduti e divennero così famosi che la gente li teneva come un talismano. È così che ho pensato all’inizio del romanzo. Volevo fare un omaggio a questa stamperia, e mi pareva importante che ci fosse una donna a dirigere la stamperia. Tutto il resto, la storia di famiglia, viene dalla mia passione per il giornalismo e per narrare, per la parola scritta: non capisco la vita senza letteratura.


Ci sono quattro personaggi insoliti: prima di tutto mamma Lula, la schiava di colore.

Questa è una cosa interessante di Siviglia: ci furono degli schiavi neri, perché Siviglia era un luogo di contatto con il Nuovo Mondo, era un mercato importante e cosmopolita. Il personaggio di mamma Lula è il riassunto delle storie che ho letto su questi schiavi di colore che, però, non venivano trattati come nelle piantagioni americane. A Siviglia diventavano parte della famiglia in cui servivano.


Alla serva di colore, fedele alla sua padrona, aggiungiamo il pirata León, e il bandito Ventura che si assomigliano, pur essendo diversi: è per questo che Julia si innamora di León e sua figlia Guiomar di Ventura? Per quello che c’è di trasgressivo in questi uomini, perché loro, in quanto donne, non possono essere più così trasgressive?

León e Ventura si assomigliano solo per la vita avventurosa, ma sono molto diversi. Volevo mostrare diversi personaggi tipici di Siviglia: toreri, ballerine di flamenco, francesati e il bandito che è come un Robin Hood spagnolo. Volevo personaggi che stanno nell’immaginario dei lettori. È per questo che il romanzo è piaciuto anche all’estero: ha delle caratteristiche attraenti per tutti.


Parliamo del suo futuro come scrittrice: continuerà nel filone del romanzo storico?

Suppongo di sì, perché amo la storia. Per me scrivere è il mio lavoro, ma è anche un piacere. Prima c’è un lavoro di documentazione, che mi tiene impegnata anche per un anno di ricerche. Ma è molto soddisfacente, altrimenti non lo farei.



Nerea Riesco - All'ombra della cattedrale
Titolo originale El elefante de marfil
Traduzione di Claudia Marseguerra
471 pag., € 18,60 - Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 978-88-11-68181-6


07 giugno 2010 Di Marilia Piccone

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